Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Era arrossita?”

Proust

“Non potevo ricordarmi se Albertine fosse arrossita quando avevo ingenuamente proclamato il mio orrore per tendenze di quel genere, non potevo ricordarmene, perché spesso troppo tempo è passato quando vorremmo sapere quale atteggiamento abbia avuto una persona in un momento in cui non vi facemmo assolutamente attenzione e che, più tardi, quando ripensiamo alla nostra conversazione, chiarirebbe una difficoltà assillante. Ma nella nostra memoria c’è una lacuna, non c’è traccia di quanto cerchiamo. E molto spesso non abbiamo prestato attenzione, sul momento, alle cose che potevano già sembrarci importanti, non abbiamo sentito una frase, non abbiamo notato un gesto, oppure l’abbiamo dimenticato. E quando, più tardi, avidi di scoprire una verità, risaliamo di deduzione in deduzione, sfogliando la nostra memoria come una raccolta di testimonianze, quando arriviamo a quella frase, a quel gesto, ci è impossibile ricordare, ricominciamo venti volte lo stesso percorso, ma inutilmente, non andiamo oltre. Era arrossita?”
(Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”)

“Banda di timidi”.

Stanotte, in un sogno, mentre della gente giocava a calcetto a pelo d’acqua, manco fossero Cristi in scarpette chiodate, raccontavo a un tizio di come un tempo mi vergognassi di dire che la carne non mi piace(va), che non sapevo nuotare, che per dire “ciao” a una donna facevo domanda al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e più in generale di come fossi esperto nel darmi martellate sulle gonadi.

Questo tizio poi ha tirato fuori Voltaire e una sua tanto citata frase contro i fanatismi, che non so fino a che punto c’entrasse nella discussione. Poi, sempre mentre quelli giocavano sull’acqua, mi sono messo a canticchiare questo pezzo di Ciampi.

Mi sono svegliato, pensando che la carne non mi piace tuttora (però uccido le zanzare, se capita; tanto per specificare che la mia non è una scelta “etica”, ma di gusto), che ho imparato a nuotare, male, ma non so che farmene di questa nuova abilità. E Voltaire? Boh. Ci penso dopo.

(questo articolo “ha tutte le carte in regola” – cit. – per apparire nella colonnina di destra dei principali quotidiani nazionali in edizione virtuale)

Una pioggia qualunque

La pioggia le ricordò quando lui, una sera di tanti anni fa, le stava dicendo che si può essere “nudi” e “trasparenti” per innocenza, per esibizionismo o per amore, e lei non era riuscita a trattenersi, quando lo aveva sentito pronunciare quelle due parole, “nudi” e “trasparenti”, con un pathos da malato terminale.

– Cazzate, sei ubriaco, ammettilo, altro che nudi o trasparenti, dì quello che pensi senza giri di parole! – aveva esclamato ridendo. Era sin troppo facile capire quel che stava accadendo, ma lui non lo diceva, paralizzato dalla timidezza. Lo aveva visto rabbuiarsi, senza apparente ragione.

L’ultima volta si erano incontrati in un supermercato. Lei aveva il figlio con sé nella carrozzella, lui un libro nella mano. Non avevano parlato molto, ne era passato di tempo da quelle serate, si erano persi di vista e non era il caso di riaprire vecchie ferite. Quando lei gli aveva detto che il bambino si chiamava Ivan, come uno dei “loro” personaggi romanzeschi, le era parso che a lui s’illuminassero gli occhi, ma forse era solo una congiuntivite incombente.

– In tutti i casi, ti trovo diverso, più solare, non so… – Mi manca l’alibi, ormai – le aveva risposto sibillino. Guardandolo di spalle, poi, mentre lui si allontanava, si ripromise che avrebbe tentato di riallacciare i rapporti, anche se non sapeva spiegarsi il “perché”. Cosa faceva lui? Aveva trovato una ragazza?

La pioggia, in una sera qualunque di una qualunque provincia. A lei piaceva, sin da piccola. Anche a lui, un tempo, ma poi era cambiato. Le avevano detto che ora amava il sole, la spiaggia, che quasi detestava quel rumore di gocce che a lei sembrava tanto accogliente. Si alzò, si avvicinò alla libreria, prese il libro che lui le aveva regalato per un suo compleanno, e lesse la dedica che l’amico perduto, un tempo innamorato di lei, le aveva scritto all’epoca: “La lucidità è la ferita più prossima al sole” (R. Char).

Nell’altra stanza, suo marito giocava con il bimbo, li sentiva ridere. Chiuse il libro e corse a raggiungerli.

Rossore.

A quaranta gradi all’ombra può accadere di avere il volto paonazzo e grondante di sudore. Un’immagine non certo poetica, quanto meno ai miei occhi. Quest’articolo, però, non è un tentativo di descrivere vicende di spiaggianti più o meno abbronzati, ma una minuscola, superficiale, disarticolata e non pretenziosa indagine sul rossore dovuto alla timidezza. Sì, questo “mostro” a svariate teste, che può paralizzare o affascinare, e che per l’appunto può manifestarsi anche attraverso un rossore del volto.

Provenendo da quelle lande (ho una Laurea ad honorem in Timidezza Adolescenziale, più svariati titoli che non sto qui a elencarvi), ed essendone uscito fuori da un po’ (ma non sono diventato un giullare di corte), resto tuttora affascinato, nei limiti dell’umana reciproca empatia, da talune persone che arrossiscono per i più svariati motivi, dal più apparentemente banale (chiedere “che ora è?”) al più impegnativo (“ti amo?”, “vuoi venire con me a leggere Kierkegaard sdraiati su uno scoglio?”). Mi sembra di andare “Alla Ricerca del (mio) Rossore (quasi) Perduto. Continua a leggere…

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