Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Guarda gli arlecchini!” (Vladimir Nabokov)

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“Dopo cinquanta estati, ovvero diecimila ore di bagni di sole in vari paesi su spiagge, panchine, tetti, rocce, ponti di navi, scogli, prati, assiti e balconi, mi sarebbe stato impossibile rievocare in dettagli sensoriali il mio noviziato se non avessi avuto quei miei vecchi appunti che sono di così grande sollievo al memorialista pedante mentre scrive il resoconto completo delle sue malattie, dei suoi matrimoni e della sua vita letteraria. Quantità enormi di Shaker’s Cold Cream mi vennero frizionate sul corpo da Iris che genuflessa tubava, mentre io giacevo prono su un asciugamano ruvido, nella luce sfolgorante della plage. Sotto le palpebre chiuse, premute sull’avambraccio, nuotavano purpuree forme fotomatiche: <<Attraverso la prosa delle vesciche della scottatura giungeva la poesia del suo tocco… >> scrivevo nel mio diario tascabile, ma posso migliorare quel preziosismo giovanile. Attraverso il pizzicore che sentivo sulla pelle – anzi, in verità portato da quel pizzicore a un livello raffinato di godimento abbastanza ridicolo – il tocco della sua mano sulle scapole e lungo la spina dorsale somigliava troppo a una carezza intenzionale per non esserne un’imitazione deliberata, e non riuscivo a dominare una reazione segreta a quelle dita agili quando, con un gratuito frullo conclusivo, scendevano giù fino al coccige, prima di dileguarsi.”

(Vladimir Nabokov, “Guarda gli arlecchini!”, ed. Adelphi)

Vadim Vadimovic N., settantenne scrittore nominato tra i candidati al premio Nobel, ripercorre la sua vita, i suoi “tre o quattro” matrimoni, i suoi romanzi scritti in russo e quelli in inglese, e lo fa con crudezza, sincerità, sarcasmo, irriverenza, arroganza. Nato a Pietroburgo, reduce da un’infanzia solitaria e un’adolescenza sessualmente precoce, lo scrittore fugge dalla Russia in seguito alla Rivoluzione, rifugiandosi dapprima in Francia, poi in Inghilterra, infine negli Usa dove insegna in un’università provinciale. La trama di “Guarda gli arlecchini!”  è fondamentalmente questa, ma la grandezza del romanzo, com’è quasi “scontato” trattandosi di Nabokov, sta nella maestria ammaliante della scrittura (e della traduzione) che ci avvolge in un’atmosfera continuamente al limite tra l’invenzione letteraria e la realtà, la realtà di Vadim Vadimovic N. e, chissà entro quali limiti, quella dello stesso Nabokov.

Il romanzo è beffardo, Continua a leggere…

“La trama del cosmo. Spazio, tempo, realtà” (Brian Greene)

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“Immaginate un universo in cui per comprendere l’origine di un fenomeno fosse necessario comprendere anche tutto il resto; un universo in cui per capire perché un pianeta orbita attorno a una stella, perché una palla lanciata in cielo segue una certa traiettoria, come funziona un magnete o una batteria, quali meccanismi regolano la luce o la gravità, o mille altre cose ancora, si dovessero prima sviscerare le leggi fondamentali del cosmo e determinare come esse agiscono sui costituenti elementari della materia. Per fortuna questo universo non è il nostro.

