Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Il fantasma esce di scena” (Philip Roth)

“Cos’era successo in questi dieci anni perché tutt’a un tratto ci fossero tante cose da dire, tante cose e così urgenti che non si poteva aspettare a dirle? Ovunque andassi, qualcuno mi veniva incontro parlando al telefono e qualcuno mi seguiva parlando al telefono. Quando presi un taxi, l’autista era al telefono. Per uno che spesso passava molti giorni di seguito senza parlare con qualcuno, fui costretto a domandarmi cos’era crollato nella gente, di ciò che prima le teneva insieme, per rendere l’incessante chiacchiericcio telefonico preferibile a una passeggiata sotto la sorveglianza di nessuno, a un momento di solitudine che permetteva di assimilare le strade attraverso i propri sensi corporei e di pensare la miriade di pensieri che ispirano le attività di una città. Per me, faceva sembrare comiche le strade e ridicole le persone. Eppure sembrava anche un’autentica tragedia. Sradicare l’esperienza della separazione doveva avere inevitabilmente un effetto drammatico. Quali saranno le conseguenze? Tu sai che puoi raggiungere l’altra persona in ogni momento, e se non puoi diventi impaziente, impaziente e irritato come un piccolo, stupido dio. Sapevo bene che il silenzio di fondo era stato abolito da un pezzo nei ristoranti, negli ascensori e nei campi da baseball, ma che l’immensa solitudine degli esseri umani dovesse produrre questo sconfinato desiderio di essere ascoltati, unito al disinteresse per chi ascolta le tue conversazioni…”

(Philip Roth, “Il fantasma esce di scena”, ed. Einaudi)

 

“Patrimonio” (Philip Roth)

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“Poi, cinque o sei settimane dopo, verso le quattro del mattino, avvolto in un bianco sudario venne a rimproverarmi. Disse: <<Avrei dovuto indossare un vestito. Hai fatto la cosa sbagliata>>. Mi svegliai urlando. Tutto ciò che faceva capolino dal sudario era il rammarico sulla sua faccia morta. E le uniche parole che disse erano una ramanzina: l’avevo vestito per l’eternità con i panni sbagliati.

Al mattino mi resi conto che aveva inteso alludere a questo libro, che, in carattere con l’indecenza della mia professione, avevo continuato a scrivere mentre lui era malato e moriva. Il sogno mi diceva che, se non nei miei libri o nella mia vita, almeno nei miei sogni sarei vissuto in eterno come il suo figlio piccolo, con la coscienza di un figlio piccolo, proprio come lui sarebbe rimasto vivo non soltanto come mio padre ma come il padre, per giudicarmi qualunque cosa io faccia.

Non devi dimenticare nulla.”

(Philip Roth, “Patrimonio”, ed. Einaudi)

Non so esattamente perché e non è così importante scoprirlo, ma ho pianto per un paio di minuti quando ho chiuso “Patrimonio” di Philip Roth, anzi già piangevo mentre leggevo le ultime pagine. Questo forse non è un motivo sufficiente per consigliare un libro, e allora aggiungo solo qualche altra parola. Roth racconta la morte del padre, Hermann, e lo fa iniziando dalla scoperta di un tumore che condannerà l’ottantaseienne e indomito ex-assicuratore, determinato a sopravvivere eppure già con mezza faccia paralizzata. Considerato l’argomento del romanzo, parrebbe ovvio dedurne che non possa trattarsi di una lettura allegra, e infatti tale non è. Al tempo stesso, però, Roth è così grande che riesce a strapparci lacrime sia per le risate che per la malinconia, nonché l’ansia e la paura che affliggono lui, figlio, di fronte a un padre che sta per morire e che pure, nonostante il crollo evidente, non vuole mollare.

