Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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A scuola da Molière

Moliere

“CRISTALDO
Dunque, siete venuto qui per sposarvi?
ARNOLFO
Sì, voglio concludere la cosa per domani.
CRISALDO
Siamo qui soli, e mi pare che possiamo parlarne senza paura d’essere ascoltati. Volete che in tutta amicizia vi apra il mio cuore? Questo vostro progetto mi fa tremare di paura: perché, in qualsiasi modo mettiate le cose, prender moglie nel caso vostro è una faccenda piuttosto temeraria.
ARNOLFO
Forse la verità, amico mio, è che pensando alla vostra famiglia trovate motivo di preoccuparvi per la mia; ed è la vostra fronte, credo, che vi fa pensare che le corna siano l’immancabile corollario del matrimonio.”
(Molière, “La scuola delle mogli”, ed. Bur)

“Una nuova vita” (Bernard Malamud)

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“Dentro, gli si accelerava la fuga. Non stava fuggendo eppure fuggiva, incapace di individuare da chi scappava, se da se stesso o da lei. Attribuiva quella fuga, che paradossalmente era inseguire il sentimento, al fatto che erano accadute troppe cose in un tempo troppo breve. Non riusciva a farcele stare tutte, l’esperienza traboccava, confondendo ogni giudizio. Aveva, dal giorno della loro separazione, nutrito la segreta speranza che attraverso l’amore si fossero vicendevolmente destinati a un futuro; non aveva previsto che il futuro gli esplodesse in faccia, mandando in frantumi tutto quello che doveva pensare, decidere, fare. Era una tremenda responsabilità: rubare la moglie a un altro, lo squallido subbuglio di un divorzio, il doversi adattare a lei, a tutte le sue abitudini e impedimenti, accordare al suo schiamazzo la propria vita silenziosa di scapolo, i bisogni, le aspirazioni, i progetti, che, se anche distrutti e sostituiti più di una volta, restavano sostanzialmente quelli che erano stati, solo che la loro realizzazione si andava allontanando dal suo naso a ogni passo che muoveva. Era come dilaniato dall’intensa pressione degli eventi, dalle troppe possibilità nuove: dove le avrebbe messe tutte? Temeva che il suo destino fosse stato deciso a sua insaputa, dal caso, da lei, non da lui. Lei annunciava i tempi della corsa e lui si trovava a regolarci sopra il suo ritmo di gara. Aveva seri dubbi, se avesse riattaccato con lei, di poter restare il vero padrone del proprio destino; aveva già perso – cosa terribile – la libertà di sentirsi libero.”

(Bernard Malamud, “Una nuova vita”, ed. minimum fax)

Seymour Levin, professore trentenne, ex alcolizzato per via anche di tragedie familiari mai superate, sprovveduto, idealista, ma soprattutto stanco di New York, viene chiamato da un college del Nord-Est statunitense, laddove spera di ricostruirsi una nuova vita. La chiamata arriva insperata, ma per Levin lo spostamento dalla metropoli alla cittadina di 10.000 abitanti sembra, inizialmente, essere davvero la tanto agognata svolta.

Inesorabilmente, però, Levin si trova invischiato in rivalità più o meno subdole tra colleghi, in lotta per le elezioni del Dipartimento, ma soprattutto si rende conto di aver frainteso la cattedra per la quale è stato chiamato, non potendo estrinsecare la sua passione per i romanzi e sentendosi ingabbiato nelle lezioni di grammatica che gli sono richieste. A complicargli l’esistenza, però, è principalmente il desiderio di una donna, che infine trova incarnazione in Pauline, moglie del professor Gilley, cioè colui al quale Levin deve la chiamata al college.

La passione per Pauline getta Levin in un caos totale, in quella che è davvero una “nuova vita”, ma fatta di bugie, ricatti morali, sensi di colpa, clandestinità. Levin, indeciso su quali strade intraprendere di volta in volta, si scontra anche con un ambiente, universitario e non solo, tutt’altro che di larghe vedute, anzi piuttosto gretto, passando da una sconfitta all’altra eppure sentendo, in fondo, che solo nel contrastato amore per Pauline potrà trovare un certo senso alla sua esistenza fino ad allora inconcludente.

 

“Di contrabbando” (D. H. Lawrence)

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“Sigmund non rispose: spesso ella lasciava cadere così il discorso abbandonandolo al suo senso di tragedia. Non aveva nessuna idea di quanto la vita di lui fosse sradicata; e quando egli aveva tentato di farglielo intendere, ella aveva deviato, lasciandolo così, nel suo intimo, assolutamente solo.

– Non c’è settimana prossima – affermò la donna con grande calore – non c’è che il presente.

Nello stesso tempo si alzò e gli guizzò vicina. Cingendogli il collo con le braccia, gli chiuse forte il capo contro il suo cuore, immergendogli le mani nei capelli: sentiva egli, stretta contro il seno di lei, le narici e la bocca. Aspirava l’odore delle sue vesti di seta, e il morbido, inebriante aroma del suo corpo; a occhi chiusi si ripeteva, serio, tra sé che ella era cieca sul suo conto. Ma un altro se stesso esultava felice, senza preoccuparsi che ella fosse o no cieca, ora che così gli premeva la faccia contro il suo seno. Gli lisciò e gli accarezzò i capelli; fremendo si serrò ancora il capo di lui contro il petto, come se non avesse voluto più sciogliersi da lui, e si chinò a baciargli la fronte. Egli la prese per le braccia e così rimasero per un po’, immobili.”

(David Herbert Lawrence, “Di contrabbando”, ed. dall’Oglio)

Pur non raggiungendo le vette di “L’amante di Lady Chatterley” e “Figli e amanti”, due libri che mi piacquero tanto e che con l’occasione consiglio, “Di contrabbando” mi ha confermato ancora l’abilità di D. H. Lawrence nel mostrarci la nascita, lo sviluppo, la decadenza di passioni amorose.

Il romanzo è, infatti, la storia del rapporto tra la violinista Elena, neanche trentenne, e il quasi quarantenne Sigmund, suo maestro di musica e amante. Sposato a Beatrice, con figli, Sigmund trascorre con Elena una settimana lontano dalla routine del quotidiano, all’insegna delle molteplici sensazioni che un’avventura clandestina del genere può offrire. Alla gioia del poter condividere con l’amato spazi di libertà altrimenti impossibili, all’ardore che può scoccare sotto il sole cocente di spiagge selvagge, si uniscono emozioni di verso opposto, quali l’angoscia del sapere che tutto è una parentesi e che presto, inesorabile, il Tempo arriverà a dividere nuovamente gli amanti. Il ritorno ai doveri coniugali e paterni, inoltre, sarà per Sigmund fonte di una drammatica resa dei conti con la realtà e con sé stesso.

Lawrence, con la sua prosa lirica e sensuale, ci mostra quindi il desiderio crescente tra la sognatrice Elena e l’apparentemente più rude Sigmund, la paura di un eccessivo coinvolgimento emotivo, il terrore puro del distacco ormai prossimo, ma anche le distanze, sottili ma non meno subdole, che i due, a contatto per più giorni, cominciano a cogliere.

Un libro, insomma, sull’estasi inquieta che una passione “di contrabbando” può donare e sulle conseguenze (non sempre piacevoli, a volte tragiche) dell’amore o dei suoi surrogati.

“- Sembra che ci sia ancora un’eternità prima del treno delle tre e quarantacinque, no? – ella insistette.
– Vorrei che non avessimo da tornare a casa mai più.
Elena sospirò.
– Sarebbe pretendere troppo dalla vita. Qualche cosa noi lo abbiamo avuto, Sigmund – disse.
Egli chinò il capo senza rispondere.
– Sì, caro, qualche cosa era – ripeté Elena.
Egli si levò e se la strinse tra le braccia.
– Tutto, era – disse con la testa affondata nella sua spalla nuda, profumata d’uno squisito e fresco odore di mare. – Tutto.”

“Una scrittura femminile azzurro pallido” (Franz Werfel)

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“Lì, fissò a lungo con occhi atterriti la severa calligrafia femminile, dai caratteri ben allineati, soppesando in continuazione quella lettera leggera senza tuttavia osare aprirla. Quei caratteri scarni lo guardavano con una forza espressiva sempre più intensa, fino a investire un po’ alla volta tutto il suo essere, come un veleno che gli paralizzava il battito. Mai avrebbe immaginato, nemmeno nell’incubo più angoscioso, di poter rivedere la calligrafia di Vera. Da dove veniva quella paura inconcepibile, indegna di una persona come lui, che lo aveva assalito poco prima, quando in mezzo a quel mucchio di posta insignificante si era sentito d’un tratto fissato da quella lettera? Di sicuro uno spavento che risaliva alle origini della sua esistenza. Ma un uomo che ha raggiunto quelle vette e che ha quasi portato a termine il proprio cammino non può spaventarsi in quel modo. Per fortuna Amelie non si era accorta di nulla. Perché quello spavento che sentiva ancora in tutte le sue membra?”