In caso contrario, la scienza non avrebbe avuto ragione di esistere. Se siamo riusciti a fare qualche scoperta nel corso dei secoli è perché abbiamo potuto avanzare un passo alla volta, svelare un mistero dopo l’altro e ogni volta basarci sui risultati precedenti. Newton non sapeva nulla degli atomi, ma ciò non gli ha impedito di avere le sue fondamentali intuizioni sulla natura del moto e della gravità. A Maxwell non è servito conoscere gli elettroni e le altre particelle per formulare la sua teoria onnicomprensiva dell’elettromagnetismo. Einstein non ha dovuto capire come fosse nato lo spaziotempo per poter stabilire il suo ruolo nella trasmissione della forza gravitazionale. Tutte queste scoperte, e molte altre che stanno alla base della nostra attuale concezione dell’universo, si sono originate in un contesto molto limitato in cui non ci si è fatto scrupolo alcuno a evitare di rispondere a molte altre domande. Ogni nuova teoria era un pezzo di un grande puzzle, anche se non si sapeva (e non si sa ancora) quale immagine sarebbe apparsa alla fine.”

(Brian Greene, “La trama del cosmo. Lo spazio, il tempo, la realtà”, ed. Einaudi, 2006)

In un celebre aforisma Kafka scriveva, più o meno, che “un libro dev’essere come un’ascia che squarcia il mare ghiacciato che è dentro di noi”, e in effetti i romanzi o i testi filosofici che più ammiro, ricordo, rileggo, sono proprio quelli che mi hanno procurato anche una sensazione simile. Come già anticipato in qualche articolo della scorsa settimana, negli ultimi tempi sto andando alla riscoperta, sebbene da profano della materia, del lato più propriamente fisico della faccenda (=mondo) e non solo mi ritrovo a pensare a quel “mare ghiacciato” in termini di atomi, molecole ed entropia, ma mi accade anche di vedere le pagine che ho sotto gli occhi come una sorta di formicaio brulicante di particelle-onde, oltre che come una metaforica (e meno male!) ascia.

Ho finito di leggere “La trama del cosmo” di Brian Greene Continua a leggere…

Memoria, spazio-tempo, etc.

dali_1931 Persistenza della memoria

Ho letto, tempo fa, una frase del regista Luis Buñuel. Pensava, augurandosela* all’amnesia finale, quella che cancella, con la memoria, l’esistenza stessa di una persona. Questa frase mi è “apparsa” oggi, in biblioteca, mentre leggevo, nel libro “La trama del cosmo” del fisico Brian Greene, le diverse concezioni dello spazio e del tempo, o meglio ancora dello “spaziotempo”. Il ponte tra le concezioni degli scienziati e la frase del regista è stato, nel mio cervello, un romanziere, Proust, con il suo concetto di “memoria involontaria”. Leggendo le parole dei fisici sullo spazio-tempo la mia mente è andata a quando, in un altro momento dello spazio-tempo che ho vissuto, nella stessa biblioteca leggevo “Alla ricerca del tempo perduto”, e da lì a Buñuel.

Leggere l’opera di Proust fu, per me, un’esperienza indimenticabile. Leggere della battaglia che cervelli come Einstein hanno combattuto, moderni Sisifo, per comprendere il mondo, è altrettanto appagante.

La consapevolezza della mia inadeguatezza di fronte a certi giganti del pensiero, la difficoltà di comprendere certi ragionamenti più “settoriali” non va per nulla a scalfire la gioia che provo quando sono di fronte allo spettacolo della mente umana, che pure così tante brutture può concepire.

Finché questa gioia prevarrà, non sentirò il bisogno, anch’io, di augurarmi l’amnesia finale, quella che tutto cancella.

(Opera: “La persistenza della memoria”, Salvator Dalì)

*P.s.: Per chiarezza riporto la citazione di Buñuel, tratta (a sua volta) dal libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” del neurologo Oliver Sacks: “Si deve cominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli di ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita. Senza memoria la vita non è vita…La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire. Senza di essa non siamo nulla…(non mi resta che aspettare l’amnesia finale, quella che può cancellare una vita intera, come lo fu per mia madre)”.
Mi accorgo di aver interpretato troppo quel verbo “aspettare”, donandogli un certo senso funzionale al mio articolo, ma il succo è che anche Buñuel, e io con lui, è d’accordo che sia preferibile conservare il più possibile la mente “sana”.

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