Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Lo scroccone” (Jules Renard)

renard

“Ho preparato da sciocco la mia prima visita ai Vernet. Andavo da loro con la certezza di fare impressione e il timore di non essere capito. Mi ripromettevo di fare colpo, ripassando le mie citazioni, cercando nomi di autori poco noti e la cui stranezza sarebbe bastata a farmi onore. E poi non avevo, forse, nel repertorio dei miei gesti, anche quell’improvviso scatto delle braccia, quel piegare del ginocchio, quei colpetti della nuca all’indietro, che avrebbero servito quasi da proiezione luminosa alle mie squisitissime frasi?

Ne valeva la spesa?

Non mi ricordo di aver superato me stesso.

Abbiamo preso il caffè. Ho dichiarato che era buono, ma un po’ caldo. Vernet mi ha parlato della sua cantina. Mi è sembrato naturale, dato che aveva del vino in corpo. Sebbene incapace di distinguere l’acquavite più fine da quella più volgare, ho tuttavia asserito che il liquore del mio bicchierino azzurro doveva essere molto vecchio, almeno secondo me.”

(Jules Renard, “Lo scroccone”, ed. Adelphi)

Non conoscevo neanche per nome Jules Renard e sono giunto al suo romanzo “Lo scroccone” grazie alla pagina Facebook della Adelphi, casa editrice che quasi mai ha tradito le mie aspettative. Il giorno dopo, in libreria,mi sono incuriosito leggendo il retro-copertina e, insomma, alla fine sono qui a scrivere su Henri, parassita con velleità letterarie, che s’insinua in modo lento ma inesorabile nella vita dei coniugi Vernet, due tipi piuttosto creduloni, abbastanza ignoranti e dunque ben contenti di farsi accompagnare, nella loro grigia esistenza, da un tipo che, ai loro occhi, potrebbe elevarli spiritualmente.

Henri, tutt’altro che recalcitrante ad assumente tale ruolo, s’installa a casa dei due, atteggiandosi a poeta che deve lavorare con le parole e quindi ha bisogno dei suoi misteriosi momenti di raccoglimento, inventando amicizie altolocate, distribuendo citazioni di Baudelaire e altri che penetrano nell’animo fiacco dei coniugi e, soprattutto, diventando un vero e proprio “scroccone”, non solo di viveri, bensì, com’è facile immaginare, anche di emozioni. La sua reale esistenza antecedente, invece, lo vede alle dipendenze di una modesta rendita paterna, con una vita sentimentale “fatta di una decina di notti a prezzo fisso”. Dal suo punto di vista, l’ospitalità sin troppo gentile dei Vernet è manna biblica, che egli accoglie e fomenta con una strategia di seduzione che potrebbe apparire abile, se non fosse per la “stupidità” dei Vernet.

Il signor Vernet non brilla per scaltrezza, specie quando lascia Blanche, la moglie, da sola con il presunto letterato. La signora, dal canto suo, è affascinata dall’eloquio apparentemente forbito di Henri, ma al tempo stesso è combattuta tra il desiderio di cedergli e tabù che le impediscono di dare libero sfogo alla passione. Tra Henri e Blanche, quindi, inizia un tira e molla fatto di languide carezze sul volto e poco nulla di più, una stucchevole recita reciproca che sarà poi messa alla prova dall’arrivo della nipote sedicenne Marguerite, preda che il perfido (ma neanche tanto) Henri non mancherà di “puntare”, da buon parassita-scroccone autorizzato.

“Alle prime parole tra la signora Vernet e me, il marito smise di parlare.

– E lei, signora, quali sono dunque i suoi passatempi?

Dicevo <<duunquee>> e, in generale, allungavo le vocali, che è segno chiaro di essere in soggezione.

– Leggo un poco, – disse lei.

Subito pronunciaci i nomi di Baudelaire e di Verlaine. Lei mi confessò che non li conosceva, e io, lungi dal prendere l’aria severa e di compatimento del signore che scopre una grave lacuna, ebbi la viltà di rispondere:

– Tanto meglio per lei!

Ebbi la viltà di ripeterlo e di intraprendere l’elogio della donna che non sa niente.

Ma la signora Vernet:

– Una donna deve avere almeno qualche nozione di storia e di geografia.

– Certamente, – risposi – e di aritmetica.

– E di musica, – disse lei.

– D’accordo, le concedo il pianoforte, ma suonato con un solo dito.

E presto le feci ogni concessione. Parlava in modo abbastanza corretto. Diceva <<quistione>> invece di questione. Amava la pittura-poesia e la poesia-pittura. Desiderava ogni tanto elevare la sua anima, come si sollevano i pesi, per ricreazione e per igiene. Ai passi più belli di un libro, non lo nascondeva, i suoi occhi s’inumidivano di lacrime. Tuttavia non aveva vuotato molti calici fino alla feccia, e il modo in cui parlo dell’amarezza delle cose mi fece paragonare la sua vita a una botte che ha troppo rotolato e in cui si deposita la gruma; così, cinque minuti dopo aver vantato la donna che non sa niente, ho bassamente glorificato la donna che sa tutto.”

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