Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “Zweig”

“Ventiquattr’ore nella vita di una donna” (Stefan Zweig)

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“Sono passati ventiquattro anni da allora, eppure, quando penso a quel momento in cui, sferzata dalla sua ironia, stavo lì davanti a mille estranei, il sangue mi si gela nelle vene. E sento di nuovo con spavento che debole entità, miserabile e tormentata dev’essere ciò che noi, troppo enfatici, chiamiamo anima, spirito, sentimento, ciò che noi chiamiamo dolore, poiché tutto questo, anche all’eccesso, non è capace di mandare in pezzi il corpo martoriato – perché, con il sangue che martella nelle vene, si sopravvive a simili momenti, invece di morire, precipitare come un albero colpito dal fulmine? Solo per un attimo, questo dolore mi aveva rotto le ossa e caddi su quella panchina, sfinita, apatica, e con un presentimento addirittura voluttuoso di dover morire. Ma come ho appena detto: il dolore è vile, cede davanti alla prepotente esigenza di vivere che sembra radicata nella nostra carne, più fortemente che tutte le mortali passioni nel nostro spirito. Incomprensibile a me stessa dopo un simile annientamento di tutti i miei sentimenti, mi rialzai. Non sapevo, è vero, cosa fare. All’improvviso mi rammentai che il mio bagaglio attendeva alla stazione, e fui presa da un’idea sola: via, via, via di qui, via da questo maledetto inferno!”

(Stefan Zweig, “Ventiquattr’ore nella vita di una donna”, ed. Garzanti)

Anni Venti del Novecento. In un albergo di Montecarlo, alcuni turisti discutono animatamente di un evento che ha movimentato la notte precedente: Madame Henriette, moglie e madre irreprensibile, è scappata assieme a un giovane fascinoso, Continua a leggere…

“Mendel dei libri” (Stefan Zweig)

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“Perché lui leggeva come altri pregano, come i giocatori giocano e gli ubriachi, intontiti, fissano il vuoto: leggeva in modo talmente assorto, con un tale, commovente rapimento, che da allora il modo in cui legge il resto del mondo mi è sempre parso profano. In Jakob Mendel, quel piccolo rigattiere di libri galiziano, io, giovane uomo, avevo visto personificato per la prima volta il grande segreto della totale, assoluta concentrazione, che accomuna l’artista all’erudito, il vero saggio al folle patentato, questa tragica fortuna e sfortuna della piena, totale ossessione.”

(Stefan Zweig, “Mendel dei libri”; citazione tratta dall’edizione Newton)

“Mendel dei libri” è un racconto di circa venti pagine, scritto nel 1929 (almeno così ho letto), dunque nel mezzo delle due guerre mondiali, una delle quali, la prima, ha un suolo ruolo tragico(mico) nella vicenda narrata da Zweig. I temi principali del racconto sono la “sublime ossessione” per i libri che affligge Mendel, un rivenditore ambulante che per oltre trent’anni vende i suoi libri, seduto allo stesso angolo nel “Caffè Gluck” di Vienna, e la caducità della memoria, del ricordo. Il narratore, infatti, ritrovandosi in quel caffè, avverte di essere legato a quel luogo da qualcosa, ma inizialmente non sa da cosa. Dopo un po’, però, si stupisce di come possa essersi scordato di “Mendel dei libri”, che per decenni era stato lì, presente, a sfoggiare la sua maniacale conoscenza libraria, relativa non tanto al contenuto degli stessi, quanto al prezzo, alla copertina, al titolo, all’editore, insomma a tutte quelle informazioni utili per il suo ruolo da venditore. L’ossessione di Mendel è tale che egli ignora gli eventi che accadono attorno a sé, siano essi degli operai che lavorano al suo fianco o lo scoppio della Prima Guerra mondiale. Il personaggio è certamente inverosimile per certi aspetti, ma offro all’autore la possibilità di considerazioni amare, a tratti struggenti, sulla fragilità della nostra memoria ma anche su come, pungolati da opportuni stimoli, nella nostra mente possano ridestarsi ricordi pungenti. Si legge tutto d’un fiato, sia per la brevità sia per la scorrevolezza della storia.

