Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “tempo”

“Ada o ardore” (Vladimir Nabokov)

ada

“Van impiegò mezz’ora a cercare un libro che aveva rimesso nel posto sbagliato. Quando alla fine lo trovò, si accorse di averlo già annotato tutto e che quindi non gli serviva più. Restò per un po’ disteso sul divano nero, con l’unico risultato di sentir crescere su di sé la pressione della passione e dell’ossessione. Decise di ritornare al piano superiore passando per la coclea, ma su quei gradini lo raggiunse il ricordo lacerante, fantastico, incantatore e disperatamente irrecuperabile di lei che correva su, con il candelabro in mano, la notte del Fienile in Fiamme, per sempre maiuscolo nella sua memoria – mentre lui la seguiva con la luce della candela che danzava dietro le sue natiche, dietro i suoi polpacci, dietro le sue spalle in movimento, dietro i suoi capelli fluenti, sempre più su, prima che le ombre in immense volute di nera geometria li raggiungessero nella loro ascesa a spirale, lungo la parete gialla. Trovò la porta del secondo piano chiusa dall’interno con il chiavistello, dovette tornare in biblioteca (una banale esasperazione aveva adesso tacitato i ricordi) e prendere la via dello scalone.

Avanzando verso il sole acceso della porta finestra, sentì Ada sul balcone che spiegava qualcosa a Lucette. Era qualcosa di divertente che riguardava…Non mi ricordo e non voglio inventare. Una caratteristica nel modo di parlare di Ada era la fretta con cui cercava di concludere certe frasi prima di lasciarsi sopraffare dall’ilarità, anche se qualche volta, come adesso, un breve scoppio di risa faceva esplodere all’improvviso le sue parole e lei doveva afferrarle al volo e finire la frase ancora più precipitosamente, tenendo a bada la sua allegria e facendo seguire l’ultima parola da un triplo rimbalzo di risa sonore, di gola, erotiche e soffici”. Continua a leggere…

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“Gita al faro” (Virginia Woolf)

gita al faro

“Che significa? che può significare? si domandò Lily Briscoe, incerta se le convenisse (dato che l’avevano lasciata sola) scendere in cucina a prendersi un’altra tazza di caffè o aspettare. Che significa? era quello un modo di dire, raccattato in qualche libro, un modo di dire che esprimeva imperfettamente la sua idea, perché, in quella prima mattina alla villa dei Ramsay, ella non sapeva concentrare le proprie emozioni e, in attesa che quei vapori si condensassero, poteva solo coprire con una frase qualunque il vuoto del suo spirito. Perché insomma che cosa sentiva lei in quel ritorno dopo tanti anni, dopo che la signora Ramsay era morta? Nulla, nulla: nulla che essa potesse esprimere in qualche modo.”

(Virginia Woolf, “Gita al faro”, ed. Garzanti, traduzione di Giulia Celenza)

L’oblio non risparmia le mie esperienze da lettore, né potrebbe essere altrimenti, dacché il lettore non è scisso dall’uomo e la mente dell’uomo ha limiti e difese che il lettore non può oltrepassare. Questo fatto, che potrebbe apparire terribile, in pratica si risolve, nell’atto della rilettura, in un’esperienza meravigliosa, perché lo stesso libro, a distanza di anni, si rivela essere un altro libro, pur essendo identiche le parole stampate sulla carta. L’occhio è diverso. Continua a leggere…

“Il domani non può essere del tutto diverso dallo ieri”

Questo post non ha come argomento principale l’amore, nonostante quanto possa far pensare il brano di Proust che riporterò sotto questa brevissima introduzione. Si tratta di un breve frammento che stamattina, aprendo il portafogli, ho ritrovato nello stesso assieme ad altre citazioni. Forse l’ho già pubblicato su questo blog. Proust descrive lo stato d’animo dell’innamorato infelice, ma stavolta, rileggendolo, ho pensato ad altro, o almeno non solo a vicende sentimentali. Per esempio, mi sono soffermato su quella convinzione dettata da una convenzione numerica, per la quale il cambiamento di una cifra in un numero dovrebbe essere sinonimo di stravolgimenti o scatti della volontà più generali e decisivi.

Ma ecco Proust.

“L’innamorato infelice che, respinto oggi come era stato respinto ieri, spera che l’indomani colei ch’egli ama, e che non lo ama, comincerà di colpo ad amarlo; colui che, non essendo abbastanza forte per il dovere che avrebbe da compiere, si dice: “Domani avrò come per incanto quella volontà che oggi mi manca…”, queste persone ripongono nell’avvenire una speranza che può dirsi mistica, nel senso che è una creazione del loro desiderio, non giustificata da alcuna previsione del ragionamento. Purtroppo giunge un giorno in cui non aspettiamo più ad ogni istante una lettera appassionata da un’amica che si è sempre mostrata indifferente, un giorno in cui comprendiamo che i caratteri non cambiano d’improvviso, che il nostro desiderio non può orientare a suo piacimento le volontà degli altri, tante sono le cose che su queste volontà premono e alle quali esse non sanno resistere, viene un giorno in cui comprendiamo che il domani non può essere del tutto diverso dallo ieri, giacché è fatto di ieri”.

(Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”)

“La trama del cosmo. Spazio, tempo, realtà” (Brian Greene)

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“Immaginate un universo in cui per comprendere l’origine di un fenomeno fosse necessario comprendere anche tutto il resto; un universo in cui per capire perché un pianeta orbita attorno a una stella, perché una palla lanciata in cielo segue una certa traiettoria, come funziona un magnete o una batteria, quali meccanismi regolano la luce o la gravità, o mille altre cose ancora, si dovessero prima sviscerare le leggi fondamentali del cosmo e determinare come esse agiscono sui costituenti elementari della materia. Per fortuna questo universo non è il nostro.

In caso contrario, la scienza non avrebbe avuto ragione di esistere. Se siamo riusciti a fare qualche scoperta nel corso dei secoli è perché abbiamo potuto avanzare un passo alla volta, svelare un mistero dopo l’altro e ogni volta basarci sui risultati precedenti. Newton non sapeva nulla degli atomi, ma ciò non gli ha impedito di avere le sue fondamentali intuizioni sulla natura del moto e della gravità. A Maxwell non è servito conoscere gli elettroni e le altre particelle per formulare la sua teoria onnicomprensiva dell’elettromagnetismo. Einstein non ha dovuto capire come fosse nato lo spaziotempo per poter stabilire il suo ruolo nella trasmissione della forza gravitazionale. Tutte queste scoperte, e molte altre che stanno alla base della nostra attuale concezione dell’universo, si sono originate in un contesto molto limitato in cui non ci si è fatto scrupolo alcuno a evitare di rispondere a molte altre domande. Ogni nuova teoria era un pezzo di un grande puzzle, anche se non si sapeva (e non si sa ancora) quale immagine sarebbe apparsa alla fine.”

(Brian Greene, “La trama del cosmo. Lo spazio, il tempo, la realtà”, ed. Einaudi, 2006)

In un celebre aforisma Kafka scriveva, più o meno, che “un libro dev’essere come un’ascia che squarcia il mare ghiacciato che è dentro di noi”, e in effetti i romanzi o i testi filosofici che più ammiro, ricordo, rileggo, sono proprio quelli che mi hanno procurato anche una sensazione simile. Come già anticipato in qualche articolo della scorsa settimana, negli ultimi tempi sto andando alla riscoperta, sebbene da profano della materia, del lato più propriamente fisico della faccenda (=mondo) e non solo mi ritrovo a pensare a quel “mare ghiacciato” in termini di atomi, molecole ed entropia, ma mi accade anche di vedere le pagine che ho sotto gli occhi come una sorta di formicaio brulicante di particelle-onde, oltre che come una metaforica (e meno male!) ascia.

Ho finito di leggere “La trama del cosmo” di Brian Greene Continua a leggere…

L’ora legale mi turba.

L’ora legale mi turba. Ogni anno è la stessa storia. Questo fatto che dalle 2:00 si passa alle 3:00, che tu magari, all’1:55 dici a uno “ci vediamo tra 10 minuti” e poi, invece, ti accorgi che è passata un’ora e dieci minuti. Cioè, non è che è proprio “passata”, ma per convenzione è così, insomma, ci siamo capiti. Per non parlare di quando l’ora legale viene meno, che ti ritrovi a ripercorre due volte le 2:01, le 2:02, le 2:03, e tutti i secondi e così via. Sono cose che mi turbano, indubbiamente.

“Dormi e non pensarci!”. Eh, fosse semplice. C’è sempre quello che pure nei sogni si attiene alle convenzioni, e magari mentre stai “riscrivendo” la tua esistenza secondo regole spazio-temporali diverse, ti si avvicina, con fare furtivo e ti fa: “Scusa, sai che ore sono?”.

P.s.: dagli ultimi due articoli pubblicati si possono intravedere i primi effetti “nefasti” delle letture che sto facendo negli ultimi giorni.

Memoria, spazio-tempo, etc.

dali_1931 Persistenza della memoria

Ho letto, tempo fa, una frase del regista Luis Buñuel. Pensava, augurandosela* all’amnesia finale, quella che cancella, con la memoria, l’esistenza stessa di una persona. Questa frase mi è “apparsa” oggi, in biblioteca, mentre leggevo, nel libro “La trama del cosmo” del fisico Brian Greene, le diverse concezioni dello spazio e del tempo, o meglio ancora dello “spaziotempo”. Il ponte tra le concezioni degli scienziati e la frase del regista è stato, nel mio cervello, un romanziere, Proust, con il suo concetto di “memoria involontaria”. Leggendo le parole dei fisici sullo spazio-tempo la mia mente è andata a quando, in un altro momento dello spazio-tempo che ho vissuto, nella stessa biblioteca leggevo “Alla ricerca del tempo perduto”, e da lì a Buñuel.

Leggere l’opera di Proust fu, per me, un’esperienza indimenticabile. Leggere della battaglia che cervelli come Einstein hanno combattuto, moderni Sisifo, per comprendere il mondo, è altrettanto appagante.

La consapevolezza della mia inadeguatezza di fronte a certi giganti del pensiero, la difficoltà di comprendere certi ragionamenti più “settoriali” non va per nulla a scalfire la gioia che provo quando sono di fronte allo spettacolo della mente umana, che pure così tante brutture può concepire.

Finché questa gioia prevarrà, non sentirò il bisogno, anch’io, di augurarmi l’amnesia finale, quella che tutto cancella.

(Opera: “La persistenza della memoria”, Salvator Dalì)

*P.s.: Per chiarezza riporto la citazione di Buñuel, tratta (a sua volta) dal libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” del neurologo Oliver Sacks: “Si deve cominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli di ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita. Senza memoria la vita non è vita…La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire. Senza di essa non siamo nulla…(non mi resta che aspettare l’amnesia finale, quella che può cancellare una vita intera, come lo fu per mia madre)”.
Mi accorgo di aver interpretato troppo quel verbo “aspettare”, donandogli un certo senso funzionale al mio articolo, ma il succo è che anche Buñuel, e io con lui, è d’accordo che sia preferibile conservare il più possibile la mente “sana”.

“Marcel Proust e i segni” (Gilles Deleuze)

Deleuze

“L’opera di Proust non è rivolta verso il passato e le scoperte della memoria, ma verso il futuro e verso i progressi dell’apprendimento. Quello che importa è che il protagonista non sapeva all’inizio certe cose, ma le apprende progressivamente, e riceva infine un’estrema rivelazione. Prova dunque necessariamente delle delusioni: egli “credeva”, si faceva delle illusioni, il mondo vacilla nel corso dell’apprendimento”.

(Gilles Deleuze, “Marcel Proust e i segni”)

“Marcel Proust e i segni” è un saggio di Gilles Deleuze, nel quale il filosofo francese, attraverso una puntigliosa rilettura del capolavoro del romanziere, sostiene la tesi secondo la quale il vero fulcro di “Alla ricerca del tempo perduto” non sia tanto la memoria, o il ricordo, come potrebbe apparire, bensì l’apprendimento di segni da parte di un letterato che trasfigura, trasforma e rilegge, in chiave artistica, i segni incontrati nella propria esistenza. La memoria, in questo senso, ha un ruolo fondamentale, essendo il mezzo che permette a Proust di decifrare, in modo retrospettivo, avvenimenti ed emozioni del Tempo perduto, assicurando così, solo nel Tempo ritrovato, unità formale alla vita, altrimenti composta di frammenti e schegge di difficile decifrazione.

L’interpretazione di segni, dunque, come unità dell’opera. I segni, tuttavia, di per sé sono plurali, indefiniti, da sviscerare. Deleuze enuclea segni di diverso tipo che sono rinvenibili nel romanzo. Continua a leggere…

Argo il cieco (Gesualdo Bufalino)

Per presentare “Argo il cieco” di Gesualdo Bufalino non posso fare di meglio che riportare le parole con cui l’autore stesso, nella quarta di copertina del libro (edizione Bompiani che possiedo), descrive brevemente il suo romanzo.

Scrive Leopardi in un luogo della sua Storia del genere umano: “E Giove seguitò dicendo: avranno tutti qualche mediocre conforto da quel fantasma che chiamano Amore”.

Non diversamente il protagonista di queste pagine (lo stesso autore, forse; ma forse no, a dispetto della coincidenza onomastica), assediato dall’inverno in un albergo romano, rievoca, per medicina dei suoi eccessi d’angoscia, antiche venture di cuore nel Sud, al tempo della gioventù. Ne risulta uno sdoppiarsi dell’io parlante in due città e in due età diverse sotto due maschere alterne, in altalena perpetua tra abbandono e impostura, sfogo ingenuo e farnetico astuto. Un diario-romanzo, insomma, che via via può leggersi come ballata del tempo che fu, o come Mea culpa di un vecchio che vanamente si ostina a promuovere in leggenda, attraverso ilarotragici ingranaggi di parole, la sua povera “vita nova”.

(Gesualdo Bufalino)

Per conto mio aggiungo molto sinteticamente che “Argo il cieco” mi è piaciuto molto, così come avevo apprezzato precedentemente “Diceria dell’untore”. Non mi esprimo circa la capacità (o meno) dell’autore di rievocare la “sua” Sicilia, non ho vissuto in quei luoghi, non ho vissuto nell’immediato dopoguerra e quindi non ho strumenti per dire alcunché. Dico però che mi piace molto la scrittura di Bufalino, colta, elegante e colma di riferimenti letterari più o meno espliciti Continua a leggere…

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