Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il castello

“Il castello, i cui contorni già cominciavano a svanire, sorgeva silenzioso come sempre, K. non vi aveva ancora mai scorto il minimo segnale di vita, forse non era neppure possibile distinguere da quella distanza eppure gli occhi lo pretendevano e non volevano tollerare una simile quiete. Quando K. contemplava il castello, spesso gli sembrava di osservare qualcuno che se ne stesse là seduto tranquillamente e guardasse davanti a sé, non assorto nei suoi pensieri e dunque inaccessibile a tutto il resto, come se fosse solo e nessuno lo osservasse; eppure doveva accorgersi di essere osservato, tuttavia questo non scalfiva minimamente la sua tranquillità e davvero (non si capiva se ne fosse la causa o l’effetto) gli sguardi dell’osservatore non riuscivano a reggersi e scivolavano via. Questa impressione oggi era ulteriormente rafforzata dall’oscurità precoce, quanto più egli guardava, tanto meno distingueva, tanto più profondamente tutto annegava nella penombra”.

(Franz Kafka, “Il castello”, ed. Einaudi)

Kafka se ne sta lì, in agguato, sullo scaffale, mi guarda sempre, m’inquieta e alla fine mi convince a rileggermi un suo racconto, di quelli più brevi, di una sola pagina, e io ci casco, convinto che riuscirò davvero a leggere solo quel racconto e non mi farò avviluppare di nuovo da lui, con il risultato di trovarmi invece invischiato, per l’ennesima volta, nelle sue trame. Così è accaduto anche stavolta, tutto è nato dalla rilettura de “La metamorfosi” e degli altri racconti pubblicati in vita; poi è stata la volta de “Il processo” e adesso eccomi qua, alle prese con “Il castello”. Nell’articolo dedicato alle vicende “processuali” di Josef K. ho già segnalato l’enorme difficoltà, per me, di scrivere su un autore come Kafka, e mi sono avvalso della collaborazione illustre di autori quali Adorno, Camus e Benjamin, ai quali, forse, chiederò supporto anche nella stesura di quest’articolo, nel quale vorrei esprimere ancora una volta la mia smisurata ammirazione per questo scrittore, per quest’uomo, e dico per l’uomo perché, nonostante non abbia avuto modo di conoscerlo (ma chi conosciamo realmente?) per ovvi motivi, l’ho sempre sentito affine a certi miei modi di sentire e approcciarmi alla realtà. In questo senso, la lettura dei suoi diari, operazione che per altri autori mi ha fatto scindere uomo e scrittore, mi “confortò”, aumentando la stima che provavo (e provo) per Kafka.

L’agrimensore K. sostiene di essere stato chiamato dal castello per svolgere il proprio lavoro, e si reca nel villaggio collegato al castello stesso per essere accolto. Sin dal primo capitolo ci rendiamo conto che tutte le strade sembrano collegare il villaggio al castello, ma le medesime strade deviano senza mai giungere alla metà. Questo, almeno, per chi, come K., è escluso dall’esistenza che si svolge nel castello stesso. K., quindi, cerca ospitalità negli abitanti del villaggio, a partire dalla locanda presso la quale è giunto, tutt’altro che ospitale con lui. Lui è straniero nel posto, e quindi, se al momento non può lavorare come agrimensore, dovrà almeno integrarsi nel villaggio in qualche modo. Come egli stesso afferma, per lui ci sarebbe da disperarsi se non fosse lì per uno scopo ben preciso, cioè riuscire a entrare al castello per svolgere il proprio lavoro. Il problema è che, dal castello stesso, sembrano essere di un’opinione diversa: non c’è bisogno di alcun agrimensore e non si capisce su quali basi K. si senta autorizzato a una simile pretesa. “Sembrano”, ho scritto, perché in realtà i contatti con il castello non sono mai diretti, ma si svolgono attraverso surreali scambi telefonici con funzionari del castello dalla dubbia identità, o ancora peggio tramite messaggeri che fanno la spola tra il castello e il villaggio. Quello assegnato a K. è Barnabas, che per svolgere un ruolo così delicato appare inadeguato e la cui famiglia, per via di una vicenda accaduta alla sorella Amalia, è stata relegata ai margini dal resto della comunità.

A K. sono stati assegnati, per le sue mansioni, anche due aiutati, goffi, bambineschi, che sono solo un impaccio per K. Come già ne “Il processo”, anche qui troviamo due personaggi legati a stretto filo tra loro, talmente tanto da essere pressoché indistinguibili e perciò chiamati da K. con un unico nome. Il castello, appare evidente, non è solo un banale per quanto affascinante residuo di altre epoche, anzi sotto questo profilo è descritto in modo tutt’altro che accattivante. Il castello è soprattutto un simbolo di altro. Su cosa sia questo altro, le interpretazioni possono divergere, perché una lettura solo laica può scorgere il esso il simbolo del potere burocratico-politico-amministrativo-giudiziario dal quale K. è escluso e che lo vessa; una lettura solo religiosa può invece sottolineare la sete di divino, di assoluto, sete destinata a restare inappagata, perché i membri del castello non sono visibili, eppure sete feroce, viva nella carne, molla dell’agire di K.; qualcun altro potrà scorgere nel castello la metafora della ricerca perenne di una grazia femminile. A me pare che ciascuna di queste letture, e altre ne sono certo possibili, colga aspetti fondamentali, ma che nessuna possa essere esclusiva, e questo perché la grandezza di Kafka sta nell’alludere, nell’offuscare, nell’ingarbugliare, nel velare ciò che, del resto, è già offuscato, velato e ingarbugliati di per sé, cioè l’intero mondo. Il castello sta lì, placido e apparentemente indifferente alle nostre misere battaglie quotidiane, eppure non è proprio così, perché il castello sa intervenire e lo fa nelle forme che ritiene opportune e che noi non sospettiamo, perché i funzionari del castello sono mimetici, sfuggenti, possono essere osservati solo a certe condizioni e mai del tutto, ma sempre attraverso un buco della serratura, e solo da chi si trova nelle condizioni di fatto e spirituali per poterli cogliere.

“Il castello” è un capolavoro nonostante sia rimasto incompiuto, perché a mio avviso non poteva esserci conclusione migliore di quest’incompiutezza, che è, in fondo, la sensazione perenne che accompagna chi si pone sempre domande e sposta in là il limite delle domande stesse, conscio che non si potrà rispondere a tutto, ma spinto a chiedersi comunque il senso di questo tutto. I singoli capitoli de “Il castello” sono strutturati in modo da presentarci, anche all’interno degli stessi e non solo nel complesso del romanzo, la lotta impari tra K. e i funzionari del castello; K. cerca di trovare appigli che possano avvicinarlo al castello o almeno a scoprire le dinamiche, ma questa sua battaglia è destinata a infrangersi continuamente contro un mare gonfio di ostacoli, di rapporti interpersonali ambigui, d’identità mai del tutto certe. K. conosce Frieda, che fa la cameriera nell’Albergo dei Signori, e che conosce Klamm, colui che dovrebbe essere il direttore di K. e che lui riesce a scorgere solo per pochi istanti grazie alla complicità di Frieda. La donna ricambia il suo amore e lascia l’albergo, ma poi sospetta di essere, per K., sono un mezzo per giungere al fine principale, cioè l’approdo al castello.

Gli altri personaggi del villaggio sono anch’essi visti in ottica castello, dall’ostile ostessa della Locanda del Ponte, dove inizialmente alloggia K., al sindaco, passando per il maestro della scuola o ancora per i lavoratori del posto. Ciascuno potrebbe essere utile a K. per avere notizie del castello o, ancora di più, per aiutarlo a entrarvi, ma le loro stesse esistenze non sono così chiare. Il groviglio che ne deriva è inestricabile e Kafka è abilissimo nel tessere la trama di questo romanzo, che, sia detto per chiarezza rispetto a quanto potrebbe apparire da ciò che ho scritto finora, a me è sempre parso, oltre che profondo, anche molto divertente. La scrittura è più vertiginosa rispetto a “Il processo”, la mole del romanzo è maggiore, ma questo non va a detrimento della scorrevolezza del testo.

Un romanzo, insomma, che vale la pena di leggere e, modesto suggerimento da parte mia, anche rileggere diverse volte a distanza di tempo, per coglierne meglio alcuni aspetti, personaggi, dialoghi che la prima volta potrebbero esserci sfuggiti. Ciò detto, per nobilitare questo mio scritto e rendere a Kafka ciò che è di Kafka, anche stavolta cedo la parola a un illustre commentatore che, meglio di me, potrà evidenziare alcuni aspetti del romanzo.

Il Processo diagnostica e Il Castello immagina una cura. Ma il rimedio qui proposto non guarisce, e fa soltanto rientrare la malattia nella vita normale, aiutando ad accettarla…Ogni capitolo è un fallimento ed anche un ricominciamento. Non si tratta di logica, ma si spirito di connessione. La vastità dell’ostinatezza costituisce la parte tragica dell’opera. Quando K. telefona al Castello, sono voci confuse e mescolate, risate vaghe, richiami lontani che egli percepisce. Ciò basta a nutrire la sua speranza…Nel Castello questa sottomissione al quotidiano diventa un’etica. La grande speranza di K. è quella di ottenere che il Castello lo adotti. Non potendo pervenirvi da solo, tutto il suo sforzo sta nel meritare la grazia, diventando abitante del villaggio, perdendo la sua condizione di straniero, che tutti gli fanno sentire. Ciò che vuole è un mestiere, un focolare, una vita d’uomo sano e normale. Egli non ne può più della sua pazzia e vuol essere ragionevole e sbarazzarsi della particolare maledizione. L’episodio di Frieda, a tal riguardo, è significativo. Se egli fa di questa donna, che ha conosciuto uno dei magistrati del Castello, la propria amante, è per il suo passato. Egli attinge in lei qualche cosa che lo supera e, contemporaneamente, la coscienza di ciò lo rende per sempre indegno del Castello”.

(Albert Camus, appendice a “Il mito di Sisifo”, ed. Bompiani)

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