Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Lo Spleen di Parigi (Charles Baudelaire)

Ho appena riletto “Lo Spleen di Parigi” di Charles Baudelaire, ma non ho intenzione di provare a recensire i meravigliosi “piccoli poemi in prosa” con i quali l’autore tentò, riuscendovi, di andare ‘oltre’ la poesia dei “Fiori del male”, a suo avviso divenuta “un ostacolo insormontabile a quello sviluppo minuzioso di pensieri ed espressioni che ha come oggetto la verità”. Per Baudelaire, con lo strumento della prosa, lo scrittore ha “a sua disposizione una molteplicità di toni, di sfumature di linguaggio, il tono ragionativo, quello sarcastico, quello umoristico, che sono ripudiati dalla poesia, che sono come dissonanze, oltraggi all’idea di bellezza pura”. Tutto tenendo conto che a scrivere queste parole è l’autore di poesie immense, che però erano divenute gabbie dalle quali evadere attraverso la prosa.

Non proverò neanche a raccontare Baudelaire a coloro che non lo conoscono, perché mi sarebbe impossibile, perché non saprei nemmeno da dove iniziare e perché Baudelaire è un autore che va letto e riletto nel tentativo di ‘comprenderlo’. E poi, di ‘quale’ Baudelaire potrei parlare? Del Baudelaire della mia adolescenza, quello dei “Fiori del male”, che esercitava un certo fascino su di me, che acriticamente ne accettavo l’immagine impostami di “poeta maledetto”? O piuttosto il Baudelaire che ho ‘conosciuto’ nei due decenni successivi? Del poeta, del teorico, del critico d’arte? O il Baudelaire oggetto di citazioni più o meno appropriate (anche da parte mia)?

Sospeso tra Spleen e Ideale, tra l’ansia d’Infinito e la consapevolezza della caducità degli eventi, votato alla solitudine ma vertiginosamente immerso nella folla metropolitana, cantore moderno della terribile Bellezza, Continua a leggere…

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