Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per la categoria “Racconti”

“Milena. IV” (n. 30 da “Frammenti da un camino”)

L’improvvida idea di Marco aggiunse un carico ulteriore alle riflessioni che Milena sviluppò due ore dopo, prima di addormentarsi. Aveva adempiuto ai “doveri” di compagna limitandosi a qualche bacio non troppo convinto e adducendo la stanchezza come alibi per respingere le focose brame di Marco. Una volta rimasta sola, i suoi pensieri si biforcarono lungo due direzioni, in apparenza divergenti, in realtà intimamente connesse e contorte. All’estenuante ricerca di una plausibile via d’uscita dalla storia con Marco, si aggiungeva il vivido ricordo della serata trascorsa con Arturo, nonché quello di una telefonata intercorsa con quest’ultimo la sera seguente, durante la quale l’uomo, che comunque restava figura piuttosto ambigua, aveva stimolato più in profondità l’animo di Milena, con parole che egli aveva già sapientemente distillato nell’incontro dal vivo, ma che in quella circostanza erano state parzialmente obnubilate dalla sua prestanza fisica, fonte di languida distrazione per Milena.

Lei, pur non ipocrita da negare l’importanza di un aspetto estetico che solleticasse le sue elucubrazioni meno filosofiche, era però, per natura, e fino a prova contraria, propensa ad assecondare solo qualcuno che potesse stimolarla anche o soprattutto con argomenti meno corporei e più intellettivi. Arturo, nel corso dell’incontro e ancora di più nella telefonata, era riuscito proprio a scalfire quella sorta di corazza che Milena aveva costruito negli anni, un filtro selettivo che, congiuntamente alla lunga storia con Marco, le aveva quasi impedito di accorgersi dell’esistenza di altri uomini.

Nel chiuso della camera, cercava di isolare qualche momento della serata o della telefonata, per focalizzare meglio l’attenzione sui dettagli e sfuggire alla generale difficoltà che stava provando nel tentativo di comprendere in chi si fosse imbattuta. Era svanita quell’avversione istintiva, e del resto altrimenti non avrebbe neanche accettato l’invito a uscire, ma tuttora non capiva perché, ed era proprio l’incapacità di spiegarsi il mutamento a turbarla. Certamente, lui aveva tirato fuori un colpo ad effetto quando, all’incirca a metà serata, aveva estratto dalla giacca un taccuino rosso, nel quale c’erano poesie e riflessioni varie che lui aveva “elaborato qua e là per il mondo, tra una stazione e l’altra”. Lei, piuttosto scettica all’istante, restò invece sorpresa dalla qualità degli scritti e azzardò anche una richiesta di chiarimento su un brano che l’aveva colpita, alla quale lui oppose un laconico “è scritto così, non so cosa avessi in mente quella sera”.

Una risposta così tranciante avrebbe potuto rinvigorire l’antipatia e le perplessità di Milena, ma così non era stato, perché Arturo, intanto, aveva parlato molto e quasi sempre di sé, ma in mondo da non apparire fastidiosamente egocentrico, bensì quasi come se tutto accadesse per un destino non governabile, portando Milena ad affidarsi al suo eloquio, affascinata da un uomo che stava dimostrando di possedere un cervello interessante quanto le possenti spalle.

Di solito non parca di parole, Milena quella sera parlò poco, semplicemente perché sopraffatta dalla cadenzata logorrea di Arturo, che riusciva, non si capiva neanche bene come, a spostare la conversazione su argomenti generici, quali la poesia, la libertà, la solitudine e simili, in modo da impedirle un’indagine più incisiva su alcune questioni meno astratte, cosa che peraltro lei non aveva granché voglia di fare, se si eccettua una domanda circa gli impegni di Arturo, che lui eluse asserendo di svolgere un lavoro che lo “portava a girare molto l’Italia, ma anche il mondo”, un lavoro che gli serviva “solo per vivere”, e che valeva ”quanto ne varrebbe un altro, a parità di condizioni economiche e di libertà”. Un lavoro, infine, che non s’era capito quale fosse.

