Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Il responso”

Lavoro all’Istituto Nazionale dei Numeri da ottant’anni, entrai a venticinque, quindi ne ho centocinque, me ne mancano solo cinque ai centodieci, il minimo previsto dalla legge per andare in pensione. Ne ho viste di cose in tutti questi anni, ma quello che m’è successo ieri è stato sorprendente. Sì, perché ormai da una decina di anni, da quando la riforma decise che non potevo godermi il riposo allo scoccare dei novant’anni, qui mi hanno messo in una stanza da solo, mi fanno fare solo qualche telefonata ogni tanto, giusto per non farmi sentire di peso, anche se io mi ci sento lo stesso. Potete capire, quindi, lo stupore che ho provato ieri mattina, quando ho visto due giovani varcare la soglia ed entrare nel mio bunker.

– Chi è? – ho detto con tono sfiduciato nel sentir bussare alla porta, pensando fosse il tizio del caffè, che insiste nel volermelo portare, anche se gli ho detto che per via della gastrite non posso prenderlo. – Tu me voi fa’ morì giovane! – gli dico sempre col mio romanesco approssimativo.

Invece no, niente caffè, erano due utenti, clienti, cittadini, insomma due. Un tipo mingherlino, sulla trentina, occhialini, pizzetto, torvo, sembrava gli fosse morto er gatto, che poi non lo so che faccia ha uno che gli muore er gatto, ma si dice così, pare. Poi c’era ‘na biondina più alta di lui, coi capelli un po’ mossi, che rideva.

– Buongiorno, in cosa posso esservi utile? – dico loro, cercando di nascondere l’entusiasmo che provo. So’ almeno quindici anni che non mi mandano nessuno in ufficio. Continua a leggere…

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