“Notte fantastica” (Stefan Zweig)

Notte fantastica

“Era d’un pallore giallastro, la stessa tinta spenta e malaticcia della luna là fuori, le labbra erano ancora dischiuse, come prima sulla terrazza. Camminava senza far rumore, ma non con passo leggero. C’era qualcosa di molle e fiacco in lei che mi rammentò stranamente il mio stesso stato d’animo. La sentivo avvicinarsi, e ne fui eccitato. Qualcosa in me desiderava entrare in confidenza con lei: se solo mi avesse sfiorato con il suo vestito bianco, o avessi potuto respirare il profumo dei suoi capelli mentre mi passava vicino. In quell’istante lei mi guardò. Il suo sguardo immoto e fosco penetrò in me e mi rimase uncinato dentro, così profondo e suggente da non lasciare spazio ad altra percezione, mentre il suo volto luminoso andava scomparendo e, davanti a me, avvertivo solo quella fosca oscurità, nella quale precipitavo ormai come in un baratro. Ella fece ancora un passo avanti, ma il suo sguardo non mi dava requie, mi rimaneva confitto dentro come una lancia nera, e sempre più lo sentivo penetrare. Adesso la sua punta mi toccava il cuore, e li si arrestò. Per qualche istante ella trattenne lo sguardo e io il respiro, e durante quei secondi mi sentii in assoluta balia del magnete nero di quelle pupille. Poi mi superò. E subito il sangue irruppe in me come da una ferita e riprese, eccitato, la sua corsa.”

(Stefan Zweig, “Notte fantastica”, ed. Adelphi)

La cosa che mi è piaciuta meno di questo libro è il titolo, “Notte fantastica”, che peraltro è anche quello del racconto che più ho apprezzato tra i quattro presenti, accomunati dal riferimento alla violenza delle passioni che scuotono l’essere umano, e in particolare al desiderio. Il racconto che più mi è piaciuto Continua a leggere…

“Paura” (Stefan Zweig)

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“Quando Irene uscì dall’appartamento del suo amante e cominciò a scendere le scale, tutto d’un tratto quella paura insensata tornò a impadronirsi di lei. All’improvviso una spirale nera prese a mulinarle davanti agli occhi, le gambe erano come bloccate da una morsa di ghiaccio, ed ella dovette aggrapparsi in fretta alla ringhiera per non cadere bruscamente in avanti. Non era la prima volta che arrischiava una visita così pericolosa, quel brivido repentino non le era sconosciuto e, pur opponendo in cuor suo una strenua resistenza, nel riprendere la via di casa finiva sempre per soggiacere a simili imperscrutabili attacchi di una paura irragionevole e ridicola.”

(Stefan Zweig, “Paura”, ed. Adelphi)

Irene Wagner appartiene alla migliore borghesia viennese, è sposata con un avvocato, madre di due figli, e amante del pianista Eduard, che l’ha attratta più in virtù della diversità che rappresentava nella sua quotidianità che non per affinità di sensi. Un giorno, uscendo dall’appartamento dell’amante, Irene s’imbatte in una donna sconosciuta, che, sostenendo di essere la legittima e povera consorte del pianista, la ricatta con veemenza, estorcendole del denaro.

Per Irene inizia un percorso nella paura. Zweig, in poco più di cento pagine, Continua a leggere…

“Novella degli scacchi” (Stefan Zweig)