Non era semplice, anche o soprattutto a distanza di giorni, farsi un’idea di Arturo, ma una cosa in particolare aveva colpito Milena: l’insistenza con cui lui aveva più volte sottolineato il suo bisogno di solitudine e di libertà, due parole gigantesche, dalle enormi implicazioni, sulle quali lei si era spesso impantanata e che parevano ossessionarlo. Ora, ma solo ora, le sovvenne che avrebbe potuto chiedergli di specificare meglio cosa egli intendesse con libertà e solitudine, e come conciliare quel bisogno espresso con la fattualità di loro due seduti al tavolo di un bar. Perché, se aveva così sete di solitudine, lui l’aveva invitata? Qual era il suo scopo? O meglio, dando per scontato che il fine di Arturo fosse il più banale da indovinare, quale era il suo, di Milena? A questa domanda, dalle implicazioni ben più complesse, preferì non rispondersi, non quella sera.

(Gli altri frammenti nella sezione a ciò inutilmente preposta)

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“II. Milena” (n. 28 da “Frammenti da un camino”)

– Stasera ti offrirò una birra, alle nove. Dove abiti?

Per quale motivo aveva accettato, sia pure rimandando al giorno successivo? Milena non sapeva rispondersi e, scrutando i volti riflessi nel finestrino della metro, ipotizzava un cambiamento di programma: scendere a Piazza di Spagna, starsene un po’ lì a zonzo e tornarsene a casa, lasciando il misterioso Arturo in sterile attesa. Sarebbe stato più razionale, ma lei, ora, aveva voglia di razionalità o piuttosto di altro? Inoltre, non avrebbe saputo spiegargli il perché di una ritirata. Non poteva scappare, non più. In fondo, il peggio che potesse succedere era trascorrere una serata noiosa; al meglio, preferiva non pensare, perché le incuteva ancora più inquietudine. Com’era stato possibile che, in un paio di settimane, quell’antipatia iniziale si fosse tramutata in questa destabilizzante sensazione di curiosità? Cosa si celava oltre i limiti che i ruoli da cliente e commessa imponevano loro?

Le voci degli altri passeggeri fungevano da morbido sottofondo alla danza di pensieri sconnessi che si librava nella testa di Milena. Adesso riviveva il drastico passaggio dal “lei” al “tu”; le si era avvicinato mentre riponeva alcuni libri negli scaffali e, senza premesse, le aveva rivolto quelle parole che, più che a una domanda, assomigliavano a un imperativo senza alternative.

– Eh… No, non posso, ho un impegno con… una mia amica, – aveva balbettato.

“Una mia amica”, questo era diventato Marco, ignaro, oltre che del sopravvenuto mutamento di sesso, anche dell’abisso che, inesorabile, si stava spalancando sotto di lui. Milena si chiedeva perché avesse mentito ad Arturo, invece di dirgli semplicemente che non voleva vederlo. E la risposta era tanto semplice quanto spiazzante: lei voleva vederlo. Aveva svicolato in quel modo poco convincente, tanto che adesso era sicura che Arturo, quella mattina, avesse già capito tutto. Si era tradita con quella due brevi ma significative pause.

Percepiva una metamorfosi in atto e, per quanto cercasse di rimandare le riflessioni a dopo l’incontro, autoconvincendosi che si stava solo recando a bere un bicchiere con un conoscente e nulla più, non poteva respingere l’orda sinaptica che la assaliva. A un pensiero ne seguiva un altro, ma tutto in modo caotico, senza che riuscisse a cogliere quale fosse, e se ci fosse, un punto dal quale dipanare la matassa. Cercava di scindere la curiosità per ciò che sarebbe accaduto di lì a poco da quel che, invece, era già fissato nella sua esistenza e destinato a finire. Arturo da una parte e Marco dall’altra. L’uno, privo di un passato e dall’ignoto presente; l’altro ancora presente, senza futuro ma con un gigantesco carico di passato. Non doveva mescolare le cose, l’incontro con Arturo non era necessariamente legato all’incombente fine della storia con Marco, eppure era inevitabile confondersi, e persino inquietarsi nell’ammettere che aveva una voglia enorme di parlare con l’odioso Arturo, mentre alla sola idea di Marco, dell’innamorato Marco, uno sbadiglio le saliva sulle labbra a certificare l’agonia di quella lunga storia d’amore, la prima e l’unica per lei. “Siamo labili, deboli, crudeli”, pensò, atterrita nel vedersi proseguire, comunque, verso l’ambigua destinazione Arturo.

– Ieri in realtà dovevo uscire con il mio ragazzo, – disse ad Arturo, venti minuti dopo, mentre seduti l’uno di fronte all’altro sorseggiavano una birra, parziale ristoro dall’afa terrificante di quella sera.

