Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Signorina cuorinfranti” (Nathanael West)

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“Forse riesco a spiegartelo. Cominciamo dall’inizio. Un tizio viene assunto col compito di dare consigli ai lettori di un giornale. La rubrica altro non è che una manovra per aumentare la tiratura, e l’intera redazione la considera una specie di scherzo. Ma al tizio quell’incarico va benissimo, perché prima o poi potrebbe passare a una rubrica più mondana, e in ogni caso è stufo di fare l’eterno galoppino. Si rende conto anche lui che quella rubrica è una cosa da ridere, ma dopo che ci lavora qualche mese comincia a non trovare più la cosa tanto buffa. Si accorge che la stragrande maggioranza delle lettere non sono altro che appelli profondamente umili per ottenere consigli di ordine spirituale e morale, che si tratta di espressioni inarticolate di una sofferenza autentica. Inoltre il tizio scopre che i suoi corrispondenti lo prendono sul serio. Per la prima volta è costretto a verificare i valori su cui è basata la sua vita. Questa verifica gli dimostra che è lui la vittima dello scherzo, non viceversa”.

(Nathanael West, “Signorina cuorinfranti”, ed. minimum fax)

“Signorina cuorinfranti” è la traduzione scelta dalla Bompiani nel 1948, data della prima pubblicazione in Italia del romanzo di Nathanael West, autore del quale avevo già letto, qualche mese fa, “Il giorno della locusta”. La “minimum fax”, presso la quale ho acquistato il romanzo alla fiera “Più libri più liberi”, conserva questo titolo; quello originario, “Miss Lonelyhearts”, letteralmente sarebbe Signorina Cuorisolitari, e fa riferimento al protagonista, un giornalista incaricato di ricevere lettere dai lettori e consigliarli sulle loro vicende sentimentali. Così detto, potrebbe sembrare, almeno a me, un romanzo rosa poco accattivante, e invece non è così, perché West, che nel corso della sua breve esistenza non ebbe molta fortuna, elabora una storia tragicomica che non si rivela essere solo una commedia nera, ma offre spunti di riflessione di diverso tipo.

In primo luogo, il protagonista, da noi conosciuto solo come Miss Lonelyhearts, vive l’ambiguità di chi, uomo, appare ai suoi lettori come una donna, ma questo sarebbe il meno. Il fatto è che Miss Lonelyhearts non sopporta più il peso delle lettere che riceve, perché ciò che all’inizio era una sorta di scherzo o comunque una trovata per aumentare il numero dei lettori, si rivela un qualcosa che scava nella mente del giornalista, Continua a leggere…

“Più libri più liberi 2013” – Brevi considerazioni non troppo pertinenti.

più_libri_più_liberi2013A differenza dell’anno scorso, quando scrissi un intero articolo delirante, quest’anno mi limito a brevi considerazioni sparse, non troppo pertinenti, sulla fiera “Più libri più liberi”, che si sta tenendo a Roma in questi giorni. Ci sono andato oggi e invito anche gli eventuali lettori di queste pagine a farlo.

– la madre degli scalpellini non è più incinta; alle ore 8.00 di mattina, alla fermata dell’autobus, un anziano mi racconta che una volta gli scalpellini del mio paese erano rinomati, anche all’estero, che lui ha cercato di tramandare il mestiere senza successo. Poi osserva gli autobus carichi di studenti e aggiungi, quasi consolato, che in fondo è giusto così, che senza studiare il lavoro non si trova. Segue mio silenzio imbarazzato e impotente;

– i bambini/ragazzi che mi precedono via Stendhal e via Montaigne, in direzione Fiera, sono un segnale luminoso; gli stessi bambini/ragazzi che m’intralciano nei corridoi tra gli stands non mi appaiono più così ammantanti di luce;

– con la penna e il foglietto in mano, nel giro di ricognizione prima di scegliere quali libri comprare, sembravo un detective male in arnese;

– l’idea di distribuire qualche curriculum agli addetti s’infrange subito quando mi rendo conto che non solo potrebbe essere inutile, ma soprattutto che gran parte (ma magari mi sbaglio, me lo auguro) di quei ragazzi sono stagisti, precari, che giustamente del mio curriculum avrebbero fatto una bella palla per il proprio animaletto di fiducia, oberati come sono da richieste di aspiranti collaboratori e aspiranti scrittori; Continua a leggere…

“Il giorno della locusta” (Nathanael West)

www.inmondadori.it

“Parlava e parlava, gli disse come ci si fa strada nel cinema e come lei intendeva far carriera. Erano tutte sciocchezze. Mescolava consigli malcompresi pescati nei giornali di cinema con brani presi dalle riviste illustrate, integrando il tutto con le leggende che circondavano l’attività dei divi e dei magnati. Senza percepibile transizione, le possibilità diventavano probabilità e si concludevano in inevitabilità. Da principio s’interrompeva ogni tanto e aspettava che Claude le facesse eco con calorosi assensi, ma una volta lanciata tutte le sue domande si fecero retoriche e il fiume di parole prese a scorrere senza una pausa.

Nessuno degli uomini l’ascoltava veramente. Tutti erano troppo occupati a guardarla sorridere, fremere, sussurrare, indignarsi, incrociare e disincrociare le gambe, cacciar fuori la lingua, spalancare e socchiudere gli occhi, scuotere la testa in modo che i capelli platinati schizzavano contro la felpa rossa dello schienale della poltrona. Lo strano era che i suoi gesti, come i suoi atteggiamenti, non illustravano ciò che veramente andava dicendo. Erano quasi allo stato puro. Era come se il suo corpo sapesse quant’erano stupide le sue parole e cercasse di eccitare gli ascoltatori fino a privarli d’ogni senso critico. Quella notte la cosa riuscì; a nessuno passò per la testa di ridere di lei. Loro unico gesto fu di stringere il cerchio intorno a lei.”

(Nathanael West, “Il giorno della locusta”)

W.H. Auden, nel breve saggio che precede l’edizione Einaudi di “Il giorno della locusta”, afferma che i personaggi di West sono afflitti dalla sindrome di West, che Auden definisce come “una malattia della coscienza che la rende incapace di trasformare i suoi desideri in atti di volontà”, e sono egocentrici, non egoisti, perché a suo dire “l’egoista è colui che soddisfa i propri desideri a spese altrui; per questa ragione cerca di vedere come realmente sono gli altri, e spesso li vede con estrema esattezza per potersene servire. Per l’egocentrico, invece, gli altri esistono solo in quanto immagini di quello che egli è o non è, i suoi sentimenti nei loro confronti sono proiezioni della pietà o dell’odio che egli prova per se stesso, e tutto quello che fa a loro è in realtà fatto a se stesso”. Ho riportato questi passaggi perché mi è parso, leggendo il romanzo, che Auden abbia colto nel segno, soprattutto con riferimento al tema del desiderio, molla che muove gran parte dei personaggi narrati da West nonché causa della loro alienazione e disperazione.

“Il giorno della locusta” fu definito da Francis Scott Fitzgerald “il più grande romanzo mai scritto su Hollywood”. Continua a leggere…

Scelte casuali (?) in biblioteca.

Vado in biblioteca a scegliere un libro. Dopo diverse indecisioni, esco con “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald e “Il giorno della locusta” di Nathanael West, che all’ingresso in biblioteca non sfioravano neanche la mia mente.
Giunto a casa, comincio a leggere la biografia di West.
Scopro che i due scrittori si stimavano reciprocamente. Fin qua tutto regolare.
Scopro anche che sono morti a distanza di un giorno l’uno dall’altro, nel 1940.
Ho come la sensazione che siano stati i libri a scegliere me, non viceversa.
In realtà, mi dico, è stato solo un “caso”.
Già, ma cos’è il “caso”?

P.s.: questo è chiaramente un articolo forzato e figlio della pigrizia da sole agostano.

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