Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “Yates”

“Disturbo della quiete pubblica” (Richard Yates)

yates

“Per Janice Wilder le cose cominciarono ad andare storte nella tarda estate del 1960. E il peggio, come non fece che ripetere in seguito, il lato più orribile della faccenda è che tutto parve capitare senza il minimo segno premonitore.

Aveva trentaquattro anni e un figlio di dieci. Non la seccava il fatto che la sua gioventù stesse svanendo – non era stata comunque una gioventù avventurosa, né priva di preoccupazioni – e, se il matrimonio era stato per lei più un modo per sistemarsi che una storia d’amore, anche questo le stava bene così. Nessuno ha una vita perfetta. Le piaceva lo svolgersi ordinato delle sue giornate, le piacevano i libri, che possedeva in gran quantità, e le piaceva anche il suo appartamento alto e luminoso, con vista sui grattacieli di Manhattan. Non era certo lussuoso o elegante, ma era un appartamento comodo; e comodo era una delle parole preferite da Janice Wilder. Le piaceva anche la parola civile, e ragionevole e sistemazione e rapporto. Erano poche le cose che la sconvolgevano o la spaventavano; le uniche a riuscirci, al punto di farle gelare il sangue, erano le cose che non capiva.

– Non capisco, – disse al marito per telefono. – Come sarebbe a dire, che ‘non puoi’ tornare a casa?”

(Richard Yates, “Disturbo della quiete pubblica”,  ed. Beat)  

Le storie narrate da Richard Yates, che siano contenute in un romanzo stupendo come “Revolutionary Road”, in un altro quale “Easter Parade”  o in raccolte di racconti (“Undici solitudini”, “Bugiardi e innamorati”) hanno come protagonisti principali personaggi deboli, insicuri, vittime delle proprie velleità e successive disillusioni, incapaci di scappare da una realtà o di costruirsene una che abbia una qualche coerenza, il più delle volte devastati dall’amore o da qualcosa di affine.

“Disturbo della quiete pubblica” è la progressiva ed inesorabile caduta nell’alcolismo e nella follia di John Wilder, trentaseienne all’inizio del romanzo, che lavora presso un’agenzia pubblicitaria ma avrebbe l’aspirazione di diventare un produttore cinematografico. Vittima di un improvviso crollo psichico, John trascorre alcuni giorni in una clinica, poi ne esce all’apparenza pronto a riprendere la sua vita, con l’aiuto della moglie Janice, del piccolo Tommy e dell’avvocato e amico Paul. Le cose, però, non vanno per il verso “giusto” e John si lascia sprofondare nella perdizione, a nulla valendo anche una relazione extraconiugale che, anzi, complica tutto. Persiste, nei sempre più rari momenti di lucidità (o forse è il contrario?), la volontà di trasfigurare persino la sua esperienza in clinica, attraverso la stesura di una sceneggiatura per il cinema.

La scrittura di Yates è incisiva, mai pedante o retorica nel trattare temi piuttosto “a rischio”, e non priva di slanci tragicomici. “Disturbo della quiete pubblica” non è il libro di Yates che consiglierei per primo, perché a mio parere ha scritto testi più efficaci, però resta comunque, a mio parere, una lettura appagante.

“Easter Parade” (Richard Yates)

