Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Slavoj Žižek su “Strade perdute” di Lynch

“Tramite questo confronto diretto tra la realtà del desiderio e il fantasma, Lynch scompone l’ordinario ‘senso della realtà’ sostenuto dal fantasma in due parti: da un lato, la realtà pura e asettica, dall’altro il fantasma; le due componenti non si relazionano più verticalmente (il fantasma sostiene la realtà), ma orizzontalmente, una accanto all’altra. La notevole differenza esistente tra le due parti del film è la prova cruciale del fatto che il fantasma sostiene il nostro ‘senso della realtà’: la prima (realtà senza fantasma) è ‘superficiale’, oscura, quasi surreale, stranamente astratta, incolore, senza sostanza, enigmatica come un dipinto di Magritte, con gli attori che recitano come in una commedia di Beckett o di Ionescu, come automi alienati. Paradossalmente, è nella seconda parte (quella del fantasma) che ritroviamo un ‘senso di realtà’ molto più intenso e pieno, il senso di pienezza dei suoni e degli odori, di persone che si muovono nel ‘mondo reale’…”

(Slavoj Žižek, “Lynch: il ridicolo sublime”, ed. Mimesis)

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“Hitchcock, è possibile girare il remake di un film?” (Slavoj Žižek)

“A proposito di questo paradosso dello sguardo onnipresente, vi racconto qualcosa di divertente accaduto a un mio amico in Slovenia: tornando in ufficio di sera tardi per finire un lavoro, prima di accendere la luce, ha visto che nell’ufficio di fronte un manager (sposato) e la sua segretaria stavano facendo l’amore sulla scrivania; in preda alla passione, si erano dimenticati dell’esistenza di un altro ufficio di fronte al loro, dal quale chiaramente potevano essere visti (la luce era rimasta accesa e le grandi finestre non erano coperte da tende). Il mio amico ha chiamato al telefono quell’ufficio e, quando il manager ha risposto interrompendo per un attimo il suo atto sessuale, gli ha sussurrato in modo sinistro nella cornetta: – Dio ti osserva! – Il povero manager è crollato e poco è mancato che gli venisse un colpo. L’intervento di una voce traumatica che non può venire localizzata direttamente nella realtà è forse ciò che meglio rappresenta l’esperienza del Sublime.

Hitchcock è al suo meglio proprio quando riesce a spiazzarci impiegando in modo diretto il punto di vista di questo sguardo esterno fantasmatico”.

(Slavoj Žižek, “Hitchcock: è possibile girare il remake di un film?”, Mimesis.Minima/Volti editore)

Il passaggio del libro riportato con Hitchcock c’entra fino a un certo punto, visto che Žižek qui narra quest’episodio nel mezzo di una riflessione sulle webcam e sul bisogno di guardare/essere guardati, ma ormai l’ho scelto e non ho voglia di cambiarlo (eppoi ci consente anche d’immaginare la faccia del “povero” manager).

Sarò molto breve, perché si tratta di un saggio di circa cinquanta pagine e perché sono affetto da pigrizia infrasettimanale. La domanda di partenza che si pone Žižek è quella riportata nel titolo, che funge da punto di partenza delle riflessioni successive. L’autore si chiede se vi siano specificità che rendono riconoscibile la regia di Hitchcock, e la risposta è affermativa.

Žižek riconosce nella presenza di alcuni leitmotiv, nel tema dello ‘sguardo’, nella molteplicità dei finali dei film alcune caratteristiche della cinematografia di Hitchcock e attorno a questi nuclei tematici allarga il discorso con esempi tratti dai film del regista e di altri.

Ho visto molti film di Hitchcock, ma non sono un esperto, infatti alcuni riferimenti non li ho potuti apprezzare al meglio, non avendo visto le scene descritte. Poco male, posso sempre rimediare.

“Lynch. Il ridicolo sublime” (Slavoj Žižek)


Consiglio questo breve saggio soprattutto, ma non solo, agli appassionati dei film di David Lynch. Partendo da considerazioni di carattere generale sulla figura della femme fatale in diversi film, Žižek analizza in seguito “Strade perdute” di Lynch, senza tralasciare, sia pure senza approfondire, la produzione precedente di Lynch.

I passaggi di carattere psicanalitico non appesantiscono la lettura e nel testo vi sono svariati riferimenti ad altri registi, a film, a quadri, libri, che arricchiscono la lettura stimolando alla futura visione o lettura degli stessi.

Non aggiungo altro, anche perché su Lynch, e in particolare su “Mulholland drive”, ho già delirato abbastanza in uno dei primi articoli di questo blog.
Vi lascio alle note di “Femme fatale” dei Velvet Underground e a un breve passaggio estratto dal testo.

“Il film Strade perdute di David Lynch, un’opera che funge efficacemente da meta-commento all’opposizione tra femme fatale classica e postmoderna, sembra fornire una via d’uscita. Il passo avanti di Strade perdute diventa visibile se lo paragoniamo a Velluto blu, precedente capolavoro di Lynch: in Velluto blu, passiamo dall’idilliaca vita di provincia della cittadina di Lumberton al suo cosiddetto lato oscuro, l’osceno universo sospeso tra incubo e farsa, infestato da rapimenti, sesso sadomaso, omosessualità violenta, delitti, etc. In Strade perdute, invece, l’universo noir di donne corrotte e di padri osceni, di delitti e di tradimenti, in cui entriamo dopo il misterioso cambio d’identità di Fred/Pete, protagonista maschile del film, non è messo a confronto con l’idilliaca vita di provincia, ma con la vita matrimoniale asettica, grigia e “alienata”, tipica della periferia delle megalopoli. Così, invece della tipica opposizione tra la superficie idilliaca iperrealista e il suo terrificante risvolto, c’è un’opposizione tra due orrori: da una parte l’orrore fantasmatico del tenebroso universo noir fatto di sesso perverso, di tradimenti e delitti, dall’altra la disperazione ancora più sconvolgente in cui ci porta la nostra scialba vita quotidiana fatta d’impotenza e sfiducia.”

(Slavoj Žižek, “Lynch. Il ridicolo sublime, ed. Mimesis, Minima/Volti”)

 

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