(Franz Werfel, “Una scrittura femminile azzurro pallido”, ed. Garzanti)

Talvolta anche la soglia di un pub si rivela occasione utile a stimolare l’incontro con autori/romanzi e proprio questo mi è capitato con Franz Werfel, nato a Praga nel 1890 e poi, dopo l’annessione nazista dell’Austria, costretto a fuggire in Italia, Francia e Stati Uniti. Werfel, per me, era un nome noto, ma mai approfondito, finché qualche settimana fa un avventore (non “patibolare”, cit. Roberto Bolaño) mi ha parlato di lui e quindi, trovandomi in libreria per altri motivi, ho scelto di presentarmi a Werfel acquistando “Una scrittura femminile azzurro pallido”, incuriosito non tanto dal titolo, quanto piuttosto dalla sintesi in ultima pagina.

Ambientato nella Vienna degli anni ’30 del Novecento, in un’Austria non ancora succube del nazismo ma sulla via per esserlo, il romanzo (breve) narra le vicende di Leonilda, detto Leon, burocrate ministeriale cinquantenne, appagato dal suo ruolo e dal suo matrimonio di convenienza con Amelie, di undici anni più giovane di lui, discendente di una famiglia molto influente e dunque fonte imprescindibile dell’ascesa sociale del funzionario, misteriosamente affascinante agli occhi della donna. Sul volto di Leon è stampato il sorrido beffardo e ambiguo di chi “ce l’ha fatta” ad emergere e si pavoneggia della cosa; la sua esistenza sembra scorrere tranquilla, in superficie, senza scavi nelle profondità della psiche, finché, tra le varie e inutili lettere ricevute in occasione del suo cinquantesimo compleanno, ne sbuca una molto particolare, scritta con grafia femminile, a mano, in un inchiostro azzurro pallido, una missiva che sconvolge l’uomo.

Leon, infatti, sa benissimo che a scriverla è stata Vera Wormser, un’ex studentessa di filosofia con la quale egli aveva avuto, diciotto anni prima, una storia d’amore bruciante, appena un anno dopo essersi sposato con Amelie. Nella lettera la donna, con tono freddo e distaccato, gli chiede d’intercedere per un diciottenne impossibilitato a frequentare le scuole in Germania perché ebreo. Per Leon è ovvio pensare che il ragazzo possa essere frutto di quella relazione adulterina che sembrava essere sepolta nell’oblio e che invece riemerge dal passato, peraltro rimettendo Leon di fronte ai meschini comportamento che all’epoca aveva tenuto sia nei confronti di Amelie, candidamente innamorata di lui e da sempre totalmente ignara di quanto accaduto, sia nei confronti di Vera, sedotta e abbandonata senza troppi complimenti. Cosa deve fare Leon: strappare la lettera, come già fece alcuni anni prima, oppure cercare Vera e rischiare di cadere in un abisso sconosciuto?

Non proseguo nella descrizione degli eventi per non rovinare la lettura a chi si è imbattuto in queste mie parole, ma aggiungo che Werfel è molto abile nel descrivere i turbamenti che affliggono Leon, il senso di colpa, i dubbi feroci, l’immaginazione che lo spinge a fantasticare su scenari ipotetici ormai irrealizzabili, a chiedersi come sarebbe potuta mutare la sua esistenza se diciotto anni prima avesse seguito il cuore (cioè Vera) invece che aspirazioni di altro genere. Le scelte che l’esistenza gli sottopone ora sono dolorose e non può più fingere, costretto com’è a ignorare definitivamente le istanze del suo cuore oppure a rimettere in discussione tutta la gabbia sociale che ormai ha costruito attorno a sé.

Il romanzo si legge in un pomeriggio o almeno io sono stato avvinto dalla prosa di Werfel, autore che, a questo punto, approfondirò in altre sue opere, sperando siano all’altezza di questa prima e appagante lettura.

“Una risata nel buio” (Vladimir Nabokov)

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“Albinus era consapevole della gelosia umiliante che lo divorava nel vedere Margot stringersi al cavaliere di turno, specie sapendo che lei non indossava nulla sotto l’abito leggero; le gambe erano abbronzate in modo così incantevole che lei non portava le calze. A volte Albinus la perdeva di vista; allora si alzava in piedi e gironzolava irrequieto, battendo una sigaretta sul portasigarette. Entrava in una stanza dove alcuni giocavano a carte, poi passava su una terrazza, quindi ritornava sui proprio passi con la nauseante convinzione che lei lo stesse tradendo. A un tratto Margot ricompariva da chissà dove, gli si sedeva accanto nel suo bellissimo vestito luccicante e beveva una lunga sorsata di vino. Lui non palesava la propria apprensione, ma sotto la tavola le accarezzava nervosamente le ginocchia nude che sbattevano l’una contro l’altra quando lei si allungava all’indietro sulla sedia ridendo – un po’ istericamente, pensava Albinus – per qualche battuta, non troppo divertente, del suo ultimo cavaliere.”

(Vladimir Nabokov, “Una risata nel buio”, ed. Adelphi)

Un grande scrittore come Nabokov può permettersi di svelare tutta la trama grossolana del libro nella prime cinque righe, tanto poi se la gioca sui particolari. L’incipit di “Una risata nel buio” è: “C’era una volta un uomo che si chiamava Albinus, il quale viveva in Germania, a Berlino. Era ricco, rispettabile, felice; un giorno lasciò la moglie per un’amante giovane; l’amò; non ne fu riamato; e la sua vita finì nel peggiore dei modi. La storia, in breve, è tutta qui, e qui avremmo potuto fermarci se non fosse stato giovevole e dilettevole raccontarla; e benché su una pietra tombale vi sia spazio quanto basta a contenere, incorniciato nel muschio, il compendio di una vita, i particolari sono sempre graditi.”

Dopo siffatta introduzione autoriale, diventa difficile per me aggiungere altro per descrivere i motivi per cui suggerisco la lettura di questo ennesimo grande romanzo di Nabokov, un libro che contiene una vicenda di gelosia, rancore, passione, inganno, ma che è soprattutto una grande dimostrazione di come la Letteratura di un certo livello riesca a coinvolgere il lettore anche quando egli, di fatto, già sa tutto dalla prima pagina. Continua a leggere…

“Le affinità elettive” (Johann Wolfgang von Goethe)

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“- Se la coscienza, – ribatté Carlotta, – ti suggerisce simili considerazioni, allora io posso star tranquilla. Queste metafore sono garbate e interessanti, e chi non si diverte a giocare con le similitudini? Ma l’uomo, insomma, sta ben più in alto di questi elementi, e se in questo campo ha un po’ largheggiato con le belle parole di scelta e di affinità elettiva, farà anche bene a tornare un po’ in sé stesso e ad apprezzare degnamente il valore di tali espressioni. Purtroppo conosco anch’io tanti casi in cui un’intima unione di due esseri, che sembrava indissolubile, è stata distrutta dal casuale intervento di un terzo, e uno di quelli che prima sembravano così bene accoppiati ha dovuto prendere il largo.

– In questi casi i chimici sono molto più galanti, – disse Edoardo; – essi vi associano un quarto elemento, perché nessuno rimanga scompagnato.

– Verissimo! – replicò il Capitano; – questi casi sono anzi i più interessanti e i più notevoli, poiché vi si può realmente rappresentate come s’incrociano in questa quadruplice vicenda attrazione, affinità, abbandono ed unione: quattro sostanze, finora combinate a due a due, poste in contatto, abbandonano la loro unione precedente e si combinano in modo nuovo. In quest’espellere e catturare, in questa repugnanza ed attrazione, par veramente di scorgere una superiore determinazione; si è portati ad attribuire a simili sostanze una specie di volontà di scelta e il termine tecnico di affinità riesce perfettamente giustificato. Continua a leggere…

“Paura” (Stefan Zweig)

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“Quando Irene uscì dall’appartamento del suo amante e cominciò a scendere le scale, tutto d’un tratto quella paura insensata tornò a impadronirsi di lei. All’improvviso una spirale nera prese a mulinarle davanti agli occhi, le gambe erano come bloccate da una morsa di ghiaccio, ed ella dovette aggrapparsi in fretta alla ringhiera per non cadere bruscamente in avanti. Non era la prima volta che arrischiava una visita così pericolosa, quel brivido repentino non le era sconosciuto e, pur opponendo in cuor suo una strenua resistenza, nel riprendere la via di casa finiva sempre per soggiacere a simili imperscrutabili attacchi di una paura irragionevole e ridicola.”

(Stefan Zweig, “Paura”, ed. Adelphi)

Irene Wagner appartiene alla migliore borghesia viennese, è sposata con un avvocato, madre di due figli, e amante del pianista Eduard, che l’ha attratta più in virtù della diversità che rappresentava nella sua quotidianità che non per affinità di sensi. Un giorno, uscendo dall’appartamento dell’amante, Irene s’imbatte in una donna sconosciuta, che, sostenendo di essere la legittima e povera consorte del pianista, la ricatta con veemenza, estorcendole del denaro.

Per Irene inizia un percorso nella paura. Zweig, in poco più di cento pagine, Continua a leggere…

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