Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Lo Sconosciuto

Lo Sconosciuto mi sorprese mentre stavo leggendo, seduto su una panchina. Mi colpì con una pacca su una spalla e pronunciò il mio nome, con tono squillante e, come appurai voltandomi, mostrando un ampio sorriso. Lo salutai, ma mi resi conto subito che quell’entusiasmo con cui mi aveva salutato non corrispondeva, nella mia mente, a un’immagine di lui come mio amico intimo o almeno conoscente. Non sapevo chi fosse e sospettai che avesse sbagliato persona. L’ipotesi fu subito smontata dal suo atteggiamento, che contraddisse l’idea che potesse essere un estraneo in preda a confusione sulla mia identità. Si sedette accanto a me e mi domandò, ripetendo il mio nome, cosa stessi leggendo. Gli mostrai il libro e cercai di capire, dal suo sguardo, se fosse qualcuno che avevo conosciuto in una biblioteca, o comunque mi conoscesse per quella mia passione. Lui, dopo aver preso in mano il libro e averlo osservato quasi fosse un oggetto proveniente da un altro pianeta, me lo restituì, dicendomi che lui non aveva un grande rapporto con i libri, anzi, che dopo la fine del periodo scolastico non ne aveva aperto più alcuno.

Lo guardai meglio in volto per capire chi fosse, ma non mi ricordava alcuna faccia già vista. Di certo, pensai, non si trattava di una conoscenza o amicizia degli ultimi sei – sette anni, per quanti dubbi potessi nutrire sulla mia memoria. Avrei dovuto, sin da quel momento, scusarmi con lui per non averlo riconosciuto e chiedergli chi fosse, ma non lo feci, forse perché allora era più timido, o forse perché ero certo che di lì a poco l’avrei riconosciuto, o ancora perché la sua parlantina non mi consentì di trovare il pertugio giusto per infilare nel discorso una domanda sulla sua identità. Lui non pareva avere dubbi sulla mia persona e, dopo aver parlato del meteo, e in particolare di come stesse aspettando l’estate per andarsene al mare e abbronzarsi, mi chiese se avessi visto, la sera prima, la partita di calcio in tv. Gli risposi che sì, l’avevo vista, che era stata avvincente. Lui si mostrò felice, perché la squadra per la quale tifava aveva passato il turno di Champions League e iniziò una filippica sui probabili futuri avversari, su come il tecnico fosse stato “abile a imbrigliare le ali della squadra rivale”, su quello che la squadra significasse per la città che rappresentava. Il suo eloquio era veloce, sebbene non forbito e spesso intercalato da espressioni dialettali che mi fornivano indizi nel mio tentativo di ricostruire la sua identità.

Dal vigore del suo discorso, e da come mi riteneva interessato alla questione, dedussi che io, per lui, più che essere legato ai libri, lo ero al calcio. In quel periodo, ancora seguivo il calcio, ma di rado ne discutevo in pubblico, se non con pochi amici; fino a sei – sette anni prima, però, avrei potuto citare a memoria le formazioni di mezza Europa. Il fatto che lui, pur sempre monologante, chiedessi ogni tanto il mio parere su una questione calcistica, sottolineando che io, e non altri, avrei dovuto saperne molto, mi fece pensare che, nella sua mente, io non ero quello che stava lì seduto a leggere un libro, che anzi rappresentava un’anomalia, ma ero, invece, un esperto di calcio, un appassionato con cui lui aveva discusso anni addietro e che adesso ritrovava, a distanza di anni. Ciò mi fece spostare l’indagine dapprima al contesto scolastico, cercando di confrontare la sua fisicità con quella dei miei antichi compagni di scuola, dalle elementari, alle medie, fino alle superiori. Ero facilitato, in quell’indagine silente e approssimativa, dalla sua logorrea, e presto scartai anche l’’ipotesi che potessi averlo conosciuto in ambito scolastico.