– Per me non cambia granché, ora sei qui, – rispose lui, con la solita aria glaciale, ma condita da un accenno di sorriso che fatalmente la investì.

Le venne voglia di vuotargli il boccale di birra in testa, proprio come avrebbe voluto fare con lo scaffale qualche settimana prima, per vedere se finalmente lui avesse dismesso quella maschera enigmatica. Ma anche stavolta non fece nulla, anzi restò attonita di fronte a quella risposta, a quello sguardo, a quel petto esuberante che, libero dai soliti vestiti eleganti che egli indossava, sembrava volesse esondare da una maglietta aderente. Milena smaniava per qualcosa d’indefinito, ma fece finta che tutto fosse sotto controllo, anche se davvero nulla lo era. Perché, altrimenti, oltre alla persistente voglia d’infrangergli un bicchiere in testa, aveva voglia anche di avvilupparsi a quelle labbra, per scoprire il sapore sarcastico del ghiaccio in cui sembravano essere intagliate?

(Gli altri frammenti nell’apposita sezione)

“Nove racconti” (Jerome David Salinger)

salinger

“- Sì. Solo non capisco perché non ne parli a Lew, una volta o l’altra.

– Perché? Perché non è abbastanza intelligente, ecco perché, – disse Eloise. – E poi, stammi a sentire bene, carrierista. Se mai ti capitasse di risposarti, a tuo marito non devi dire assolutamente niente. Mi hai sentita?

– Perché? – disse Mary Jane.

– Perché te lo dico io, ecco perché, – disse Eloise. – Vogliono andare a dormire sicuri che hai passato tutta la vita a vomitare ogni volta che ti veniva vicino un ragazzo. Non scherzo mica, sai? Oh, per parlare puoi parlare. Ma non sul serio: mai. Voglio dire, non sul serio. Se gli racconti che una volta conoscevi un bel ragazzo, devi dirgli prima ancora di aver finito la frase che era troppo bello. E se gli dici che hai conosciuto un ragazzo spiritoso, gli devi dire che però era uno sbruffone, oppure una linguaccia. Se non fai così, ti rinfacciano il tuo poveretto tutte le volte che possono. – Eloise s’interruppe per bere e pensare. – Oh, – disse, – ti stanno a sentire con aria molto comprensiva, questo sì. Fanno persino la faccia intelligente. Ma non ci cascare mai. Credi a me. Patirai le pene dell’inferno, se t’illudi che possano essere intelligenti. Parola mia.

Mary Jane, con aria depressa, alzò il mento del bracciolo del divano. Per cambiare, lo appoggiò sull’avambraccio. Rifletté sul consiglio di Eloise. – Non puoi dire che Lew non sia intelligente, – disse a voce alta.

– Lo dici tu.

– Voglio dire, m’è sempre sembrato intelligente, no? – chiese Mary Jane, con innocenza.

– Oh, – disse Eloise, – a che serve parlare. Piantiamola. Ti mette solo di cattivo umore. Fammi star zitta.

– Ma allora, scusa, perché te lo sei sposato? – disse Mary Jane.

(Jerome David Salinger, “Nove racconti”, ed. Einaudi)

A parziale dimostrazione che il tanto vituperato “mondo virtuale” talvolta può essere una fonte preziosa, devo dire che sono arrivato ai “Nove racconti” di Salinger grazie alla foto che una persona aveva pubblicato su Facebook. A prescindere da ciò, il libro è stato per me una piacevole “scoperta”, dal momento che “Il giovane Holden”, romanzo dello stesso autore, non mi aveva entusiasmato quando lo avevo letto anni fa. Anche se il ricordo di quella lettura è ormai lontano, devo dire che nella dimensione del racconto Salinger mi ha convinto, in almeno sette dei nove racconti.

Le storie sono narrate con ironia e grazia, con dialoghi avvincenti e in generale una scrittura scorrevole, presumo agevolata anche dalla traduzione di Carlo Fruttero. Come anticipato, solo un paio di racconti mi hanno convinto meno, quelli finali, forse non a caso i due più lunghi, quasi a confermare che per me Salinger rende meglio nel breve. Le situazioni descritte sono eterogenee. Si va da una conversazione tra amiche dal tono nostalgico a quella tra due amiche reduci da una partita di tennis, o quella telefonica tra un uomo che è a letto con la compagna del suo interlocutore. Ma descrivere didascalicamente le singole storie non ha granché senso, perché non mi riuscirebbe l’impresa di trasmettere la bellezza di molte pagine del libro. Promosso al punto da farmi considerare l’ipotesi di rileggere, prima o poi, anche “Il giovane Holden”.

“Il bene sia con voi!” (Vasilij Grossman)

vasilij grossman

“- Devi capire, – diceva suo padre – che la gente non si preoccupa per il fatto che la macchina diventerà uguale all’uomo o addirittura migliore di lui. Nessuno se ne ha a male e nessuno se ne spaventa. Non fa paura, l’uguaglianza fra uomo e macchina. A far paura è l’uomo, non la macchina. È la paura inconscia dell’uomo verso l’uomo; non è la macchina, ma l’uomo stesso a minacciare il suo prossimo. Lo capisci? Non si ha paura dell’uguaglianza tra uomo e macchina, ma della disuguaglianza fra gli uomini generata dall’uguaglianza con la macchina. È questo il guaio! Si ha paura che l’uguaglianza con la macchina renda l’uomo impotente nella lotta per la libertà, eterno schiavo non delle macchine ma degli uomini. Si ha paura che l’equivalenza con un aggeggio inanimato accentui una disumanità senza precedenti…”

(Vasilij Grossman, “Il bene sia con voi!”, ed. Adelphi)

Nella lista dei libri da leggere, da tempo ho inserito “Vita e destino” di Vasilij Grossman. Un paio di mesi fa, trovandomi davanti “Il bene sia con voi!”, decisi di comprarlo, quasi per introdurmi alla lettura di un autore che fino allora non avevo mai letto. Iniziai a leggerlo e, dopo una ventina di pagine, lo abbandonai, perché mi stavo annoiando o forse, più precisamente, perché non era il momento giusto. Un paio di giorni fa, infatti, ho riprovato a leggere “Il bene sia con voi!” e il risultato è stato molto diverso. Ho scoperto che non avevo sbagliato acquisto e che i racconti contenuti nel libro mi hanno convinto quasi tutti.

Oltre allo splendido racconto dedicato alla Madonna Sistina di Raffaello, del quale ho già riportato alcuni estratti su questo blog, sono presenti altri otto racconti scritti tra il 1943 e il 1963, anno antecedente la morte dell’autore. Spesso in primo piano e talvolta sullo sfondo, c’è la guerra, l’orrore del nazismo e le ripercussioni dello stesso in Russia. Sarebbe riduttivo, però, sostenere che si tratti solo di ciò, perché Grossman è abile sia quando ci racconta del viaggio nei paesini dell’Armenia (racconto che dà il titolo al libro), sia quando ci descrive la nostalgia per Mosca nel periodo in cui lavorava in un laboratorio minerario, o ancora quando riflette sulla morte all’interno di un cimitero.

In sostanza, sono ben lieto di aver riprovato e prossimamente andrò all’assalto di “Vita e destino”.

“I primi minuti per le strade di una città sconosciuta hanno un qualcosa che i mesi successivi – gli anni, persino – non riusciranno a scalfire. Sono momenti in cui dal forestiero si sprigiona un’energia visiva che definirei atomica, una capacità d’attenzione che ha una forza nucleare. Egli si imbeve, si impregna, si intride di quell’enorme universo con un’intensità penetrante, con un’emozione che tutto pervade: le case, gli alberi, i volti dei passanti, le insegne, le piazze, gli odori, la polvere, il colore del cielo, l’aspetto dei cani e dei gatti. Divinità onnipotente, in quei minuti l’uomo genera un mondo nuovo, crea, costruisce dentro di sé una città con tanto di piazze, strade, corti e cortili, con i suoi passeri, la sua storia millenaria, le sue attività industriali e commerciali, il teatro dell’Opera e le trattorie. E la città che all’improvviso emerge dal nulla è una città insolita, diversa dalla città reale, è una città che gli appartiene, una città in cui le foglie d’autunno frusciano come in nessun altro luogo, la polvere ha un odore tutto suo e i bambini conoscono un modo particolare di tirare con la fionda. Continua a leggere…

Doppio sguardo, una sorta di felicità

Mentre ero su un autobus provinciale, guardando il mio e l’altrui riflesso nel vetro del finestrino, mi è tornato alla mente un breve racconto di Julio Cortázar, ambientato nel vagone di una metropolitana e nel quale l’autore descrive, in una decina di pagine, un “gioco” che il protagonista svolge con l’inconsapevole complicità dei passeggeri e soprattutto delle passeggere. Di seguito l’inizio del racconto.

“Adesso che lo scrivo per altri tutto ciò potrebbe esser stato la roulette o l’ippodromo, ma quel che cercavo non era denaro, a un certo momento avevo cominciato a sentire, a decidere che un vetro del finestrino del metro poteva portarmi la risposta, l’incontro con una sorta di felicità, esattamente qui dove tutto avviene sotto il segno della più implacabile rottura, entro un tempo sotto terra che un tragitto fra stazione e stazione disegna e limita così, inappellabilmente sotto. Dico rottura per comprendere meglio (dovrei comprendere un sacco di cose da quando ho iniziato a giocare il gioco) quella speranza di una convergenza che forse mi sarebbe stata data dal riflesso in un vetro di finestrino. Superare la rottura che la gente non sembra avvertire sebbene vai a sapere che cosa pensa questa gente affaticata che sale e scende dai vagoni del metro, quel che cerca oltre il trasporto questa gente che sale prima o dopo per scendere dopo o prima, che solo si trova in una zona del vagone dove tutto è deciso in precedenza senza che nessuno possa sapere se usciremo insieme, se io scenderò per primo oppure quell’uomo magro con un rotolo di carte, se la signora anziana in verde continuerà fino al capolinea, se quei bambini scenderanno ora, è evidente che scenderanno perché raccattano quaderni e righe, si avvicinano ridendo e giocando alla porta mentre là nell’angolo una ragazza si sistema per restare, per rimanere ancora molte stazioni sul sedile finalmente libero, e quell’altra ragazza è imprevedibile, Ana era imprevedibile, si manteneva molto eretta contro lo schienale sul sedile, dalla parte del finestrino, era già là quando salii alla stazione Étienne Marcel e un negro abbandonò il sedile di fronte e parve che la cosa non interessasse nessuno e io potei scivolare con una scusa qualsiasi fra le ginocchia dei due passeggeri seduti dalla parte del corridoio e mi trovai di fronte ad Ana e quasi subito, perché ero sceso nel metro per giocare ancora una volta al gioco, cercai il profilo di Margrit nel riflesso del vetro del finestrino e pensai ch’era carina, che mi piacevano i suoi capelli neri con una specie di breve ala ad acconciarle in diagonale la fronte.

Non è vero che il nome di Margrit o Ana sorgesse in seguito o che sia ora un modo di distinguerle nella scrittura, cose come questa si davano per decise istantaneamente nel gioco, voglio dire che in alcun modo il riflesso nel vetro del finestrino poteva chiamarsi Ana, così come non poteva neppure chiamarsi Margrit la ragazza seduta di fronte a me che non mi guardava e aveva lo sguardo smarrito nella noia di quell’interregno in cui tutti paiono consultare una zona di visione che non è quella circostante, eccetto i bambini che fissano e in pieno le cose fino al giorno in cui gli viene insegnato a collocarsi anch’essi begli interstizi, a guardare senza vedere con quell’ignoranza civile di ogni vicina apparenza, di ogni possibile contatto, ognuno installato nella propria bolla d’aria, allineato fra parentesi, preoccupato dal perdurare della minima aria libera fra ginocchia e gomiti altrui, rifugiandosi in <<France Soir>> o in libri tascabili, sebbene quasi sempre come Ana, occhi collocati nel vuoto fra quanto è veramente visibile, in quella distanza neutra e stupida che andava dalla mia faccia a quella dell’uomo concentrato nel <<Figaro>>. Ma allora Margrit, se qualcosa potevo prevedere era che a un certo punto Ana si sarebbe voltata distratta verso il finestrino e allora Margrit avrebbe visto il mio riflesso, l’incrociarsi degli sguardi nelle immagini di quel vetro in cui l’oscurità della galleria pone il suo mercurio attenuato, la sua felpa violetta e mobile che dà alle facce una vita su altri piani, gli toglie quell’orribile maschera di gesso delle luci municipali del vagone e soprattutto, oh sì, non avresti potuto negarlo, Margrit, fa guardare davvero quell’altra faccia del vetro perché durante il tempo istantaneo del doppio sguardo non esiste censura, il mio riflesso nel vetro non era l’uomo seduto di fronte ad Ana e che Ana non doveva guardare apertamente in un vagone di metro, e inoltre colei che stava guardando il mio riflesso non era Ana ma Margrit nel momento in cui Ana rapidamente aveva sviato gli occhi dall’uomo seduto di fronte a lei perché non stava bene guardarlo, voltandosi verso il vetro del finestrino aveva visto il mio riflesso in attesa di quell’attimo per poter sorridere lievemente senza alcuna insolenza o speranza quando lo sguardo di Margrit fosse caduto come un uccello nel suo sguardo. Durò forse un secondo, forse un po’ di più perché sentii che Margrit aveva avvertito quel sorriso che Ana condannava non fosse altro che con il solo gesto di chinare il viso, di esaminare vagamente la chiusura della borsa di pelle rossa; ed era quasi giusto continuare a sorridere anche se Margrit ormai non mi guardava più perché in un certo senso il gesto di Ana accusava il mio sorriso, continuava a sentirlo e non occorreva più che lei o Margrit mi guardassero, meticolosamente comprese nel provare la chiusura della borsa…”

(Julio Cortázar, estratto da “Manoscritto trovato in una tasca”, in “I racconti”, ed. Einaudi)

“Il vino di Nadia” (n. 25, da “Frammenti da un camino”)

– Ti hanno lasciata s­­ola? – le chiese il gestore del locale, uno che, per fortuna, non aveva intenzione di erudirla sulle cause della crisi economica o, ancora peggio, illuminarla sul perché “una bella ragazza non possa restarsene sola”.

– Sì, ma non c’è problema, qualcuno forse arriverà, o forse no, io sono in avanscoperta, – rispose Nadia sorridente. – Potrei avere un bicchiere di vino rosso? – aggiunse.

Nella cantina, quella sera, c’erano undici persone, Nadia le aveva contate. Cinque erano nell’altra stanza, se ne sentiva solo l’eco di risate più o meno forzate. Nelle sue vicinanze, invece, c’erano due ragazze sedute all’angolo, e poi due uomini e una donna, al tavolo accanto al suo. Uno dei due, che la conosceva meglio, la invitò ad unirsi a loro.

– Sto più comoda su questa poltrona, grazie, – addusse come scusa, restandosene in disparte.

– Ok, come vuoi, – osservò laconico il ragazzo, perplesso da quel rifiuto imprevisto.

Non aveva alcuna voglia di partecipare a discussioni su argomenti che non le interessavano, Continua a leggere…

“Al final” (n. 24, da “Frammenti da un camino”)

Al final. Alla fine. Dello spagnolo, che pure gli appariva musicale e suadente, non conosceva granché, consapevole che non bastasse aggiungere una s alla fine delle parole per districarsi. Al final, peraltro, non aveva alcuna s, e poi non era così sicuro che la ragazza seduta al tavolo di fronte al suo avesse detto proprio quelle parole. Eppure aveva percepito proprio al final e l’aveva tradotto, in maniera del tutto arbitraria, in alla fine. Avrebbe controllato una volta tornato al paese, non potendo verificare alcunché causa l’agonizzante batteria dello smartphone, recente e ingiustificato sbalzo nella modernità che si era concesso due mesi prima.

Al final, dunque, sì, ora se ne era convinto, la ragazza aveva detto proprio così, aggiungendo poi qualcosa in direzione dei suoi tre commensali, un’altra giovane donna e due persone, che fantasticò essere la sorella, la madre e il padre. A un tavolo più lontano sedeva un solitario come lui, mentre a destra c’erano tre incravattati e ridenti personaggi che disquisivano con fare forbito su gare d’appalto, forniture e contratti da stipulare tra un Ente e un’Azienda. Le loro chiacchiere, tuttavia, erano state sopraffatte da quelle due parole, Al final, che aveva estratto da chissà quale discorso, magari da una discussione sul menù che la mora aveva tra le mani. Alla fine mangerò una pizza, forse la spagnola aveva detto questo.

