Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “umorismo”

“Nudi e crudi” (Alan Bennet)

nudi e crudi

“Aveva continuato a girovagare per le strade deserte, domandandosi come faceva la gente. I pub erano tutti chiusi e l’unico posto ancora aperto era una lavanderia a gettone, che aveva un telefono pubblico in vetrina. Gli sembrò un colpo di fortuna: non avendo mai avuto motivo di frequentare un negozio del genere, non sapeva che potesse essere così attrezzato, e si domandò se il servizio fosse a disposizione anche di chi non aveva niente da lavare. In ogni caso, il telefono era attualmente in mano all’unica cliente, una vecchia con due cappotti che visibilmente non lavava i panni da tempo. Così Mr Ramsome prese coraggio.

La vecchia teneva la cornetta schiacciata su un orecchio lercio senza parlare, e in realtà neppure ascoltare.

– Potrebbe sbrigarsi, per favore? – le chiese Mr Ramsome. – È un’emergenza.

– Anche la mia, caro, – ribatté la vecchia. – Sto telefonando a Padstow, solo che non rispondono.

– Devo chiamare la polizia, – disse Mr Ramsome.

– L’hanno aggredita? – chiese la vecchia. – A me anche, una settimana fa. Ma ormai nessuno si stupisce più. Era un ragazzino. Qui squilla, però c’è un corridoio lungo. Verso quest’ora bevono qualcosa di caldo. Sa, sono suore, – aggiunse per chiarire.

– Suore? – fece Mr Ramsome. – Ma è sicura che non siano già andate a letto? Continua a leggere…

“Goodbye, Columbus” (Philip Roth)

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“La prima volta che la vidi, Brenda mi chiese di tenerle gli occhiali. Poi avanzò fino all’orlo del trampolino e guardò confusamente nella piscina; fosse stata asciutta, miope com’era, non se ne sarebbe accorta. Si tuffò mirabilmente, e dopo un attimo stava già tornando a nuoto verso il bordo della piscina, con la testa dei capelli biondo rame alta sull’acqua e tesa davanti a lei come una rosa dal lungo stelo. Scivolò fino al bordo e poi fu accanto a me. – Grazie, – disse, con gli occhi umidi, ma non per l’acqua. Allungò una mano per prendere gli occhiali, ma non li inforcò finché non mi ebbe voltato le spalle per andarsene. La guardai mentre si allontanava. A un tratto si portò le mani dietro la schiena. Prese il fondo del costume tra il pollice e l’indice e rimise a posto quel po’ di carne che si era scoperta. Mi si rimescolò il sangue. Quella sera, prima di cena, le telefonai.

– A chi telefoni? – chiese mia zia Gladys.

– A una ragazza che ho conosciuto oggi.

– Te l’ha presentata Doris?

– Doris non mi presenterebbe neanche all’uomo che pulisce la piscina, zia Gladys.”

(Philip Roth, “Goodbye, Columbus”, ed. Einaudi)

Philip Roth è uno di quegli autori di cui, per un motivo o per l’altro (ma essenzialmente perché non si può leggere tutto di tutti), ho letto poche opere, sebbene abbia apprezzato quelle affrontate. Su questo blog ho già riportato le mie impressioni su “Il seno” e soprattutto “Il professore di desiderio”, che mi aveva convinto, Continua a leggere…

“L’opera galleggiante” (John Barth)

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“…poiché mi apparve chiaro dopo soli due anni di domande, indagini, letture e ore passate a fissare la parete, che non v’è nessun fuoco fatuo così elusivo quanto la causa di qualsivoglia atto umano. È abbastanza facile passare settimane chini sopra rendiconti bancari, registri, lettere di agenti di borsa: passare mesi a esaminare archivi di giornale, rapporti sul mercato azionario, volumi sulla teoria e sulla storia dell’economia; passare anni a interrogare in maniera attenta, non affrettata, apparentemente disinvolta ogni persona che avesse avuto più d’una superficiale conoscenza di mio padre. Tutto ciò è solo una ricerca più o meno laboriosa. Ma è ben diverso esaminare questo ammasso di informazioni e scorgerci dentro, in maniera così chiara che discuterne sia fuori discussione, la causa di un atto umano.”

(John Barth, “L’opera galleggiante”, ed. minimum fax)

John Barth per me ha rappresentato una scoperta folgorante, me ne sono innamorato (nei limiti del rapporto scrittore-lettore) dopo poche pagine e la passione è cresciuta nel corso della lettura di “L’opera galleggiante”, romanzo di difficile “catalogazione” e che per la modalità in cui è scritto avrebbe potuto respingermi dopo poco, se non fosse stato così divertente, avvincente e anche altro. Prima di scrivere qualcosa di più preciso, devo dire che ho acquistato questo libro allo stand della minimum fax, presso la “Fiera della piccola e media editoria”, svoltasi a Roma tra il 4 e l’8 dicembre scorsi, e l’ho comprato perché incuriosito dalla descrizione nel retro del libro, ma soprattutto perché ricordavo, sia pure molto vagamente, che Barth aveva qualcosa a che fare con David Foster Wallace, autore che ammiro.

Solo successivamente, quando ormai ero stato rapito dalla prosa avvolgente di Barth, sono riuscito a ricordarmi che il riferimento a Wallace era contenuto nella prefazione che Martina Testa (ottima traduttrice, ma non solo, dei due) aveva scritto per “Verso l’Occidente l’impero dirige il suo corso”, nella quale aveva rilevato che il romanzo di Wallace rappresenta Continua a leggere…

“Il nostro comune amico” (Charles Dickens)

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“Mr Podsnap era ricco e aveva un’alta opinione di sé. Egli aveva cominciato con una bella eredità, si era fatto una straordinaria fortuna con le Assicurazioni Marittime, ed era proprio soddisfatto. Perché non tutti fossero soddisfatti, non era mai riuscito a capirlo; quindi era ben consapevole che il fatto di essere soddisfatto di tutte le cose, ma in primo luogo di sé stesso, costituiva un brillante esempio sociale.

Data una così elevata opinione dei propri meriti e della propria importanza, Podsnap aveva stabilito che tutto quello che egli decideva di ignorare cessava ipso facto di esistere. Questo modo di liberarsi delle cose sgradevoli, portava a conclusioni dignitose, oltre che assai comode, e aveva molto contribuito a innalzare Mr Podsnap fino a quella elevata considerazione di Mr Podsnap. “Io questa cosa non la voglio sapere; non la voglio discutere, non l’ammetto!”. Egli aveva persino preso l’abitudine di fare un gesto speciale con il braccio destro, ogni volta che, buttandosele dietro alle spalle (e quindi annullandole) pronunciava, tutto rosso in volto, quelle parole per liberare il mondo dai suoi più ardui problemi. Perché rappresentavano un’offesa”.

(Charles Dickens, “Il nostro comune amico”, ed. Einaudi)

Nello scrivere le mie impressioni su “Il nostro comune amico” di Dickens, ritengo onesto, per rispetto dei miei “amabili lettori” (cit.), adottare una sorta di filtro iniziale, che potrà far abbandonare la lettura dell’articolo agli stessi prima di quanto già non farebbero. Lettore, se non ami i romanzi immensi per mole, questo non fa per te. L’edizione Einaudi Continua a leggere…

“Tempi difficili” (Charles Dickens)

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“Ora, quello che voglio sono Fatti. Insegnati a questi ragazze e queste ragazze Fatti e niente altro. Solo di Fatti abbiamo bisogno nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo coi Fatti si può plasmare la mente degli animali che ragionano: il resto non servirà mai loro assolutamente nulla. Questo è il principio su cui ho allevato i miei figli, e questo è il principio su cui ho allevato questi fanciulli. Tenetevi ai Fatti, signore!

La scena si svolgeva in un’aula scolastica semplice, nuda, monotona, sepolcrale, e l’indice quadrato dell’oratore dava enfasi alle osservazioni sottolineando ogni frase con una riga sulla manica del maestro. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dal muro quadrato della fronte dell’oratore, la quale aveva le sopracciglia per base, mentre gli occhi trovavano una comoda sistemazione in due scure ed ombrose caverne che si aprivano nel muro stesso. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dalla bocca dell’oratore, larga, sottile e dura. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dalla voce dell’oratore, inflessibile, secca e dittatoriale. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dai capelli dell’oratore, che si drizzavano a un’estremità della sua testa pelata, simile a una foresta di pini destinata a proteggere la lucida superficie del cranio tutto coperto di bernoccoli come la crosta di una torta di prugne, quasi che quella testa faticasse a trovare posto per tutti i solidi fatti che doveva immagazzinare all’interno. Il contegno sostenuto dell’oratore, l’abito quadrato, le gambe quadrate, le spalle quadrate, persino la cravatta, assestata per serrarlo alla gola con una stretta affatto comoda, da quel semplice fatto che era, tutto serviva a rafforzare maggiormente l’enfasi. Continua a leggere…

“Le notti difficili” (Dino Buzzati)

buzzati

“È dirigente di una grande industria, ha passato i sessant’anni, ogni mattina si alza alle sei, estate e inverno, alle sette è già in fabbrica dove rimane fino alle otto della sera e oltre. Anche la domenica va a lavorare, pur se lo stabilimento e gli uffici sono deserti; ma un’ora più tardi, ciò che egli considera quasi un vizio. È per eccellenza un uomo serio, ride raramente, non ride mai. D’estate si concede, ma non sempre, una settimana di vacanza nella villa sul lago. Non conosce debolezze di alcun genere, non fuma, non prende caffè, non beve alcolici, non legge romanzi. Non tollera debolezze neppure negli altri. Si crede importante. È importantissimo. Dice cose importanti. Ha amici importanti. Fa solo telefonate importanti. Anche i suoi scherzi in famiglia sono molto importanti. Si crede indispensabile. È indispensabile. I funerali seguiranno domani alle ore 14.30, partendo dall’abitazione dell’estinto”.

(Dino Buzzati, “Le notti difficili”, ed. Oscar Mondadori)

“Le notti difficili” fu l’ultimo libro edito con Buzzati ancora vivente. Si tratta di una raccolta di cinquantuno racconti, Continua a leggere…

“Il sentimento del contrario (comicità e umorismo per Pirandello)”

Alcuni mesi fa, entrando sorridente in un locale, mi sono ricordato di quando, sei – sette anni prima, in quello stesso locale avevo singhiozzato come un bimbo, causa una cocente delusione pseudo – sentimentale. Questa poco proustiana ricerca del tempo perduto mi aveva indotto a immaginare un incontro ipotetico tra i due “me stesso”, quello mesto e quello sorridente. Ipotizzavo che il primo potesse chiedere al secondo: – Ma che hai da sorridere in questo modo idiota?

A quel punto, il secondo, punto nell’orgoglio, avrebbe potuto rispondere: – E tu che avevi da piagnucolare?

Poi, riflettendo, giunsi alla conclusione che un litigio tra i due non avrebbe potuto durare a lungo, trattandosi, comunque, della stessa persona, sebbene mutata nel tempo e nella disposizione d’animo. Allora feci terminare quella misera storia ipotetica con un abbraccio e con la considerazione del sorridente, sussurrato all’orecchio del piagnucolante: – Se oggi sorrido, è anche grazie a te, a quel che eri, a quel che ero.

La storiella finisce così, scioccamente. Ora, non abbiate paura, non sto per raccontarvi l’ingresso nel locale di un terzo “me stesso”, cioè quello che scrive quest’articolo, né ho intenzione di trarne conclusioni filosofiche, che peraltro non sarei in gradi di trarre. Avevo intenzione di scrivere un articolo sul tema “se stessi” (o “sé stessi”, in proposito vedi l’articolo “Kafka era abbastanza kafkiano”), ma la mia mente ha deviato verso un altro aspetto della questione. Mi riferisco al “ridicolo” Continua a leggere…

“Le novelle” (Ănton Cechov)

cechov

“Ma corsi universitari non ne avete fatti? Allora non sapete che cosa sian le scienze. Tutte le scienze, quante ce n’è al mondo, hanno un solo e medesimo passaporto, senza del quale si reputano inconcepibili: l’aspirazione alla verità! Ciascuna di esse, perfino una qualunque farmacognosia, ha per suo fine non l’utile, non la comodità della vita, ma la verità. Cosa singolare! Quando vi mettere a studiare una qualsiasi scienza, prima di tutto vi colpisce il suo principio informatore. Vi dirò, non c’è nulla di più attraente e di più grandioso, nulla che tanto sbalordisca e avvinca lo spirito umano quanto il principio di qualsiasi scienza. Fin dalle prime cinque o sei lezioni, già vi dànno le ali le più luminose speranze, già vi par d’essere padroni della verità. E io mi diedi alle scienze perdutamente, appassionatamente, come alla donna amata. io n’ero schiavo e, fuorché d’esse, non volevo conoscere altro sole. Giorno e notte, senza raddrizzar la schiena, studiano a memoria, mi rovinavo a comprar libri, piangevo, quando sotto i miei occhi gli uomini sfruttavano la scienza a fini personali. Ma non m’infatuai a lungo. Continua a leggere…

“Maschere nude, vol. 1” (Luigi Pirandello)

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SIRELLI                 Potresti negar l’evidenza, se domani quest’atto ti venisse presentato?

LAUDISI               Io? Ma non nego nulla io! Me ne guardo bene! Voi, non io, avete bisogno dei dati di fatto, dei documenti, per affermare o negare! Io non so che farmene, perché per me la realtà non consiste in essi, ma nell’animo di quei due, di cui non posso figurarmi d’entrare, se non per quel tanto ch’essi me ne dicono.

SIRELLI                 Benissimo! E non dicono appunto che uno dei due è pazzo? O pazza lei, o pazzo lui: di qui non si scappa! Quale dei due?

AGAZZI                 È qui la questione!

LAUDISI               Prima di tutto, non è vero che lo dicano entrambi. Lo dice lui, il signor Ponza, di sua suocera. La signora Frola lo nega, non soltanto per sé, ma anche per lui. Se mai, lui – dice – fu un po’ alterato di mente per soverchio amore. Ma ora sano, sanissimo.

SIRELLI                 Ah, dunque tu propendi, come me, verso ciò che dice lei, la suocera?

AGAZZI                 Certo che, stando a ciò che dice lei, si può spiegare tutto benissimo.

LAUDISI               Ma si può spiegar tutto ugualmente, stando a ciò che dice lui, il genero!

SIRELLI                 E allora – pazzo – nessuno dei due? Ma uno dev’essere, perdio!

LAUDISI               E chi dei due? Non potete dirlo voi, come non può dirlo nessuno. Continua a leggere…

“Quaderni di Serafino Gubbio operatore” (Luigi Pirandello)

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“Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno.

In prima, sì, mi sembra che molti l’abbiano, dal modo come tra loro si guardano e si salutano, correndo di qua, di là, dietro alle loro faccende o ai loro capricci. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po’ addentro negli occhi con questi miei occhi attenti e silenziosi, ecco che subito s’aombrano. Taluni anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per poco io seguitassi a scrutarli, m’ingiurerebbero o m’aggredirebbero.

No, via, tranquilli. Mi basta questo: sapere, signori, che non è chiaro né certo neanche a voi neppur quel poco che vi viene a mano a mano determinato dalle consuetissime condizioni in cui vivete. C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo. Ma appena appena quest’oltre baleni negli occhi d’un ozioso come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate.”

(Luigi Pirandello, “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”)

“Quaderni di Serafino Gubbio operatore” fu pubblicato inizialmente a puntante sulla rivista “Nuova Antologia”, nell’estate del 1915, per poi essere edito nel 1916 e 1917, e infine, con ulteriori modifiche, nel 1925. È un romanzo scritto in forma di diario, strutturato in sette quaderni, con il quale il protagonista – narratore, impiegato come operatore presso la casa cinematografica Kosmograph, ci narra le vicende dell’ultimo anno della sua vita. Il suo è un lungo racconto in prima persona, una serrata disquisizione polemica sull’alienazione dell’uomo moderno alle prese con le macchine, con la progressiva disumanizzazione dalle stesse indotte nonché, su un piano più generale, sull’assurdità dell’esistenza.

Gubbio, per sfuggire ai suoi tomenti interiori, studia le persone che lo circondano, per scoprire se abbiano, Continua a leggere…

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