Erano passati ormai diversi minuti dalla pacca sulle spalle e il mistero, invece che chiarirsi, si era intensificato. A stupirmi era soprattutto il fatto che lui, sia pure parlando di argomenti neutri quali il meteo e il calcio, sembrava conoscermi, non solo perché dava per scontato che io ne sapessi di calcio, ma anche per il tono confidenziale con cui pronunciava il mio nome. Mi scappava da ridere ma ero anche imbarazzato e stupito di me stesso, di come la mia memoria non mi venisse in soccorso. Nemmeno le sue espressioni facciali, che con il passare dei minuti avevo potuto studiare meglio, mi soccorrevano. A infittire il groviglio giunse una sua considerazione su un gesto tecnico che un calciatore aveva effettuato la sera prima. Disse, scherzando, che solo quelli come me, fantasisti e abili con la palla al piede, potevano pensare di fare una cosa del genere, mentre qualunque altro calciatore, in quella circostanza, avrebbe agito in modo diverso, liberandosi della palla in maniera più semplice. All’epoca giocavo spesso a calcetto e me la cavavo abbastanza bene, pur sempre nell’ambito locale, molto locale, non certo in Champions League. Il suo complimento mi fece così restringere il campo d’indagine. Doveva essere, per forza, qualcuno che aveva giocato con me, magari era stato mio compagno di squadra ed io non lo ricordavo. Per avvalorare questa tesi, ripensai a quando, anni prima, ero solito giocare non solo senza occhiali, cosa abbastanza ovvia, ma anche senza lenti a contatto. Questo, oltre a limitarmi sul campo, m’impediva una corretta visione anche negli spogliatoi. Esclusi i tornei cui avevo partecipato nel mio paese e cercai di ricordare in quali occasioni avevo giocato in paesi limitrofi, ma soprattutto con chi o, già più difficile, contro chi. Ero propenso a pensare che questo ragazzo sconosciuto potesse essere stato un mio compagno di squadra, e che, crescendo, fosse mutato così tanto nell’aspetto da indurmi a non riconoscerlo, specie se, quando l’avevo visto, non avessi indossato le lenti.

Mi sentivo vicino alla soluzione, ma avevo bisogno di qualche altro indizio. Allora, come risposta al suo complimento precedente, gli risposi che io non ero paragonabile al campione visto in tv e che, ne ero certo, calcai appositamente la voce su questa mia certezza, che anche lui era in grado di fare le cose che facevo io sui campi di calcetto. La mia domanda gli causò una risata fragorosa, perché, mi disse, lui era negato per il calcetto, aveva giocato solo poche volte in vita sua, sempre tra amici, in partitelle senza pretesa, e che mai, neanche allenandosi, avrebbe potuto acquisire la mia tecnica e la mia abilità con entrambi i piedi. Lui mi conosceva, quindi, sapeva che ero ambidestro, conosceva il mio nome e sosteneva di avermi visto giocare più volte, e che ero molto forte. La risposta al mio quesito era davanti ai miei occhi, a quel punto, ma come in una novella di Poe non riuscivo a vederla, proprio perché era troppo evidente.

Non resistetti più e gli chiesi, a bruciapelo, scusandomi per l’assurdità della domanda e per non averlo riconosciuto, chi fosse lui. Mi aspettavo che restasse sconcertato da quella mia richiesta, e invece cominciò a scusarsi, con fin troppo zelo, asserendo che avevo ragione, che era stato sciocco, da parte sua, non presentarsi e pretendere che io potessi ricordarmi di lui. Mi disse che quattro – cinque anni prima, in un paesino confinante al mio, lui mi aveva visto giocare in un torneo organizzato da un suo amico, che avevo vinto il titolo di capocannoniere e lo avevo deliziato con alcune mie giocate. Aggiunse che ero tornato anche nei due anni successivi e che lui aveva sempre tifato per me, perché, anche se lui non sapeva giocare, gli piaceva che io, mingherlino e veloce, riuscissi a superare difensori fisicamente molto più prestanti di me. A lui piacevano, disse, “le giocate strane”, e ricordava come io, talvolta, sbagliassi gol facili, ma ne facessi di difficili, e di come un mio compagno di squadra mi urlasse dietro per indurmi a giocare in maniera più semplice.

Lo Sconosciuto, insomma, era stato un mio spettatore per tre tornei di fila. Ricordava anche che nel secondo torneo mi ero presentato con la chioma bionda, cosa che mi fece ritornare, con la mente, a quel periodo e alle strambe motivazioni che potevano avermi indotto a tingermi i capelli in quel modo osceno. Gli chiesi se, nel corso di quei tornei, avessimo mai scambiato qualche parola. Nonostante la risoluzione del mistero, volevo accertarmi ancora di più che la mia memoria, nello specifico, non avesse subito menomazioni gravi. Lui mi disse che no, che non avevamo mai parlato, che lui era più chiuso, in quel periodo, e che si era limitato, alla mia uscita dal campo, a toccarmi la schiena per farmi i complimenti.

Parlammo un altro po’ di calcio e poi ci salutammo. Da quel giorno sono passati diversi anni e non ho pi incontrato il mio antico estimatore sconosciuto. Mi domando se adesso, incontrandolo, lo riconoscerei, e se lui riconoscerebbe me.

P.s.: nell’apposita sezione, per i più masochisti, gli altri “Racconti ingabbiati”.

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