Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Perché ogni tanto mi devo tagliare i capelli.

(“…so don’t get any big ideas, they’re not gonna happen

you’ll go to hell for what your dirty mind is thinking…”)

A parte qualche ascolto fugace e distratto al Pc, erano mesi che non mi sdraiavo sul letto, con le persiane chiuse, per ascoltare un disco dall’inizio alla fine. Semplicemente, non ne ero più in grado, così come da qualche tempo mi riesce difficile leggere un romanzo con lo stesso entusiasmo di un tempo. Non riesco a dirmi perché non riuscissi più ad ascoltare musica o perché c’è questa crisi nel rapporto tra me e i romanzi. Altre interessi che a poco a poco si sostituiscono ai precedenti, in maniera impercettibile ma continua, fino a che, un giorno, ti accorgi che la metamorfosi sta avvenendo sotto i tuoi occhi. Me ne sono accorto soprattutto perché c’è una terza cosa che non facevo da troppo tempo: tagliarmi i capelli.

Dopo pranzo ho preso “In rainbows”, ho chiuso le persiane, mi sono sdraiato sul letto e l’ho ascoltato dall’inizio alla fine. Nella semi-oscurità della stanza, ho guardato i romanzi che mi aspettano e che non ho voglia di leggere, ho guardato i libri che invece sto leggendo con avidità. Poi ho preso quasi sonno e i pensieri si sono fatti ancora più confusi, sfumati. Ho ripensato a un sogno di qualche giorno fa, quando il tunnel era pieno di colori, proprio come un arcobaleno, e il trucco era non cadere nel mezzo, dove invece tutto era nero.

Alla fine del disco, mi sono alzato, mi sono guardato nello specchio e la verità mi si è palesata innanzi gli occhi: oggi mi taglio i capelli.

L’ora legale mi turba.

L’ora legale mi turba. Ogni anno è la stessa storia. Questo fatto che dalle 2:00 si passa alle 3:00, che tu magari, all’1:55 dici a uno “ci vediamo tra 10 minuti” e poi, invece, ti accorgi che è passata un’ora e dieci minuti. Cioè, non è che è proprio “passata”, ma per convenzione è così, insomma, ci siamo capiti. Per non parlare di quando l’ora legale viene meno, che ti ritrovi a ripercorre due volte le 2:01, le 2:02, le 2:03, e tutti i secondi e così via. Sono cose che mi turbano, indubbiamente.

“Dormi e non pensarci!”. Eh, fosse semplice. C’è sempre quello che pure nei sogni si attiene alle convenzioni, e magari mentre stai “riscrivendo” la tua esistenza secondo regole spazio-temporali diverse, ti si avvicina, con fare furtivo e ti fa: “Scusa, sai che ore sono?”.

P.s.: dagli ultimi due articoli pubblicati si possono intravedere i primi effetti “nefasti” delle letture che sto facendo negli ultimi giorni.

Il fascino indiscreto dei libri usati.

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I libri usati hanno un fascino particolare, mi seducono, me ne accorgo passando in rassegna la mia libreria. Il mio sguardo si posa su di loro, gli usati, piuttosto che sui pochi volumi ancora vergini, che ancora non hanno assaporato le mie mani e i miei occhi. È come se la ragione mi dicesse che devo lasciarli stare, che non è il momento di riaprire antiche pagine (e qui una volta tanto non si scrive per metafore) ma il sentimento, voglio usarla ogni tanto questa parola, mi spingesse invece a riprendere tra le mani un libro già letto, sottolineato, con le pagine non più linde ma che recano tracce del mio passaggio. Questo, però, è anche comprensibile, a un certo punto si sente l’esigenza di rileggere qualcosa e infatti i vari Dostoevskij, Camus, Kafka, tanto per citare i più abusati, portano con sé tutti i segni delle mie ripetute immersioni nelle loro parole. La mia attenzione, però, è su un’altra questione. Mi accorgo che talvolta la malìa maggiore, su di me, la esercitano i libri che già sono giunti nella mia libreria un po’ consumati dalle mani, dagli occhi e dai cervelli di altri che li hanno letti prima di me. Il fascino dell’usato, ecco. Continua a leggere…

Arlecchino

“Arlecchino. Maschera della commedia dell’arte. Lo si fa risalire ad Hellequin, tipo comico del diavolo nelle rappresentazioni medievali francesi. Apparsa in teatro nella seconda metà del 16° sec., la figura di A. assunse progressivamente rilievo e nel Settecento diventò una delle maschere più vivaci e caratteristiche, grazie anche al particolare costume (giacca e pantaloni aderenti, tappezzati di triangoli rossi, verdi, gialli, azzurri disposti a losanghe). Raffigura il servo ignorante e astuto, sempre affamato. Parla un linguaggio licenzioso e rudemente espressivo, che con il tempo si è fatto più castigato.”

(dal sito Treccani.it)

Nella foto il bambino è vestito da Arlecchino. Sua madre lo aveva vestito così, per quel Carnevale. Lui non aveva opposto resistenze, ma non gli piaceva quell’abito. Non aveva nulla contro Arlecchino, a scuola gli avevano parlato in modo generico di lui, di Pulcinella, di Balanzone e di tutte le altre maschere classiche. Solo tanti anni dopo avrebbe scoperto cosa rappresentava Arlecchino e aveva colto, con evidenza palese, la netta discordanza tra quel vestito e la sua antica timidezza paralizzante, contro la quale aveva combattuto per decenni, fino a liberarsene.

Al bambino, pur inconsapevole di quei significati della maschera, non piaceva proprio quella festa in cui tutti si mascheravano, ma alla mamma non aveva potuto dire di no. Non poteva sapere nel dettaglio, adesso, anni dopo, osservando la foto di sé stesso vestito da Arlecchino, quali pensieri di bambino potevano averlo attraversato quel giorno lontano di tanti anni prima, ma l’immagine mostrava un volto corrucciato, malinconico. Ora, quasi tre decenni dopo quella foto, aveva maturato delle sue convinzioni circa l’aggiungere una maschera a una maschera e si era sempre rifiutato di interpretare un altro, sia pure per un solo giorno all’altro, forse perché quella parola, altro, avrebbe assunto un senso solo quando fosse riuscito a capire lui chi era. Continua a leggere…

N. 15: “Gente dotata di un codice sentimentale” (da “Frammenti da un camino”)

– Sentite questa, ragazzi: “E’ un autentico gentiluomo, un uomo dotato di profonda spiritualità, dotato di un codice sentimentale con pochi eguali”. Indovinate chi è? –  chiese Ivano ai colleghi di aperitivo, in quel frangente Mario, Pino e Nicola.

– Il nostro Premier! Non sono certo che sia spirituale, ma è certo che si tratta di grosso patrimonio, e poi ha un codice sentimentale che non ti dico – ironizzò Nicola.

– Sì, “Il Codice delle Mignotte”, edizioni NotteTempoCeLaSpassiamoAllaFacciaVostra – sbottò Pino.

– Suvvia, non siate scurrili, signori concorrenti, un po’ di fantasia e risolverete l’arcano.

– Sarà qualche calciatore, ritratto dalla penna poetica della sua Miss Maglietta Bagnata di turno, magari ispirata dalla luna calante – provò Mario.

– No.

– Un prelato beccato con le mani in pasta o con le mani altrove!

– Un banchiere che all’ora di punta, con la clientela ammassata come sulla spiaggia a Ferragosto, in preda a una crisi di coscienza, s’è spogliato, è uscito fuori strada e ha urlato di essere un novello San Francesco.

– No, no. Fantasiosi ma inefficaci. Un classico. Mi stupisco di lei, consigliere Tasso, un uomo di siffatta comprovata perspicacia che non riesce a svelare l’arcano.

– Ma va a cagare, caro avvocato – e tutti risero sapendo quanto Ivano odiasse essere chiamato con quell’appellativo, che gli ricordava la sua laurea in giurisprudenza, ottenuta con tanta fatica e gettata in un cassetto con l’intenzione di lasciarla marcire lì, nonostante che tutti, per primi i genitori, poi gli amici e persino qualche passante sconosciuto, continuassero, imperterriti, a chiamarlo così. Continua a leggere…

Wittgenstein e il tabaccaio.

Non si segna più“. Questa frase, affissa in una tabaccheria in luogo di “non si fa più credito“, è un concreto esempio di “gioco linguistico“.

Ho fatto notare al tabaccaio che la frase può essere interpretata, per esempio, in chiave calcistica. Lui, invece che chiamare le neuro per farmi portare via, mi ha spiegato che “non si fa più credito” era poco efficace.

P.s.: “gioco linguistico“, peraltro, si presta anch’essa a languide interpretazioni, che però lascio alla libera fantasia di ciascuno.

P.p.s.: appare evidente che quest’articolo riempie un vuoto tra il precedente e il successivo, che dovrebbe riguardare proprio Wittgenstein.

N. 12: “Disumano, troppo felino” (da “Frammenti da un camino”)

In quella porzione di paese, il sole, d’inverno, tramontava all’incirca alle 15.30, oscurato un palazzo che aveva visto crescere in pochi mesi. Si godeva l’ultima dose giornaliera di raggi, alternando la lettura a pensieri sterili, benché inevitabili. “La lucidità è la ferita più prossima al sole”. Pensava a questa frase di René Char e si chiedeva cosa significasse essere lucidi, quando e se possiamo definirci tali, e in che modo la nostra presunta lucidità si rapporta all’altrettanto ipotetica lucidità altrui. Riflettere su tutto ciò, ne era consapevole, non lo avrebbe portato ad alcun tipo di verità o senso. Del resto, non aveva tale ambizione. Gli importava, a quel punto, ragionare sull’assurdo delle situazioni, senza restarne travolto. In particolare, tornò col pensiero alla sera precedente, quando era andato via dal pub, in preda a un’emozione che aveva sentito avvampare in sé nel breve lasso di pochi minuti.

Non sentiva più tracce dell’antica tristezza. Continua a leggere…

N. 9: “Ei fu timido” (da “Frammenti da un camino”)

Oltre a perdere tempo con fisime sentimentali e tentativi infruttuosi di scrivere qualcosa, Ivano doveva anche trovare lavoro, ne era conscio, anche se non aveva la disperazione necessaria per mettersi ventiquattro ore al giorno alla ricerca. Si crogiolava un po’ nella sua gabbia. Non era benestante, ma non moriva di fame. Inviava curriculum*, visitava i siti web dedicati al lavoro, sosteneva colloqui, costatando che la tanto raccontata crisi non era solo una vuota parola ma una realtà tangibile. Aveva poi il problema della sua odiata laurea in Legge, che avrebbe, secondo logica, dovuto portarlo a diventare proprio ciò che non voleva, un avvocato. Le pratiche burocratiche necessarie anche per la semplice ricerca di occupazione lo annoiavano, le fila alla posta per spedire una raccomandata o la compilazione di domande on line gli apparivano, in mancanza di adeguate risposte, solo sottrazioni di tempo alle sue attività predilette. Continua a leggere…

N. 8: “Gastriti notturne (liberi o necessitati nel farsele passare?)”, da “Frammenti da un camino”.

Alle 4:00 del mattino si decise ad alzarsi e pigiò l’interruttore della luce a pochi centimetri dalla sua testa, rinunziando a ogni tentativo di addormentarsi. Si era coricato alle 23:00, presto rispetto alle abitudini di quel periodo. La disoccupazione gli garantiva il privilegio di svegliarsi quando tutti avevano già alcune ore di lavoro sulle spalle. Quella notte non aveva ancora chiuso gli occhi per più di trenta secondi consecutivi. Appena sdraiato, aveva cominciato a pensare alla sua condizione, agli anni trascorsi lì in provincia, ai lavori precari trovati e poi persi, ma soprattutto alla sua ultima infatuazione.

Da mesi somatizzava le sue paranoie, infliggendosi sofferenze allo stomaco che inizialmente imputava ad altri fattori, quali virus intestinali e simili, che invece derivavano, alla lunga l’aveva intuito, dai suoi contorti pensieri autolesionistici. Una gastrite nervosa, avrebbe di certo diagnosticato un medico, se solo si fosse deciso a sottoporsi ad accertamenti.

Negli ultimi giorni, però, aveva iniziato una graduale risalita, abbandonando il solito atteggiamento di auto-commiserazione, vittimismo e malinconia feroce, sia pure condito sempre da auto-ironia, antidoto efficace solo a piccole dosi.

Si alzò dal letto, andò in bagno e poi tornò in camera, restando in piedi a contemplare il suo piccolo mondo. Fogli sparsi qua e là, ricolmi di appunti, frammenti di storie scritte e mai portate a termine, poi la sua amata libreria, i cd, il portatile da poco comprato, un certo caos organizzato che lo confortava. Continua a leggere…

Le formiche e i “perché” (incontri sotto il sole cocente e relative conseguenze)

Oltre un mese fa, all’inizio del dicembre scorso, avevo l’intenzione di raccontarvi una storiella sul mio incontro con un formicaio e le riflessioni strambe che ne erano sorte, poi evitai, confuso su quello che avrei dovuto scrivere, e lasciai la parola a Dostoevskij, riportando un brano dalle “Memorie dal sottosuolo”, nel quale l’autore, proprio partendo da un paragone tra gli uomini e le formiche, s’interrogava circa l’amore dell’uomo per il caos e più in particolare sull’inestinguibilità dei desideri umani, che una volta soddisfatti del tutto equivarrebbero a morire. Di fronte a cotanto maestro, misi da parte la mia ambizione.

Qualche settimana dopo, però, m’imbattei in un documentario relativo alle dimore delle formiche. Nello specifico, alcuni ricercatori volevano studiarne la struttura interna e avevano scelto un formicaio in disuso, abbandonato. Colando del cemento liquido dai fori di apertura esterni e poi scavando dopo la solidificazione, scoprirono una serie di cunicoli e stanze impressionanti per geometrie e funzionalità, una vera e propria città sotterranea in miniatura, paragonabile a una metropoli con dodici milioni di uomini.

Sì, ma la mia storiella? Ci arrivo subito, tanto è la parte meno importante dell’articolo. L’esigenza di scriverla nacque proprio dal desiderio, poi soddisfatto dal documentario di cui prima, di sapere com’è organizzato un formicaio al suo interno, curiosità sorta a seguito del mio incontro con esponenti di quella specie animale, che mi aveva portato a interrogarmi sull’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Continua a leggere…

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