Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “totalitarismo”

“La banalità del male” (Hannah Arendt)

banalita-del-male

“È questo un esempio di malafede, un ingannare sé stesso, congiunto a un’enorme stupidità? O è semplicemente l’eterna storia del criminale che non si pente (nelle sue memorie Dostoevskij ricorda che in Siberia, tra tanti assassini, ladri e violenti non ne trovò mai uno solo disposto ad ammettere di aver agito male), del criminale che non può vedere la realtà perché il suo crimine è divenuto parte di essa? Eppure il caso di Eichmann è diverso da quello del criminale comune. Questo può sentirsi ben protetto, al riparo dalla realtà di un mondo retto, soltanto finché non esce dagli stretti confini della sua banda. Ma ad Eichmann bastava ricordare il passato per sentirsi sicuro di non stare mentendo e di non ingannare sé stesso, e questo perché lui e il mondo in cui era vissuto erano stati, un tempo, in perfetta armonia. E quella società tedesca di ottanta milioni di persone si era protetta dalla realtà e dai fatti esattamente con gli stessi mezzi e con gli stessi trucchi, con le stesse menzogne e con la stessa stupidità che ora si erano radicate nella mentalità di Eichmann. Queste menzogne Continua a leggere…

“La scuola dei dittatori” (Ignazio Silone)

scuolad

“Non so. Comunque mi permetto di riassumente il pensiero in questa forma: la prima condizione affinché prevalga un sistema totalitario, è la paralisi dello stato democratico, cioè un’insanabile discordanza tra il vecchio sistema politico e la vita sociale radicalmente modificata; la seconda condizione è che il collasso dello stato giovi innanzitutto al partito d’opposizione e conduca ad esso le grandi masse, come al solo partito capace di creare un nuovo ordine; la terza condizione è che questo si riveli impreparato all’arduo compito e contribuisca anzi ad aumentare il disordine esistente, mancando in pieno alle speranze in esso riposte. Quando queste premesse sono consumate, e nessuno ne può più, irrompe sulla scena il partito totalitario. Se esso non ha alla sua testa un imbecille, ha molte probabilità di arrivare al potere”.

(Ignazio Silone, “La scuola dei dittatori”)

La scuola dei dittatori” fu scritto da Ignazio Silone nel 1938, a Zurigo, dove lo scrittore si era rifugiato per proseguire la sua attività di antifascista militante. Pubblicato in Italia solo decenni dopo, si tratta di un saggio scritto in forma di dialogo, con il quale l’autore tenta la difficile impresa di spiegare come nascono i totalitarismi, con particolare riferimento a quelli che ebbe modo di conoscere per circostanze di luogo e/o tempo, cioè il fascismo e il nazismo più nel dettaglio, ma anche lo stalinismo. L’autore immagina l’arrivo in Europa di Mr Doppia Vu, un aspirante tiranno statunitense, e del suo assistente, il professor Pickup, ideologo inventore della pantautologia, dottrina che dovrebbe accompagnare l’ascesa al potere del suo capo. I due, dopo aver cercato invano spunti in giro per l’Europa, incontrano, proprio a Zurigo, Tommaso il Cinico, un emigrato politico italiano, che, da nemico del fascismo, sarà maggiormente in grado di fornire loro “aiuto” nella loro ricerca.

Nel libro, attraversato da un generale tono di sarcasmo e di amarissima ironia, Silone, Continua a leggere…

“L’elefante” (Slawomir Mrożek)

mrozek

“In questi giorni sui giornali si leggono appelli alla mobilitazione di tutte le forze disponibili. I cittadini vengono esortati a compiere azioni degne di gloria e di promozione. “Un generale in ogni casa!”, ecco la parola d’ordine. Ho mobilitato anch’io tutte le mie forze, ma con scarso risultato: mi sono rotto le bretelle.”