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“Ora non so fino a che punto lei abbia riflettuto sulla situazione psicologica che viene a crearsi in questo gioco fra i giochi. Ma già la riflessione più superficiale dovrebbe bastare a rendere evidente che negli scacchi, in quanto gioco mentale puro, indipendentemente dal caso, voler giocare contro se stessi è logicamente un assurdo. L’attrattiva degli scacchi si basa in fondo solo sul fatto che la sua strategia si svolge in modo diverso in due cervelli diversi, che in questa guerra intellettuale il nero non conosce di volta in volta le manovre del bianco e cerca continuamente di indovinarle e d’intralciarle, mentre da parte sua il bianco si sforza di superare e parare le mire segreto del nero. Se bianco e nero formano una sola, stessa persona, si crea la situazione assurda per cui uno stesso cervello deve sapere e al tempo stesso non sapere una certa cosa, e funzionando come bianco deve a comando dimenticare completamente ciò che un minuto prima, come nero, aveva voluto e previsto. Un simile doppio pensiero presuppone in realtà una totale scissione della coscienza, una capacità di accendere e spegnere a piacere la funzione intellettuale come in un apparecchio meccanico; voler giocare contro se stesso, costituisce quindi negli scacchi un paradosso, come voler saltare la propria ombra.”

(Stefan Zweig, “Novella degli scacchi”; il brano riportato è tratto dall’edizione Garzanti)

L’articolo che ho scritto ieri mi ha fatto pensare a un altro celebre film di Bergman, cioè “Il settimo sigillo”, e, per associazione d’idee, alla “Novella degli scacchi” di Stefan Zweig, autore del quale ho già segnalato, su questo blog, l’autobiografia “Il mondo di ieri” e il saggio “Dostoevskij”. Come nel caso del film di Bergman, anche nell’opera di Zweig la scacchiera è metafora di altro, ma mentre nel film il protagonista gioca a scacchi niente meno che con la Morte, nella novella Continua a leggere…

Il volto di Dostoevskij.

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“Il suo volto sembra, in un primo momento, quello di un contadino. Terreo, quasi sudicio, con le gote incavate e raggrinzite; solcato da lunghe sofferenze, con la pelle screpolata, asciutta e arsa alla quale il vampiro di vent’anni di malattia ha tolto sangue e colorito. A destra e a sinistra spuntano, come due formidabili massi, gli zigomi slavi; la bocca acerba e il mento ruvido sono coperti dalla folta boscaglia della barba. Terra, roccia e foresta, un paesaggio tragicamente elementare, ecco la profondità del volto di Dostoevskij. Tutto è buio, terreno e senza bellezza in questo volto di contadino e quasi di mendico; scolorito senza rilievo e senza luce, sembra un pezzo di steppa russa sperduta tra la roccia. Persino gli occhi profondamente infossati non possono, dalle loro incavature, illuminare quell’argilla secca, poiché la loro fiamma non guizza dritta, chiara e abbagliante, ma Continua a leggere…

“Più libri più liberi 2013” – Brevi considerazioni non troppo pertinenti.

più_libri_più_liberi2013A differenza dell’anno scorso, quando scrissi un intero articolo delirante, quest’anno mi limito a brevi considerazioni sparse, non troppo pertinenti, sulla fiera “Più libri più liberi”, che si sta tenendo a Roma in questi giorni. Ci sono andato oggi e invito anche gli eventuali lettori di queste pagine a farlo.

– la madre degli scalpellini non è più incinta; alle ore 8.00 di mattina, alla fermata dell’autobus, un anziano mi racconta che una volta gli scalpellini del mio paese erano rinomati, anche all’estero, che lui ha cercato di tramandare il mestiere senza successo. Poi osserva gli autobus carichi di studenti e aggiungi, quasi consolato, che in fondo è giusto così, che senza studiare il lavoro non si trova. Segue mio silenzio imbarazzato e impotente;

– i bambini/ragazzi che mi precedono via Stendhal e via Montaigne, in direzione Fiera, sono un segnale luminoso; gli stessi bambini/ragazzi che m’intralciano nei corridoi tra gli stands non mi appaiono più così ammantanti di luce;

– con la penna e il foglietto in mano, nel giro di ricognizione prima di scegliere quali libri comprare, sembravo un detective male in arnese;

– l’idea di distribuire qualche curriculum agli addetti s’infrange subito quando mi rendo conto che non solo potrebbe essere inutile, ma soprattutto che gran parte (ma magari mi sbaglio, me lo auguro) di quei ragazzi sono stagisti, precari, che giustamente del mio curriculum avrebbero fatto una bella palla per il proprio animaletto di fiducia, oberati come sono da richieste di aspiranti collaboratori e aspiranti scrittori; Continua a leggere…

“Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo” (Stefan Zweig)

www.inmondadori.it

“Ho chiara coscienza delle circostanze sfavorevolissime e pure caratteristiche pel nostro tempo in cui tento di dar forma a questi miei ricordi. Li scrivo in piena guerra, in terra straniera e senza il minimo soccorso alla mia memoria. Nella camera d’albergo non ho a disposizione né un esemplare dei miei libri, né appunti, né lettere di amici. A nessuno posso chiedere una notizia, perché in tutto il mondo la posta da paese a paese è interrotta o ostacolata dalla censura. Viviamo separati come centinaia d’anni or sono, prima che fossero stati inventati vapori e ferrovie, posta e aeroplani. Di tutto il mio passato non ho quindi con me altro che quanto porto dietro la fronte. Il resto è in questo momento irraggiungibile o perduto. Ma la nostra generazione ha imparato a fondo l’arte preziosa di non rimpiangere il perduto, e forse la mancanza di documentazione e di particolari tornerà a vantaggio al mio libro. Considero infatti la nostra memoria quale un elemento che non conserva casualmente l’una cosa per perdere fortuitamente l’altra, bensì come un’energia ordinatrice e saggiamente eliminatrice. Tutto quanto si dimentica della propria esistenza era già da un pezzo condannato per istinto a essere dimenticato. Solo ciò che vuol conservarsi può aspirare a essere conservato per gli altri.

Parlate e scegliete dunque, o miei ricordi, al posto mio, e date almeno il riflesso della mia vita, prima che essa scenda nel buio!”

(Stefan Zweig, “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo”)

“Il mondo di ieri (ricordi di un europeo)” è la dimostrazione palese di come un’autobiografia, genere letterario che non riscuote le mie simpatie, possa oltrepassare i confini dell’esistenza di un singolo individuo ed ergersi a monumento letterario di un’intera epoca, nello specifico quella vissuta da Stefan Zweig, nato a Vienna nel 1891, cosmopolita convinto, fautore per tutta la sua esistenza d’istanze pacifiste, fondate sulla speranza, poi tradita dai drammatici eventi cui dovette assistere, che la cultura, nella sua più ampia e più alta accezione, potesse unire i popoli europei, prevalendo sulla barbarie, sui nazionalismi insorgenti all’inizio del Novecento, che avrebbero poi portato alla prima e alla seconda guerra mondiale. Zweig, come egli stesso specifica nella stupenda prefazione al testo, non narra, quindi, solo le sue esperienze private, pure interessanti perché ci offrono un autoritratto d’autore di un grande intellettuale, ma attraverso questa sua cronologica esposizione, scritta in esilio e pubblicata solo nel 1944, cioè due anni dopo il suicidio dello scrittore, Continua a leggere…

Zweig incontra Joyce a Zurigo

joyce(Un altro estratto dal libro di Zweig che sto leggendo. In questo caso l’autore racconto del suo incontro con James Joyce, a Zurigo, dove entrambi si erano rifugiati in periodo di guerra)