“Puoi fare promesse, raccontare le ultime novità, chiedere la loro comprensione, il loro perdono, il loro amore; o puoi scegliere l’altro approccio, quello attivo, puoi strappare le erbacce, distribuire meglio la ghiaia, toccare con le dita le lettere incise nella lapide; puoi persino inginocchiarti e mettere le mani direttamente sui loro resti; toccando la terra, la loro terra, puoi chiudere gli occhi e ricordare com’erano quando erano ancora con te. Ma nulla viene alterato da questi ricordi, se non che il defunto sembra ancora più distante e irraggiungibile di quanto lo fosse mentre eri in macchina dieci minuti prima. Se al cimitero non c’è nessuno che ti osserva, per far sembrare che il morto non sia morto puoi fare delle cose piuttosto strampalate. Ma anche se riesci a emozionarti quanto basta per avvertire la sua presenza, in ogni caso te ne vai senza di lui. Ciò che provano i cimiteri, almeno alle persone come me, non è che i morti sono presenti, ma che se ne sono andati. Loro se ne sono andati, e noi ancora no. Questo è fondamentale, e per quanto inaccettabile lo si afferra abbastanza facilmente.”

“L’umiliazione” (Philip Roth)

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“Non era più capace di fare uno Shakespeare a bassa intensità e non era più capace di fare uno Shakespeare ad altra intensità, e pensare che aveva fatto Shakespeare per tutta la vita. Il suo Macbeth era ridicolo, e quelli che lo videro lo dissero senza eccezione, e altrettanto fecero molti che non lo avevano visto. <<No, non hanno neanche bisogno di esserci stati – diceva lui – per insultarti>>. Molti attori, per aiutarsi, si sarebbero dati al bere; c’era sempre una vecchia barzelletta su un attore che beveva sempre prima di andare in scena, e che quando lo esortarono a non bere replicò: <<Come, dovrei andare là fuori da solo?>> Ma Axler non beveva, e così invece crollò. Il suo crollo fu monumentale.

La cosa peggiore era che vedere il proprio crollo con la stessa lucidità con cui si vedeva recitare. La sofferenza era atroce, e tuttavia lui dubitava che fosse genuina, il che la rendeva ancora peggiore. Non sapeva come passare da un minuto all’altro, era come se la mente gli si stesse liquefacendo, aveva il terrore di stare da solo, non riusciva più a dormire più di due o tre ore per notte, mangiava appena, ogni giorno pensava di ammazzarsi con l’arma che aveva in solaio – un fucile a pompa Rennington 870 che teneva nella casa isolata per autodifesa – e nondimeno gli sembrava tutta una commedia, una commedia recitata male. Quando reciti la parte di uno che sta crollando, la tua interpretazione ha un ordine e una coerenza; quando la persona che vedi crollare sei tu, e quella che stai recitando è la tua fine, è tutta un’altra cosa, una cosa spaventosa e terrorizzante.”

(Philip Roth, “L’umiliazione”, ed. Einaudi)

Simon Axler è un grande attore teatrale, ma superati i sessant’’anni sente di aver totalmente perso la capacità di recitare, ma soprattutto avverte che questa crisi attoriale è sintomo di una più generale inabilità ad ascoltare gli altri e a parlare. Simon si sente smascherato, umiliato ancora di più dall’impossibilità di trovare una spiegazione razionale a ciò che gli sta accadendo. L’incontro con Pegeen, una lesbica di trent’anni più giovane di lui, sembra ridonargli una nuova vitalità, in virtù di una passione erotica estrema che però si rivela, alla lunga, essere un’altra falsa illusione, una nuova maschera sotto la quale nascondere il vuoto che inesorabilmente lo sta inglobando.

Fin qui la trama ridotta all’osso, il resto sta nella penna tagliente di Philip Roth, ormai una garanzia per me (e non solo per me).