Al final, alla fine, poco contava cosa avesse detto la ragazza, che appena entrata nel locale aveva attirato le sue attenzioni per altri motivi, meno grammaticali. Gli sembrava che quel Al final fosse stato piazzato lì dal caso, quel caso su cui s’interrogava senza mai capire cosa intendesse lui con la parola caso, ma che ad ogni modo lo stava inducendo a una sorta di bilancio di quelle due giornate passate in una solitudine scelta e subita. Il cameriere gli portò il piatto, lui chiese il permesso al quadro raffigurante il calciatore idolo della città e inforcò un nugolo di spaghetti. Guardando la piccola brocca con il quarto di vino, gli sovvennero altre parole, come un eco lontana ma non per questo inudibile. Continua a leggere…

“Io e te siamo una coppia metodica”

La mia ragazza aveva deciso di essere metodica e di rendere metodico tutto il nostro rapporto, sottovalutando che io fossi, nell’animo, già più metodico di quanto potessi apparirle, e di certo più metodico di lei, nonostante la mia tendenza a divagare, ad aprire parentesi, a costruire frasi contorte piene di subordinate all’apparenza infinite, potesse far pensare che io, di Metodo, ne avessi ben poco. Invece ne avevo e tuttora ne ho, e lei dev’essersene accorta, alla fine. Adesso la nostra relazione è piena di Metodo, di regole costanti, precise, puntali, che regolamentano la nostra storia, norme che abbiamo stabilito assieme, perché il gioco è bello, ma dev’essere anche sottoposto a vincoli e limiti che i giocatori devono rispettare, altrimenti non è più un gioco, ma una guerra.

Le nostre regole sono il presupposto fondamentale affinché il Metodo abbia la sua pratica applicazione, e il Metodo è, a sua volta, la cornice che rende possibile tenerci avvinti, sì da scongiurare il rischio che tutto finisca per volatilizzarsi. Ci vuole Metodo, insomma, su questo io e lei siamo sempre stati d’accordo, Continua a leggere…

“Come ho avuto la conferma di essere brutto dentro”

A meno di non ambire a far la parte del cattivone in un romanzo giallo, sospettare di essere brutti dentro non è gratificante, sebbene sia preferibile ad averne la certezza scientifica. Io non ho mai pensato di essere bello dentro, mentre sul fuori mi astengo, perché non è oggetto di questo delirante articolo e poi, a dirla tutta, questa distinzione tra dentro e fuori lascia il tempo che trova, quasi fossimo ancora qui a contrapporre anima e corpo, oppure amore e odio. In ogni caso, anche se qualcuno asserì che “l’essenziale è invisibile agli occhi”, si può affermare almeno che, se non l’essenziale, almeno il minuscolo è più visibile al microscopio; inoltre, l’esperienza insegna che se “il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”, appare altrettanto evidente che “lo stomaco ha ragioni che né il cuore né il cervello conoscono”. Sto divagando, torno alla scoperta della mia bruttezza interiore.

I più antichi, fedeli e soprattutto masochisti lettori di queste pagine forse ricorderanno un frammento di cenere estratto dal mio camino, nel titolo del quale facevo riferimento a “notti gastriche”, Continua a leggere…

“Zone di Sospensione” (da “Frammenti da un camino”, n. 23)

L’uomo seduto di fronte a lei sembrava uno di quei pesciolini rossi che da piccola osservava, esposti alle fiere di paese, prigionieri, boccheggianti, mesti e assurdi all’interno della boccia d’acqua. Stava dicendo qualcosa, incurante del fatto che lei, poco prima, avesse indossato le cuffiette per estraniarsi da lui e dal resto del vagone. Quando, per pura cortesia, tolse gli auricolari, sentì la voce del dirimpettaio che esponeva un’abusata metafora sul viaggio come simbolo dell’intera esistenza. Stroncò con garbo il discorso e tornò a isolarsi.

Gli auricolari le servivano come barriera tra lei e il mondo. Viaggiare, per lei, non era tanto, o non solo, spostarsi da un luogo a un altro, e nemmeno dare a luoghi fisici una valenza simbolica; significava, aveva scritto un giorno, avere “ore di sospensione dal devo-fare/devo-essere, in un non-luogo, esonerata dal dovere-/volere-essere, autorizzata a godermi il malessere, la musica, insieme a due cose con le quali ho un rapporto straziante e meraviglioso: la mia testa e le facce di sconosciuti di passaggio.” Per garantirsi questa Zona di Sospensione, adottava strategie che scoraggiassero inopportune invasioni. Le più classiche erano la lettura di un libro e, appunto, l’ascolto di musica tramite auricolari. Questo non eliminava il mondo attorno a lei e le sue insidie; Continua a leggere…

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