“Quando alcuni giorni più tardi conobbi James Joyce, egli respinse aspramente ogni affinità con l’Inghilterra, dichiarandosi irlandese. Scriveva, disse, in inglese, ma non pensava e non voleva pensare in inglese: “Vorrei una lingua che stesse al di sopra delle lingue, una lingua alla quale tutte le altre servissero. In inglese non posso esprimermi totalmente senza inserirmi con ciò in una tradizione”. A me tutto questo non parve molto chiaro, non sapendo che già allora stava componendo il suo Ulisse. Mi aveva soltanto prestato il suo Portrait of an artist as a young man, l’unico esemplare che possedesse, ed un piccolo dramma, Exiles, che allora pensai persino di tradurre per aiutarlo. Quanto più lo conoscevo, tanto più mi sorprendeva la sua fantastica conoscenza delle lingue; dietro quella fronte rotonda dalla solida linea, che alla luce elettrica aveva la lucentezza della porcellana, erano fissati tutti i vocaboli di tutti gli idiomi ed egli giocava con essi nel modo più brillante. Una volta mi domandò come avrei riprodotto in tedesco una frase difficile del suo Portrait e cercammo insieme dapprima una forma italiana e francese; per ogni parola ne aveva a disposizione quattro o cinque in ogni idioma, comprese quelle dialettali, e conosceva il loro valore ed il loro peso nelle più sottili sfumature. Si spogliava raramente di una certa amarezza, ma credo che questo lieve stato di irritazione rappresentasse appunto la forza che dall’interno lo rendeva impetuoso e produttivo. Il suo rancore contro Dublino, contro l’Inghilterra, contro certe persone, assumeva in lui forma di energia dinamica che esplose soltanto nell’opera poetica. Pareva che amasse la propria asprezza; non l’ho mai visto ridere e in fondo neppure sereno. Dava sempre l’impressione di una forza oscura concentrata in sé, e quando lo vedevo per la strada, le labbra sottili serrate, sempre a passo frettoloso, come fosse diretto verso una mèta precisa, intuivo ancor di più che durante i nostri colloqui il quasi ostile isolamento della sua natura. Non fui affatto stupito più tardi che proprio lui avesse creata l’opera più solitaria, più staccata da ogni nesso, l’opera che piombò nel nostro tempo simile a una meteora”.

(Stefan Zweig, “Il mondo di ieri”)  

28 Giugno 1914

Zweig

Nel giugno 2012 finivo di leggere “Tolstòj e Dostoevskij. Vita, creazione, religione” di Dmitrij Sergeevič Merežkovskij e scrivevo l’articolo che potete trovare su questo blog.

Sto leggendo, adesso, “Il mondo di ieri (ricordi di un europeo)” di Stefan Zweig, sul quale scriverò qualcosa nei prossimi giorni. Intanto, però, vi rendo partecipi di un brivido che ho provato nel corso della lettura, quando ho scoperto che Zweig, in quei giorni residente a Baden, stava leggendo il libro di Merežkovskij nel giugno del 1914, per la precisione il 28 giugno 1914, cioè il giorno del cosiddetto “assassinio di Sarajevo”, quando l’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando fu ucciso da uno studente serbo, episodio che scatenò, un mese dopo, la Prima guerra mondiale.

“…già la vigilia del 29 giugno, il giorno di San Pietro e San Paolo, sempre considerato festivo nell’Austria cattolica, eran venuti molti gitanti…era una mite giornata…si attendevano le vacanze per grandi e piccini e tutti godevano, come un anticipo dell’estate intera, quella prima festa estiva…Io sedevo fuor dalla folla nel parco, intento a leggere un libro – so ancor oggi che era un’opera di Merežkovskij, “Tolstoj o Dostoevskij” – con grande interesse. Tuttavia anche il venticello fra le fronde, il cinguettio degli uccelli e la musica che mi giungeva dal parco entravano nella mia sensibilità…infatti interruppi volontariamente la lettura quando la musica cessò improvvisamente a mezzo di una battuta…alzai istintivamente gli occhi dal libro. Anche la folla, che passeggiava col fluire di una massa fra gli alberi, parve trasformarsi sostando d’un tratto nel suo andirivieni. Doveva esser successo qualcosa. Mi alzai e vidi che i suonatori lasciavano il palco dell’orchestrina, cosa ben strana, poiché il concerto soleva durare un’ora ed anche di più. Ci doveva essere una ragione per quella brusca sosta: avvicinandomi osservai che la gente si pigiava in gruppi eccitati davanti al palco dell’orchestra per leggere una comunicazione evidentemente da poco affissa. Era il dispaccio, come appresi pochi minuti più tardi, comunicante che Sua Altezza reale il successore al trono Francesco Ferdinando e la sua consorte, recatisi in Bosnia per le manovre, erano rimaste vittime di un assassinio politico”.

(Stefan Zweig, “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo”)

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