“Ho sposato un comunista” (Philip Roth)

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“- C’erano delle notti in cui non riuscivo a dormire. Dicevo a Doris: <<Perché non la lascia? Perché non è capace di lasciarla?>> E sai cosa rispondeva Doris? <<Perché è come tutti gli altri: ti rendi conto di una cosa solo quando è passata. Perché tu non lasci me? Tutte le cose che impediscono alla gente di andare d’accordo: forse che non le abbiamo anche noi? Abbiamo delle discussioni. Abbiamo delle divergenze. Abbiamo quello che hanno tutti: un pizzico di questo e un pizzico di quello, le piccole offese che si accumulano, le piccole tentazioni che si accumulano. Credi che non sappia che ci sono delle donne che si sentono attratte da te? Insegnanti a scuola, donne del sindacato, che provano una forte attrazione per mio marito? Credi che non sappia che c’è stato un anno, dopo il tuo ritorno dalla guerra, in cui non sapevi perché stavi ancora con me, in cui ogni giorno ti chiedevi: <<Perché non la lascio?>> Eppure non l’hai fatto. Perché in genere la gente non lo fa. Tutti sono insoddisfatti, ma in generale le persone non si lasciano. Soprattutto le persone che hanno già fatto questa esperienza, com’è capitato a te e a tuo fratello. Uno che passa quello che avete passato voi dovrebbe apprezzare moltissimo la stabilità. Probabilmente sopravvalutarla. La cosa più difficile del mondo è tagliare il nodo della tua vita e partire. La gente si rassegna a diecimila adattamenti, fino al più patologico dei comportamenti. Perché, emotivamente, un uomo come lui deve sentirsi legato a una donna come lei? La solita ragione: le loro tare quadrano. Ira non può lasciare quella donna più di quanto possa lasciare il Partito Comunista.>>”

(Philip Roth, “Ho sposato un comunista”, ed. Einaudi)

Ambientato prevalentemente negli Usa del secondo dopoguerra, all’epoca del cosiddetto “maccartismo”, “Ho sposato un comunista” di Philip Roth è l’ennesima prova dell’abilità narrativa del grande romanziere. La storia raccontata è quella che vede protagonista principale Ira Ringold (alias Iron Rinn), proletario di estrazione, attivista sindacale, attore radiofonico, ma soprattutto comunista convinto eppure sposato con Eva Frame, bella, ricca, ex diva del cinema, snob e infine tremenda vendicatrice di un’America per niente ben disposta verso coloro che simpatizzavano per Stalin e soci. “Ho sposato un comunista”, infatti, non è solo il titolo del romanzo di Roth, ma è anche, anzi perlopiù, il libro con cui la donna smaschera, denuncia, annichilisce il marito.

Tutta la storia ci è narrata a più voci, ma principalmente, decenni dopo, da Murray, il fratello di Ira, che andando a ritroso nel tempo racconta a Nathan, lo scrittore alter-ego di Roth, di come una storia d’inganni, livori, tradimenti e falsità coniugali si sia intrecciata con temi di politica internazionale ben più vasti. La questione del comunismo di Ira, infatti, si sovrappone alla umiliazioni e vendette reciproche di una coppia mal assortita sin dall’origine, quale è quella tra il fanatico comunista Ira e la diva rancorosa. Al solito, Roth è magistrale nell’alternare il registro tragico a quello più lieve, irriverente, sarcastico, nonché a indurci a riflessioni su altri temi, quali il potere della stampa, capace di demolire intere vite umane in nome di battaglie ideologiche, oppure ancora sulla cieca assuefazione che può indurre un uomo dai nobili intenti a travalicare i confini e divenire un potenziale/reale assassino.

Sarebbe ingiusto aggiungere altro circa la trama, oltre che indegno dell’abilità di un “mostro” come Roth, motivo per cui mi fermo dallo scrivere queste mie impressioni, suggerisco la lettura di questo romanzo e aggiungo in coda un altro estratto dallo stesso.

“Ira presumeva di essere virtuoso. Nel complesso, io ero convinto che lo fosse: un altro innocente cooptato in un sistema che non capiva. Difficile credere che un uomo che attribuiva tanta importanza alla propria libertà potesse permettere al dogmatismo di dominare i suoi pensieri. Invece mio fratello si umiliò intellettualmente nello stesso modo in cui si umiliarono tutti. Politicamente ingenui. Moralmente ingenui. Non volevano guardare in faccia la realtà. Chiudevano gli occhi, gli Ira, davanti all’origine di ciò che vendevano e celebravano. Ecco una persona la cui forza più grande consisteva nella capacità di dire no. Non aveva nessuna paura di dire di no e te lo diceva in faccia. Ma al partito non seppe mai dire altro che <<sì>>.”

“Quando lei era buona” (Philip Roth)

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“Per la verità, per molti importanti aspetti, si stava rendendo conto che Roy non le piaceva poi così tanto. A volte le sembrava che fosse lei ad avere tre anni più di lui, invece del contrario. Prima di tutto non sopportava quando le cantava quelle canzoni all’orecchio. A volte era così infantile, anche se ormai aveva ventun anni, abbastanza per votare, come ripeteva a tutti. A volte le cose che diceva erano vere e proprie stupidaggini. Quand’erano in macchina, ad esempio, continuava a ripeterle che la amava… Ma era una stupidaggine? E se fosse stato vero? E se invece l’avesse detto solo perché temeva che altrimenti lei non l’avesse lasciato andare fino in fondo? Oh, lo sapeva, lo sapeva, lo sapeva… non avrebbero mai dovuto cominciare a farlo. Non era giusto se non eri sposata, peggio che mai se lo facevi con qualcuno che non avresti mai neppure potuto sposare. Dobbiamo smetterla! Ma in qualche modo smetterla adesso che avevano iniziato non aveva più senso di quanto ne avesse avuto cominciare. Era con tutta quella stupida storia che avrebbe dovuto smetterla!”

(Philip Roth, “Quando lei era buona”, ed. Einaudi)

La “lei” protagonista di “Quando lei era buona” si chiama Lucy Nelson, ha vissuto un’infanzia e una giovinezza vivendo con un padre dissoluto, ubriacone e violento, e con la madre succube degli squilibri del marito. Un tale quadro familiare non può che ripercuotersi sulle future scelte di Lucy, che però non reagisce diventando a sua volta dissoluta, bensì accollandosi le mancanze dell’uomo con cui intraprende una relazione, cioè il reduce Roy. Lucy, però, non vuole rivivere le esperienze della madre e progressivamente prende coscienza del fatto che non può solo assorbire le sofferenze e le altalenanti decisioni del compagno e degli altri che le sono attorno.

Fulcro del romanzo, quindi, è il rapporto contorto che lega Lucy e Roy. Attorno, però, ci sono tutta una serie di personaggi secondari che Roth tratteggia alla solita maniera, brillante, caustica, a tratti irriverente ma in fondo con empatia. Brillante nei dialoghi ma meno incisivo di altri capolavori di Roth perché meno presenti le sue adorabili digressioni, resta comunque un libro che suggerisco senza alcuna riserva.

“Lasciar andare” (Philip Roth)

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“Certamente c’erano altri che avremmo potuto invitare. Chiunque, di fatto, avrebbe potuto sedere con noi, mangiare il nostro cibo e sorseggiare il nostro caffè per poi spargere la notizia della nostra spavalda e irragionevole unione. Avevamo solo bisogno di una coppia – preferibilmente sposata – in rappresentanza del mondo e delle sue opinioni, un paio di estranei di fronte ai quali poter sfoggiare le nostre buone intenzioni e il nostro sostanziale decoro, e al cui giudizio poter sottoporre le prove di una carnalità ben ordinata e di una disciplina domestica. Una qualunque coppia che ci concedesse l’approvazione della società, se non un vero e proprio salvacondotto… Perché doveva essere questo che andavamo cercando quando, una mattina di sole una settimana dopo che io mi ero trasferito da lei, Martha si era svegliata e aveva detto: – Invitiamo qualcuno a cena! – e io avevo detto: – Che splendida idea!”

(Philip Roth, “Lasciar andare”, ed. Einaudi)

Il principale difetto che ho riscontrato in “Lasciar andare” di Philip Roth è che io già ho letto altri grandi capolavori dell’autore e questo romanzo non è all’altezza di altri testi. Ciò detto, però, resta un libro che non fa sentire per nulla (se non nel finale) la sua mole, oltre 700 pagine, e che “scorre” via che è un piacere, lasciandoci già intravedere quella che poi sarà l’evoluzione della scrittura di Roth.