easter parade cover.qxd

“Uno di quei giorni, tornando in ufficio dopo pranzo, vide un volto di donna tirato e petulante – un volto di cui chiunque avrebbe detto che stava invecchiando senza grazia (rughe attorno agli occhi e profonde occhiaie; la bocca debole che denotava autocommiserazione) – e rimase scioccata quando si accorse che era lei stessa, colta di sorpresa nel riflesso di una vetrina. Quella sera, sola davanti allo specchio del bagno, provò un’infinità di modi per dare al proprio viso un aspetto migliore: strizzare gli occhi prima in un sorriso lieve e poi in uno più ampio, di pura gioia, stringere e rilassare le labbra ora più ora meno, valutando con l’aiuto di uno specchietto l’impressione che dava il suo profilo visto da angolazioni diverse, sperimentando senza stancarsi nuovi modi di valorizzarne l’ovale con pettinature differenti. Poi, davanti allo specchio a figura intera dell’ingresso, si tolse tutti i vestiti ed esaminò il proprio corpo sotto le luci più forti. Doveva tirare in dentro la pancia per farla apparire come si deve, ma avere i seni piccoli adesso era quasi un vantaggio; l’età non poteva danneggiarli granché. Voltandosi, sbirciò al di sopra della spalla per trovare conferma a ciò che già sapeva, cioè che aveva le natiche basse e il retro delle cosce grinzoso; però nel complesso, decise rivolgendosi di nuovo verso lo specchio, non era proprio niente male. Misurò a passi una distanza di circa tre metri dallo specchio, finché non si trovò sul tappeto del salotto, e lì eseguì una serie di passi e posizioni che aveva imparato a un corso di danza moderna al Barnard. Era un’ottima ginnastica, e le dava una sensazione orgogliosamente erotica. Lo specchio lontano mostrava una ragazza snella e flessuosa che compiva quei movimenti senza sforzo, finché non mise un piede in fallo e s’irrigidì, imbarazzata. Ansimava e aveva cominciato a sudare. Era proprio una stupidaggine.” Continua a leggere…

L’intellettuale (come sostantivo)

“La scuola era il centro della sua vita. Prima di andare al Barnard non aveva mai sentito adoperare il vocabolo intellettuale come sostantivo, e ne rimase molto colpita. Era un sostantivo coraggioso, un sostantivo orgoglioso, un sostantivo che evocava una consacrazione perpetua ad argomenti elevati e un freddo disprezzo per le banalità. Un’intellettuale poteva anche perdere la verginità con un soldato nel parco, ma poteva imparare a ricordarlo con un distacco ironico e divertito. Un’intellettuale poteva anche avere una madre che lasciava vedere le mutande quando si ubriacava, ma non permetteva che la cosa le desse fastidio. E poteva anche darsi che Emily Grimes non fosse ancora un’intellettuale, ma se prendeva una quantità di appunti anche alle lezioni più monotone, e se ne stava ogni sera a leggere finché gli occhi non le dolevano, era solo una questione di tempo prima che lo diventasse. C’erano delle compagne di corso, e perfino qualche ragazzo della Columbia, che la consideravano già un’intellettuale, anche solo dal suo modo di parlare.

– Non è soltanto una noia, – disse una volta di un tedioso romanzo del Settecento – è una noia perniciosa.

E non poté fare a meno di notare che nei giorni seguenti diverse altre ragazze dello studentato fecero ampio uso del vocabolo pernicioso.

Ma essere un’intellettuale era molto più che un modo di parlare, molto più che comparire ogni semestre nella lista degli studenti con i punteggi più alti, o trascorrere tutto il tempo libero nei musei e ai concerti e nei cinema che davano quel genere di film di solito definiti <<pellicole>>. Bisognava imparare a non ammutolire quando si metteva piede a una festa di intellettuali conclamati, più anziani – e a non commettere l’errore opposto chiacchierando a perdifiato, sparando stupidaggini o stramberie a raffica nel tentativo di fare ammenda per la stupidaggine o la stramberia detta due minuti prima. E se ci si rendeva ridicoli a feste del genere, bisognava imparare a non rigirarsi nel letto, più tardi, in preda ai tormenti dello sconforto.

Bisognava essere seri, ma – questo era l’esasperante paradosso – bisognava dare a vedere che non si prendeva mai nulla sul serio.”

(Richard Yates, “Easter Parade”, ed. minimum fax)

“Bugiardi e innamorati” (Richard Yates)

38 yates bugiardi.indd

“Lui aveva sempre l’impressione di essere capitato per sbaglio in casa di estranei. Chi sono queste persone?, continuava a chiedersi, guardandosi attorno. Dovrebbero avere qualcosa a che fare con me? O io con loro? Chi è questo povero ragazzo, e cosa succede a questa ragazzina infelice? Chi è questa donna goffa, e perché non si dà una sistemata ai vestiti e ai capelli?