(Slawomir Mrożek, “L’elefante”)  

Girovagando tra gli scaffali della biblioteca comunale del mio paese, mi sono imbattuto in Slawomir Mrożek, autore che finora mi era del tutto sconosciuto, ma che giaceva lì, accanto ai miei amati romanzieri russi, da qualche tempo. Incuriosito dalla descrizione nella retro-copertina, ho deciso di prenderlo, scoprendo così una serie di racconti paradossali, divertenti, a tratti esilaranti, eppure densi di significati. Dopo qualche pagina sono andato a raccogliere informazioni su Mrożek e ho scoperto che è morto appena qualche settimana fa.

I bersagli principali dell’umorismo sfrenato di Mrożek sono la burocratizzazione e la retorica dei regimi, Continua a leggere…

“La peste” (Albert Camus)

camus la peste

“Che ne pensa lei, dottore, della predica di Paneloux?”

La domanda era posta con naturalezza, e Rieux rispose allo stesso modo.

“Ho vissuto troppo negli ospedali per amar l’idea di un castigo collettivo. Ma, lei sa, i cristiani talvolta parlano come lui, senza mai realmente pensarlo. Sono migliori di quanto non sembrano”.

“Lei pensa tuttavia, come Paneloux, che la peste porta un suo beneficio, che apre gli occhi, che costringe a pensare!”

Il dottore scosse la testa con impazienza.

“Come tutte le malattie di questo mondo. Ma quello che è vero dei mali di questo mondo è vero anche della peste. Può servire a maturar qualcuno. Ciononostante, quando si vedono la miseria e il dolore che porta, bisogna essere pazzi, ciechi o vili per rassegnarsi alla peste”.

Rieux aveva appena alzato il tono. Ma Tarrou fece un gesto con la mano, come per calmarlo; e sorrideva.

“Sì”, disse Rieux alzando le spalle. “Ma lei non mi ha risposto; ha riflettuto?”

Tarrou si eresse un po’ nella poltrona e protese la testa nella luce.

“Lei crede in Dio, dottore?”

Anche questa domanda era posta con naturalezza, ma stavolta Rieux esitò.

“No, ma che vuol dire questo? Sono nella notte, e cerco di vederci chiaro. Da molto tempo ho finito di trovare originale la cosa”.

(Albert Camus, “La peste”, ed. Bompiani)

Con “Lo straniero” Albert Camus aveva affrontato il tema dell’assurdo e in particolare dell’individuo alle prese con il mondo a lui circostante, peraltro trattato, sotto forma di saggio, anche ne “Il mito di Sisifo”. Con “La peste”, invece, la dimensione diventa più collettiva, trattandosi di un romanzo corale, che non ci narra più le sole vicende di un singolo, bensì quelle di un’intera comunità alle prese con eventi tragici. Ho riletto “La peste” a distanza di anni e premetto che di fronte a certi testi la pretesa di volerli descrivere anche solo in minima parte è sterile. Peraltro, sono convinto che anche solo riuscire a incuriosire qualcuno che non l’ha ancora letto sarebbe qualcosa di cui potermi ritenere soddisfatto.

“La peste” è del 1947 e questo dato cronologico evidenzia con nettezza il significato metaforico che assume l’epidemia collettiva descritta da Camus nelle sue mirabili espressioni poetiche. È chiaro che nella mente dello scrittore franco-algerino c’erano ancora le drammatiche vicende belliche e la follia dei totalitarismi di vario genere. Non rilevare questo dato renderebbe la lettura del romanzo monca. La storia è ambientata a Orano, prefettura francese sulla costa algerina, in un imprecisato 194…, il che conferma quanto scritto poco fa. Una cittadina, Orano, dove ci si annoia cercando di concludere affari e che all’improvviso piomba in una condizione d’isolamento dal resto del mondo, vedendo così sconvolte le abitudini di tutti i suoi cittadini. Dal ritrovamento di una quantità sempre maggiore di topi morti, Continua a leggere…

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: