Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Il muro” (Jean-Paul Sartre)

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“In quel momento ebbi l’impressione che tutta la mia vita mi fosse davanti e pensai: <<È una sporca menzogna>>. Essa non valeva nulla dal momento che era finita. Mi chiedevo come avessi potuto andare in giro, scherzare con le ragazze: non avrei mosso neppure il dito mignolo se soltanto avessi potuto immaginare che sarei morto così. La mia vita era davanti a me, chiusa, sigillata come una borsa, eppure tutto ciò che vi era dentro era incompiuto. Un istante cercai di giudicarla. Avrei voluto potermi dire: è una bella vita. Ma non si poteva formulare un giudizio su di essa, era un abbozzo; avevo passato il mio tempo a rilasciar cambiali per l’eternità, non avevo capito niente. Non rimpiangevo nulla: vi erano un mucchio di cose che avrei potuto rimpiangere, il sapore dei manzanilla o i bagni che facevo in estate in una piccola conca vicino a Cadice; ma la morte aveva privato ogni cosa del suo incanto.”

(Jean-Paul Sartre, “Il muro”, ed. Einaudi)

“La Madonna Sistina” (Vasilij Grossman)

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Non sono né un fervente credente (anzi) né un esperto/appassionato di Raffaello, però segnalo questo breve racconto di Vasilij Grossman, nel quale l’autore, prendendo spunto da una mostra organizzata dalle autorità sovietiche a Mosca nel 1955, dove erano esposte opere della Galleria di Dresda che i russi avevano portato con sé nel corso dell’avanzata verso la Berlino ancora nazista (opere che la Russia si accingeva a restituire ai tedeschi), riflette sul quadro di Raffaello e sul campo di sterminio di Treblinka, che egli aveva visitato.

“E capisco di avere sempre usato con leggerezza una parola dalla potenza tremenda – immortalità -, di averla sempre confusa con la pur possente vitalità di alcuni capolavori dell’uomo. Nonostante la mia venerazione per Rembrandt, Beethoven e Tolstoj, mi è finalmente chiaro che di tutte le opere capaci di colpire il mio cuore e la mia mente, opere create dal pennello, dal cesello o dalla penna, solo questo quadro di Raffaello non morirà fino a che l’uomo avrà vita. Anzi, se anche l’uomo dovesse estinguersi, gli esseri che prenderanno il suo posto sulla terra – lupi, ratti, orsi o rondini che siano – verranno sulle loro zampe o con le loro ali ad ammirare la Madonna di Raffaello.

L’hanno vista dodici generazioni di esseri umani, questa tela, un quinto dell’umanità passata sulla faccia della terra dall’inizio dell’evo moderno fino ai giorni nostri.

L’hanno guardata vecchiette in miseria, imperatori europei e studenti, miliardari d’oltreoceano, papi e principi russi, l’hanno ammirata vergini purissime e prostitute, colonnelli dello Stato Maggiore, ladri, geni, tessitori, piloti di caccia e maestri di scuola, l’hanno vista i buoni e anche i cattivi.

(…)

La bellezza della Madonna è legata saldamente alla vita terrena. È democratica, umana; è la bellezza di tantissime persone – gialli con gli occhi a mandorla, gobbi con il naso lungo e pallido, neri con i capelli crespi, le labbra tumide. È universale. La Madonna è anima e specchio dell’uomo, e chiunque la guardi coglie in lei l’umano: è l’immagine del cuore materno, per questo la sua bellezza è intrecciata, fusa in eterno con la bellezza che si cela – profonda e indistruttibile – ovunque nasca e cresca la vita – nelle cantine e nei solai, nei palazzi e nelle topaie.

Penso che questa Madonna sia l’espressione più atea della vita, di quell’umano a cui il divino non partecipa.

(…)

Il ricordo di Treblinka era riaffiorato nel mio cuore senza che me ne rendessi conto… Era lei a calpestare scalza, leggera, la terra tremante di Treblinka, lei a percorrere il tragitto da dove il convoglio veniva scaricato fino alla camera a gas. La riconosco dall’espressione che ha sul viso, negli occhi. Guardo suo figlio e riconosco anche lui dall’espressione adulta, strana. Così dovevano essere madri e figli quando scorgevano le pareti bianche delle camere a gas di Treblinka sullo sfondo verde scuro dei pini, così era la loro anima.

Quante volte ho cercato di distinguere nel buio coloro che scendevano dal treno; i profili di quelle figure, tuttavia, erano sempre vaghi – o erano i volti a sembrare sfigurati da un orrore infinito e tutto si strozzava in un grido tremendo, o era la prostrazione fisica e morale, la disperazione a coprire quei visi con un velo di indifferenza ottusa e testarda, oppure era il sorriso ebete della follia a stamparsi sui volti di chi, scesa dal treno, marciava verso la camera a gas.

(…)

Perché siamo vivi? Una domanda tremenda, dura, che solo i morti possono fare ai vivi. Ma i morti tacciono, non fanno domande.

Il silenzio che è seguito alla guerra viene violato ogni tanto da qualche esplosione, e sul cielo si stende una nebbia radioattiva. La terra su cui tutti viviamo trema – alle armi atomiche sono subentrate quelle termonucleari.

(…)

Che cosa diremo al cospetto del tribunale del passato e del futuro, noi uomini vissuti nell’epoca del nazismo? Non abbiamo giustificazioni.

Diremo che non c’è stata un’epoca più dura della nostra, ma che non abbiamo lasciato morire l’umano nell’uomo.

E accompagnando con lo sguardo la Madonna Sistina, continuiamo a credere che vita e libertà siano una cosa sola, e che non ci sia nulla di più sublime dell’umano nell’uomo.

Che vivrà in eterno, e vincerà.”

(Vasilij Grossman, racconto “La Madonna Sistina” in “Il bene sia con voi!”, ed. Adelphi)

 

Elias Canetti su “Il trionfo della morte” di Bruegel

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“…ma subito dopo mi trovai inaspettatamente davanti – sento ancora oggi lo shock – Il trionfo della morte. Centinai di morti, di scheletri, attivissimi scheletri, sono occupati a trascinare con sé un numero altrettanto grande di uomini vivi: sono figure d’ogni genere, in massa o isolate, riconoscibili per ceto sociale, tese in uno sforzo inaudito; la loro energia supera di molto quella dei viventi che stanno attaccando. Sappiamo che i morti vinceranno, ma ancora non hanno vinto. Si sta dalla parte dei vivi, si vorrebbe aiutarli a difendersi, ma si rimane sconvolti nel vedere che i morti sembrano più vivi di loro. La vitalità dei morti, se così vogliamo chiamarla, ha un unico scopo: afferrare i vivi e portarli via con sé. I morti non si distraggono, non si disperdono in iniziative diverse, vogliono tutti un’unica cosa, quella soltanto; i vivi, invece, sono attaccati alla propria esistenza, ma ciascuno a modo suo. Tutti si agitano, nessuno si arrende, in quel quadro non ho trovato un solo uomo stanco di vivere, la vita va strappata a tutti con la forza, nessuno è disposto a cederla spontaneamente. L’energia di questa difesa, variata in cento modi, è passata dentro di me, da allora mi sono spesso sentito come se io fossi tutti quegli uomini che lottano contro la morte.

Capivo che si trattava di massa, da una parte come dall’altra, e che, per quanto il singolo senta la propria morte da solo, la stessa cosa vale per ogni altro singolo, e perciò si deve pensare a tutti i singoli.

Qui, è vero, la morte ancora trionfa; ma l’effetto non è quello di una battaglia che ormai è vinta una volta per tutte; la battaglia continua, si rinnova sempre, e se la viviamo come in questo quadro, non saremo affatto sicuri che l’esito sarà sempre lo stesso. Il trionfo della morte di Brueghel* è stata la prima cosa che mi ha dato fiducia nella lotta.”

(Elias Canetti, “Il frutto del fuoco” (ed. Adelphi)

*o Bruegel

“Soffrire non serve a niente” (?)

“Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente”

(Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”)

Non posso sapere, nello specifico, a quale sofferenza alludesse Pavese quando scrisse questa frase nel suo devastante “Il mestiere di vivere” e, anche se sento di essere d’accordo con lui, potrei oppormi, parzialmente, a questa sua affermazione, o almeno svilupparla, sottilizzando su cos’è una sofferenza e quali possono servirci nel nostro processo evolutivo o nel migliorare la nostra percezione del mondo e il nostro rapporto con gli altri esseri che ci circondano. Il mio, però, sarebbe un esercizio titanico e vano, perché ciascuno può capire da sé se e quali sofferenze possono servire.

Ho pensato a questa frase osservando un gatto che sta soffrendo. Continua a leggere…

Erosioni.

Erosa, scavata, minata, disossata ogni giorno di più, la montagna che funge da cava, a un centinaio di metri da casa, si è palesata, oggi, davanti ai miei occhi, come simbolo dell’esistenza.
(Cinque minuti dopo ho capito che farei bene, con i primi caldi, a indossare un cappellino)

Il materialismo non mi basta.

http://www.treccani.it/enciclopedia/materialismo/

No, la materia non mi basta, non mi spiega, non mi appaga. Altrimenti non mi spiegherei perché questo corpo di gattino morto per strada mi appare diverso dallo stesso corpo che stamattina era vivo. La questione non è solo grammaticale o pseudo-filosofica. Il fatto è che stamattina era accanto ai tre fratelli, al bordo di una strada, e adesso è da solo, morto, sempre ai bordi di una strada.

La materia è pressoché la stessa, ma manca qualcosa, adesso. Qualcosa che è tutto. Il fratello (o la sorella) corre per strada impaurito. Questo forse lo salverà, gli eviterà di essere investito, o forse no.

Io tra qualche ora avrò dimenticato le loro sorti, ne sono quasi certo, ma adesso che torno a casa e che mi scopro nell’atto di distogliere lo sguardo da quel cadavere felino che così diverso è da quello stesso corpo che solo dieci ore prima era vivo, sento prepotentemente che c’è qualcosa che oltrepassa quella materia ora inerte e prima pulsante, qualcosa che non so definire, che mi sfugge, che mi affascina, che mi spaventa, che mi fa sentire impotente, che mi fa sentire di essere, ancora, vivo.

No, la materia non mi basta. Non so cosa altro c’è, ma ne ho bisogno, qualunque cosa sia.

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