“Lasciar andare”  è il primo romanzo di Roth, pubblicato nel 1962 ed ambientato negli anni Cinquanta del Novecento. Il protagonista principale è Gabe Wallach, appena congedato dall’esercito e al quale muore la madre. Quest’ultimo evento, causando un incrinarsi nei rapporti anche col padre, costringe Gabe a rivedere la sua esistenza, a scardinarsi da situazioni stantie e cercare, con una certa ansia, nuovi legami sociali. L’occasione gli è fornita da Henry James, suo scrittore prediletto. Prestando “Ritratto di signora” a un suo conoscente, Paul, Gabe entra in contatto anche con Libby, moglie di Paul, cominciando a scoprire quanto le relazioni reali abbiano di affine e di diverso da ciò che lui leggeva nei romanzi. L’incontro con Martha, donna divorziata e con prole, confermerà a Gabe la difficoltà di lasciar andare le cose, essendo egli comunque implicato, nel corso della storia, in situazioni che, volente o nolente, deve affrontare.

Senza entrare in ulteriori dettagli, basta dire che già in questo romanzo affiorano alcune tematiche che Roth approfondirà in tutti i suoi romanzi successivi, sebbene in una forma meno profonda e anche meno drammatica. Alcune situazioni narrate sono a forte contenuto tragico, ma in “Lasciar andare” prevale il timbro ironico, anche sarcastico, e le vicende sentimentali di Paul, Gabe, Libby e Martha s’intrecciano in un vortice di fraintendimenti, fughe, assenze, mancanze e liti che strappano quasi sempre un sorriso, o proprio una sonora risata, al lettore. Non mancano, però, come detto, momenti più lirici e intensi, precursori di ciò che Roth saprà poi fare in seguito nella sua prolifica carriera di narratore.

“Nel momento stesso in cui stava sprofondando nel sonno, si elevò al di sopra di tutte le pretese e le ansia che l’avevano assillato, oltre le attese a cui aveva pensato di dover corrispondere, le necessità che aveva ritenuto di dover soddisfare, tutto ciò che aveva scambiato per compassione e amore. Arrivò quasi a intravedere per se stesso una nuova e gloriosa opportunità. Ma se quella gloriosa opportunità esistesse davvero, o se in quel momento fosse il sonno a separarlo da una qualche verità su ciò che la vita dà e prende, era impossibile dirlo. Si sentiva in sospeso sull’orlo di qualcosa, e poiché quel che poi gli accade fu di dormire, forse si trattava solo del sonno.”

Lasciar(si) andare (con Roth e James)

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Nelle prime pagine di “Lasciar andare”, Gabe presta “Ritratto di signora” a Paul. Qualche giorno dopo, incontra Libby, moglie di Paul, scoprendo che il libro lo sta leggendo lei e soprattutto che un conto è assorbire la storia di Isabel Archer narrata da James, altro trovarsi di fronte un marito, una moglie e disagi reali.

Alla stessa maniera, sento che leggere un romanzo di Roth con vista mare è cosa ben diversa dall’affrontare i miei demoni. So che al riguardo non possono trovare soluzioni definitive né Roth, né James, né chissà chi altro. Ed è un bene che sia così. So, però, che certe letture possono aiutare, momentaneamente, a “lasciar andare” i demoni per conto loro, a stabilire una tregua con me stesso.

Lo sanno anche questi due, uomo e donna (con bambino annesso), che stanno litigando a cinque metri dalla mia panchina, manco volessero dimostrarmi che davvero loro sono per me quello che Paul e Libby sono per Gabe, o ancora che Philip Roth è per me ciò che Henry James è per Gabe?

Il mare, placido e stronzo in lontananza, tace.

“Indignazione” (Philip Roth)

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“- Reggerai di fronte alle sue grida isteriche, se si dovesse arrivare a tanto? Reggerai di fronte alle sue suppliche disperate? Riuscirai a guardare da un’altra parte mentre una persona sofferente ti implora, implora per qualcosa che vuole da te e che tu non sei disposto a concederle? Sì, a un padre potevi dire: <<Non sono fatti tuoi, lasciami in pace!>>. Ma hai il tipo di forza necessaria per questo? Perché tu hai anche una coscienza. E sono fiera che tu ce l’abbia, ma una coscienza può esserti nemica. Hai coscienza, hai compassione, hai anche dolcezza… allora dimmi, saprai fare le cose che si renderanno necessarie con questa ragazza? Perché la debolezza di un’altra persona può distruggerti tanto quanto la sua forza. Le persone deboli non sono innocue. La loro debolezza può essere la loro forza. Una persona tanto instabile è una minaccia per te, Markie, è una trappola.”

(Philip Roth, “Indignazione”, ed. Einaudi)

Nel 1951, in piena Guerra di Corea, Marcus Messner, ragazzo serio, diligente, studioso e appena iscrittosi all’università di Newark, scappa da quest’ultima per andarsene a studiare a Winesburg, nell’Ohio. Marcus scappa da suo padre, macellaio risoluto che da un po’ di tempo è diventato ossessivo, preoccupato com’è per la sorte del figlio, timoroso che possa darsi all’alcool, al gioco d’azzardo o che possa finire soldato in guerra. Giunto alla soglia della follia, sopportato anche dalla stoica moglie, il macellaio costringe il figlio a cercare altrove una certa libertà. Marcus, però, ben presto si accorgerà che il luogo dove è giunto, l’università di Winesburg, è una gabbia anch’essa, un groviglio di studenti fanatici religiosi, di compagni di stanza grotteschi con i quali non riesce ad instaurare alcun rapporto. A mitigare il tutto sembra pensarci Olivia, che però nasconde un passato tutt’altro che rassicurante.

Fin qui le mie parole, il resto lo fa la solita graffiante, divertente, tragicomica penna di Philip Roth.

“Avevamo dormito nella stesse stanza e studiato insieme – e adesso era morto a ventun anni. Aveva definito Olivia una mignotta – e adesso era morto a ventun anni. Quando sentii del fatale incidente di Elwyn, il mio primo pensiero fu che non mi sarei spostato dalla sua stanza se avessi saputo in anticipo che sarebbe morto. Fino ad allora, le uniche due persone di mia conoscenza che erano morte erano i due cugini più grandi uccisi in guerra. Elwyn era la prima persona morta che avessi odiato. Ora avrei dovuto smettere di odiarlo ed essere in lutto per lui? Avrei dovuto fingere di essere dispiaciuto per il fatto che era morto, e atterrito per il modo in cui era morto? Avrei dovuto fare il viso contrito e andare alla commemorazione funebre nella sede della sua confraternita e presentare le mie condoglianze ai confratelli, molti dei quali mi erano noti come ubriaconi che quando volevano richiamare la mia attenzione alla locanda fischiavano con le dita in bocca e mi si rivolgevano in un modo che suonava sospettosamente simile a <<ehi, ebreo>>? Oppure avrei dovuto cercare di riottenere il mio posto nella stanza di Jenkins Hall prima che venisse assegnata a qualcun altro?”

“La controvita” (Philip Roth)

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“Quando la funzione terminò, tutti uscirono in strada, dove si formarono dei capannelli apparentemente riluttanti a tornare troppo presto alle normali attività di un martedì di ottobre. Ogni tanto qualcuno rideva, non sgangheratamente, per una di quelle barzellette che si raccontano dopo i funerali. A un funerale si può cogliere molto della vita di qualcuno, ma Henry non guardava. Chi aveva notato la sua forte somiglianza con lo scrittore scomparso di tanto in tanto guardava dalla sua parte, ma lui preferiva non rispondere alle occhiaie. Non aveva alcuna voglia di sentire altri commenti del giovane editor sull’eccezionale bravura mostrata da suo fratello in Carnovsky, e lo spaventava la prospettiva di incontrare e parlare con l’editore di Nathan, che doveva essere – immaginava – l’anziano uomo calvo dall’aria molto triste in prima fila di fianco alla bara. Voleva semplicemente scomparire senza dover rivolgere la parola a nessuno, per tornare in seno alla società reale, dove i medici sono ammirati, dove i dentisti sono ammirati, dove, a dire la verità, di uno scrittore come suo fratello non gliene frega niente a nessuno. Ciò che queste persone sembravano non capire era che, quando la maggior parte della gente pensa a uno scrittore, non è per le ragioni indicate dall’editor, ma per tutti i soldi che ha fatto con i diritti sui tascabili. Questa, e non il dono dell’ <<autotrasformazione teatrale>>, era la cosa veramente invidiabile: il premio che ha vinto, con chi scopa e quanti soldi ha fatto <<il grande artista>> nel suo studiolo. Punto. Fine dell’elogio funebre.”

(Philip Roth, “La controvita”, ed. Einaudi)

I temi che caratterizzano “La controvita” sono quelli che gli assidui lettori di Philip Roth conoscono da altri romanzi: l’essere ebreo americano laico e tutte le implicazioni identitarie che ciò comporta; il sesso e la sua potente influenza sulla vita quotidiana; il rapporto contorto tra lo scrittore, i suoi personaggi e l’esistenza “reale”. A tutto ciò, si aggiunge il sogno di fuggire da una qualche realtà per approdare a un’altra, Continua a leggere…

“Il lamento di Portnoy” (Philip Roth)

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“Dieci mesi. Incredibile. Perché in questo periodo non è passato un giorno – a ben vedere, non un’ora – in cui non mi sia chiesto: <<Perché continuare con questa persona? Questa donna abbrutita! Questo personaggio rozzo, tormentato, disorientato, perduto, colmo di odio per sé stesso, privo d’identità…>> e così via. La lista era inesauribile. Continuavo a scorrerla senza mai arrivare in fondo. E la facilità con cui l’avevo raccolta per strada! (il trionfo sessuale della mia vita!): be’, il ricordo mi faceva grugnire di disgusto. Come tirare avanti con qualcuno di cui non posso materialmente rispettare il raziocinio, il giudizio e il comportamento? Che giorno dopo giorno innesca in me esplosioni di disapprovazione, e ora dopo ora tuoni di ammonimento? E le prediche! Oh che maestro sono diventato. Quando mi comprò quei mocassini italiani per il mio compleanno, per esempio: che lezione le impartii!

– Senti, – dissi quando uscimmo dal negozio, – un piccolo consiglio per gli acquisti: quando vai a fare qualcosa di così semplice come scambiare moneta con merce, non è necessario ostentare la tua fregna a chiunque si trovi nel nostro orizzonte. Okay?

– Ostentare cosa? Chi ha ostentato qualcosa?

– Tu, Mary Jane! Le tue presunte parti intime!

– Io no!

– Per cortesia, ogni volta che ti alzavi, ogni volta che ti sedevi, pensavo che saresti rimasta agganciata per la passera al naso del commesso.

– Geeesùuu, mi devo ben alzare. Mi devo ben sedere. O no?

– Ma non come se stessi montando o smontando da un cavallo.

– Be’, non so cosa ti piglia… comunque lui era un finocchio.”

(Philip Roth, “Il lamento di Portnoy”, ed. Einaudi)

Alex Portnoy, poco più che trentenne e stimato “Commissario aggiunto della Commissione per lo sviluppo delle risorse umane” di New York, steso sul letto dal suo psicanalista, racconta la sua ossessione per il sesso, con dovizia di lascivi particolari, nel tentativo di capire il perché di una tale fissa e quali sono le cause della sua impossibilità di legarsi a una donna, spaziando invece dall’una all’altra e soprattutto prediligendo le ragazze non ebree, essendo lui, invece, ebreo, quasi che penetrandole (ma Alex, sboccato e diretto com’è, direbbe: scopandole) possa entrare oltre che in loro, anche nell’ambiente sociale che esse rappresentano.

Il racconto delle vicissitudini sessuali di Portnoy è spesso esilarante, Continua a leggere…

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