Ogni volta che sorrideva a uno di loro riusciva a sentire i muscoletti intorno alla bocca e agli occhi attivarsi nel rito cortese del sorriso. Quando si fermava a cena da loro, tanto valeva che fosse andato a mangiare in qualche vecchia e decorosa tavola calda, dove si stava allo stesso tavolo per convenienza ma tutti i clienti, ciascuno ingobbito sul proprio piatto, rispettavano il bisogno altrui di essere lasciato in pace.”

(Richard Yates, “Bugiardi e innamorati”, ed. minimum fax)

Se con “Revolutionary Road” avevo scoperto Richard Yates nella sua dimensione romanzesca e con “Undici solitudini” ne avevo apprezzato l’abilità nello scrivere racconti, con “Bugiardi e innamorati” ho avuto la conferma ulteriore della sua bravura. In questo libro sono compresi sette racconti che, prendendo spunto dal racconto che dà il titolo alla raccolta, vertono principalmente su personaggi che sono, appunto, molto bugiardi e abbastanza innamorati, ma non tanto, evidentemente, da resistere al progressivo disfacimento che lacera i reciproci sentimenti e che forse è già insito nella nascita degli stessi. I protagonisti delle storie di Yates fabbricano in continuazione illusioni, abbagli, progettano quasi la loro infelicità, figurandosi migliori di quel sono, in una perenne inadeguatezza nell’adattarsi alla realtà che vivono.

Le relazioni al vaglio dell’impietosa penna di Yates possono essere tra genitori e figli, tra amanti o tra amici, ma sono accomunate da un destino che, se non è tragico, è almeno malinconico, e somiglia, in molti finali, a un’apertura verso un abisso buio, al quale si giunge (o si torna) dopo aver attraversato anche momenti d’innegabile solarità, in un percorso esistenziale sempre attraversato dal dubbio sulla caducità del tutto. Yates, gettando qua e là elementi autobiografici che al lettore possono anche non interessare ma che indubbiamente condizionano la sua scrittura, non offre grande consolazione ai suoi personaggi, se non quella di averli resi tali.

“Magari non era amore, ma nessuno dei due avrebbe potuto persuadersi del contrario perché continuavamo a ripeterci a vicenda, e a noi stessi, che lo era. Per quanto litigassimo spesso, i film avevano dimostrato più volte che l’amore era così. Non potevamo stare lontani l’uno dall’altra, anche se credo che entrambi fossimo giunti a sospettare, dopo un po’, che ciò poteva dipendere dal fatto che nessuno dei due aveva un altro posto dove andare.”

Ma chi sono i protagonisti dei racconti? C’è una figlia che ammette, di fronte al padre, di non volergli più bene, e lo abbandona per andare a vivere con un aspirante politico che a sua volta recita una parte; una donna separata che finge con sé stessa di amare la figlia, e cerca un’improbabile convivenza con un’amica; c’è Warren, protagonista del racconto “Bugiardi e innamorati”, che molla la sua donna per impelagarsi in una relazione con una prostituta; c’è un soldato che nel dopoguerra gira per Parigi alla ricerca della sua prima esperienza sessuale, vinto dalla paura; ci sono aspiranti artisti che passano un’intera vita a progettare sceneggiature, romanzi o sculture senza venire a capo di niente. E poi tanti altri, tutti raccontanti con crudezza ma al tempo stesso con la compartecipazione di chi non è al di sopra della mischia, bensì, se possibile, è al centro della mischia stessa.

In chiusura, specifico che, nonostante i temi e la costante vena amara dei racconti, gli stessi si leggono tutto d’un fiato (almeno io li ho letti in apnea) perché Yates, semplicemente, è bravo.

“A Jack venne in mente che se avesse tenuto il telefono lontano dalla testa la voce di Sally si sarebbe indebolita e appiattita e dispersa in un chiacchiericcio metallico, come la voce di un nano idiota. Disincarnata, priva di coerenza e quindi anche di ogni invidia e autocommiserazione e moralismo, sarebbe diventata un piccolo ma persistente fastidio senza altro scopo che dargli sui nervi e impedirgli di compiere il suo lavoro per quel giorno. Provò a tenere il telefono in quel modo per cinque o dieci secondi, trasalendo alla fitta del suo tradimento segreto, e abbandonò l’esperimento appena in tempo per sentirle dire: <<… perciò ascoltami, Jack. Se facciamo il patto di non bere troppo, e se stiamo molto attenti l’uno con l’altra in tutti i modi, credi che potresti… insomma, credi che potresti tornare? Perché, ecco, il fatto è… il fatto è che ti amo, e ho bisogno di te>>.

Sally aveva detto parecchie frasi affettuose nei mesi precedenti, ma non aveva mai detto di aver <<bisogno>> di lui. E l’effetto di quella frase in quel momento, proprio quando lui aveva stabilito di non andare mai più a Beverly Hills, fu di fargli cambiare idea.”

“Undici solitudini” (Richard Yates)

Undicisolitudini

“Anni di buona salute l’avevano irrobustito, e sebbene avesse sempre qualche difficoltà di coordinazione, ciò si manifestava soprattutto in cose di poco conto, come nell’incapacità di mettere insieme il cappello, il portafoglio, i biglietti del teatro e gli spiccioli senza costringere sua moglie a fermarsi ad aspettarlo, oppure nella tendenza a spingere con forza le porte su cui stava scritto tirare. Seduto dietro il suo tavolo d’ufficio, appariva comunque il ritratto della salute e dell’efficienza. Nessuno avrebbe detto che sudava freddo per l’ansia, o che le dita della sua mano sinistra affondata nella tasca frantumavano lentamente una scatola di fiammiferi riducendola a un ammasso di cartone. Da settimane si aspettava il licenziamento e quella mattina, fin da quando era uscito dall’ascensore, aveva sentito che era la giornata buona.”

(Richard Yates, “Undici solitudini”, ed. Minimum fax)

Ho conosciuto Richard Yates grazie a Revolutionary road, romanzo sul quale ho scritto qualche tempo fa e che mi aveva convinto così tanto da ripromettermi di leggere altre sue opere. Così sono arrivato ai racconti di “Undici solitudini”, libro che svela l’abilità Continua a leggere…

“Revolutionary Road” (Richard Yates)

Yates

“Ebbe la sensazione di sprofondare disperatamente tra i cuscini e i giornali e i corpi dei suoi bambini, come un uomo in balìa delle sabbie mobili. Poi, una volta finiti i fumetti, si alzò in piedi con una certa difficoltà, ansimando piano, e se ne stette per parecchi minuti ritto al centro del tappeto, stringendo i pugni nelle tasche per non fare quella che d’un tratto gli pareva l’unica cosa al mondo di cui avesse davvero voglia: agguantare una sedie e scaraventarla fuori dalla finestra panoramica.

Che razza di vita era mai quella? Quale, in nome di Dio, era il succo o il significato o lo scopo di una vita del genere?

All’imbrunire, appesantito dalla birra, Frank si ritrovò ad aspettare con ansia il momento in cui i Campbell sarebbero venuti a trovarli. Di regola la cosa lo deprimeva (“Perché non ci vediamo mai con qualcun altro? Ti rendi conto che in pratica sono gli unici amici che abbiamo?”), ma stasera presentava altre attrattive. Perlomeno April, in loro compagnia, avrebbe dovuto ridere e chiacchierare; perlomeno sarebbe stata costretta a sorridergli di tanto in tanto e chiamarlo “caro”. E poi, era innegabile che i Campbell pareva avessero il potere di far venire a galla il meglio di loro due.

– Ciao! – esclamarono a vicenda.

– Ciao!…Ciao!…

Quest’unica parolina allegra, sbocciata nel crepuscolo che andava addensandosi e rimandata all’uscio della cucina dei Wheeler, costruiva per tradizione l’annuncio di un ricevimento serale. Poi vennero le strette di mano, i baci dati con labbra solennemente increspate, i sospiri di amabile stanchezza – “A-a-a-h” e “U-u-u-h” – a suggerire che chilometri e chilometri di sabbia ardente erano stati percorsi per trovare quest’oasi o addirittura che il respiro stesso della vita era stato trattenuto, dolorosamente, in attesa del promesso sollievo. In soggiorno, dopo aver posato appena le labbra con una smorfia allegra sull’orlo gelido dei rispettivi bicchieri, si raccolsero in un attimo di mutua ammirazione; poi si lasciarono andare in varie pose di controllato collasso.” Continua a leggere…

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: