Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Si disimpara completamente a tacere”

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“In questo libro troviamo all’opera un <<essere sotterraneo>>, uno che perfora, scava, scalza di sottoterra. Posto che si abbia occhi per un tale lavoro in profondità, lo si vedrà avanzare lentamente, cautamente, delicatamente implacabile, senza che si tradisca troppo la pena che ogni lunga privazione di luce e d’aria comporta; lo si potrebbe dire perfino contento del suo oscuro lavoro. Non sembra forse che una fede gli sia di guida e una consolazione lo compensi? Vuol forse avere la sua propria lunga tenebra, il suo mondo incomprensibile, occulto, enigmatico, perché avrà anche il suo mattino, la sua liberazione, la sua aurora? Certamente egli tornerà indietro: non chiedetegli cosa cerca là sotto, ve lo dirà lui stesso, questo apparente Trofonio ed essere sotterraneo, quando sarà <<ridiventato>> uomo. Si disimpara completamente a tacere, quando si è stati così a lungo, come lui, una talpa, un solo…”

(Friedrich Nietzsche, “Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali”, ed. Adelphi)

“Che cosa sa la ragione?”

“Già, ma per me, a questo punto, conta anche solo una virgola. Voi m’accusate, signori, d’aver filosofeggiato: per forza, quarant’anni di sottosuolo! Permettetemi di fantasticare un po’. Vedete: la razionalità, signori, è una cosa bella, non si discute, ma la razionalità è solo la razionalità e soddisfa soltanto la facoltà ragionativa dell’uomo e il <<volere>> è l’espressione di tutta la vita, cioè di tutta la vita umana che comprende la ragione, ma anche i capricci. E sebbene la nostra vita in questa manifestazione risulti il più delle volte una porcheria, è comunque vita e non l’estrazione di una radice quadrata. È del tutto naturale, per esempio, che io voglia vivere per soddisfare tutte le mie capacità di vivere e non per soddisfare solo la mia capacità ragionativa, cioè qualcosa come un ventesimo della mia intera capacità di vivere. Che cosa sa la ragione? La ragione sa solo quello che ha fatto in tempo a conoscere (altro non saprà mai; non è certo una consolazione, ma perché non ammetterlo?), la natura umana invece agisce compatta, con tutto ciò di cui dispone, coscientemente e inconsciamente, e se anche mente, tuttavia vive. Io sospetto, signori, che voi mi stiate considerando con compassione; voi mi ripetete che un uomo illuminato ed evoluto, come dovrò essere l’uomo del futuro, non può consapevolmente volere qualcosa di per sé svantaggioso, che questa è matematica. Perfettamente d’accordo, è assolutamente matematica; ma io ribatto per l’ennesima volta che c’è un solo caso, solo uno, in cui l’uomo può intenzionalmente, consapevolmente, desiderare per sé qualcosa di dannoso, o di stupido, o addirittura di assolutamente insensato e proprio per avere il diritto di desiderare per sé anche la cosa più insensata e non essere vincolato all’obbligo di desiderare solo ciò che è intelligente. Poiché quella cosa insensatissima, quel capriccio, in effetti, signori, può essere, per il nostro fratello, la cosa più vantaggiosa del mondo, soprattutto in certi casi. Ma, in effetti, può essere più vantaggiosa di tutti i vantaggi perfino nel caso che ci cagioni un chiaro danno e contraddica la più rigorosa conclusione sui vantaggi, cui sia pervenuta la nostra ragione, perché, in ogni caso, ci conserverà la cosa più importante e più preziosa, la nostra personalità, l’individualità.” Continua a leggere…

Il fantasma vuole scrivere

“Ci sono nella memoria di un essere umano cose che egli non rivela a tutti, ma solo agli amici. Ci sono cose che egli non rivela nemmeno agli amici, ma solo a sé stesso, e in gran segreto. E infine ci sono cose che teme di rivelare persino a sé stesso e sono cose che ogni uomo per bene affastella in discreta quantità. Anzi, quanto più è per bene, quanto più ne ha. Io, almeno, mi sono deciso da poco tempo a riportare a galla alcune mie avventure passate, ma finora le avevo sempre rimosse, anche se con qualche inquietudine. Ora se io non solo le ricordo ma ho deciso di scriverle è perché ora voglio fare un preciso esperimento: si può, almeno con sé stessi, essere assolutamente sinceri senza avere paura di tutta la verità?”
(
Fëdor Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”)

Il fantasma reclama i suoi diritti, convinto com’è che la scrittura non possa limitarsi alla superficie e debba essere davvero “un’ascia che squarta il mare ghiacciato che è dentro di noi”*. Il fantasma vive nel sottosuolo, raramente sbuca a sbirciare il sole, che pure gli farebbe bene, sempre relegato com’è negli anfratti più oscuri del cuore, del cervello, del fegato, dello stomaco. Il fantasma, al buio, sedimenta pensieri, accumula, disturba l’uomo senza che l’uomo neanche se ne accorga, in modo subdolo. Il fantasma non è scisso dall’uomo, Continua a leggere…

“Memorie dal sottosuolo” (Fëdor M. Dostoevskij)

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Finita l’ennesima rilettura di “Memorie dal sottosuolo”, dopo aver ceduto la parola a Moravia, astenendomi dal fare considerazioni personali, riporto alcuni estratti provenienti dal sottosuolo stesso. Il titolo del blog, nel caso non si fosse capito, prende spunto anche da questo romanzo.

“È disgustoso ricordare tutto ciò ma anche allora era disgustoso. Perché mi rendevo conto un attimo dopo, pieno di rabbia, che era tutto una menzogna, una menzogna; tutti gli intenerimenti, i pentimenti, i propositi di rinascita erano una schifosa e smancerosa menzogna. Chiedetemi pure perché io alterassi e tormentassi me stesso in questo modo. Risposta: perché mi annoiavo moltissimo a starmene con le mani in mano, e allora mi abbandonavo ai ghirigori della fantasia. È così. Osservatevi meglio, signori, e allora capirete che è proprio così. M’inventavo avventure e mi costruivo una vita per vivere in qualche modo. Quante volte mi capitava…per esempio, di offendermi, così apposta, senza nessuna ragione. Eppure lo sapevo benissimo che non avevo alcun motivo di offendermi, ed era solo esibizione, eppure mi caricavo talmente che alla fine mi sentivo davvero offeso.”

“…e tutto ciò per il più futile motivo, cui non varrebbe neppure la pena di accennare: per il motivo cioè che l’uomo, sempre e comunque, chiunque esso sia, ama agire come vuole e non come consigliano la ragione e l’interesse; perché si può volere anche ciò che è contrario al proprio vantaggio ma a volte è positivamente indispensabile (almeno così la penso io). La propria personale, libera, indipendente volontà, il proprio capriccio foss’anche il più grossolano, la propria fantasia a volte esasperata fino ai limiti della pazzia, ecco cos’è quel vantaggio più vantaggioso, trascurato, che non rientra in alcuna classificazione e per il quale tutti i sistemi e le teorie se ne vanno costantemente al diavolo. Da dove l’hanno dedotto questi saggi che l’uomo deve volere la normalità e la virtù? Da che cosa nasce la loro supposizione che l’uomo deve volere ciò che è sensatamente vantaggioso? L’uomo ha bisogno soltanto di essere indipendente nella sua volontà di scelta, qualunque prezzo abbia la sua indipendenza e ovunque lo conduca. Insomma, lo sa il diavolo cosa vuole…”

“Annientate i miei desideri, sopprimete i miei ideali, mostratemi qualcosa di meglio, e io vi seguirò. Voi magari mi direte che non vale neppure la pena di stabilire un rapporto con me; ma in tal caso posso rispondervi la stessa cosa. Le mie riflessioni sono serie, ma se non volete prestarmi la vostra attenzione, non sarò io a pregarvi. Io ho il sottosuolo…ma del resto, sapete, io sono convinto che il “fratello” del sottosuolo occorre tenerlo a freno. È capace di starsene zitto, per quarant’anni, nel sottosuolo, ma appena esce alla luce esplode e comincia a parlare, parlare, parlare…”

“Ogni tanto un pensiero mi lancinava il cuore con una fitta acutissima e bruciante: il pensiero che sarebbero passati dieci, venti, quarant’anni, e io, anche fra quarant’anni mi sarei ricordato con disgusto e umiliazione di questi momenti, i più sudici, i più ridicoli, i più spaventosi di tutta la mia vita. Umiliare se stessi con maggior incoscienza e determinazione sarebbe stato impossibile; e io me ne rendevo perfettamente conto, perfettamente, e tuttavia…”

“E perché a volte ci agitiamo, su cosa ci incapricciamo, che cosa chiediamo? Non sappiamo neanche noi che cosa. Sarebbe peggio se le nostre capriccio se richieste venissero esaudite. Bene, provate, dateci per esempio un po’ più di autonomia, slegate a chiunque di noi le mani, ampliate la sfera delle attività, alleviate la tutela e noi…ve l’assicuro: noi chiederemmo di tornare immediatamente sotto tutela”

“Ma guardate più a fondo! Ormai non sappiamo neppure dove vive ciò che è vivo, e che cos’è, e come si chiama. Lasciateci soli senza libri e noi ci confondiamo subito, ci smarriamo, non sappiamo dove dirigerci, a cosa aggrapparci: cosa amare e cosa odiare; cosa apprezzare e cosa disprezzare. Noi sentiamo il peso perfino del nostro essere uomini, uomini con corpo e sangue nostri, autentici. Ce ne vergogniamo, lo consideriamo disdicevole e ci intestardiamo ad essere in-esistenti uomini-sociali. Noi, nati-morti ormai da molto tempo nasciamo non da padri vivi, e questo ci piace sempre di pià. Ci stiamo prendendo gusto. Presto troveremo il modo di nascere dalle idee. Ma basta. Non voglio più scrivere dal “sottosuolo”…”

(Fëdor M. Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”, edizione Bur Rizzoli)

Alberto Moravia su “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij.

Le Memorie dal sottosuolo sono del 1864; crediamo che raramente una data è stata così importante per fornire una chiave della comprensione di tutta l’opera di uno scrittore. Perché la data del 1864 è importante? Perché fino a quella data, anche se ha già scritto romanzi come Il sosia, Povera gente e Umiliati e offesi, Dostoevskij non è ancora l’autore di Delitto e castigo, di I demoni, di I fratelli Karamazov e di tutti gli altri romanzi sui quali incombe, senza mai arrivare a compimento, il progetto del “grande peccatore”. L’importanza delle Memorie dal sottosuolo sta nel fatto che per la prima volta Dostoevskij rivolge consapevolmente e, diciamolo pure, spietatamente lo sguardo a se stesso. Continua a leggere…

“Dostoevskij” (Stefan Zweig)

Castelvecchi_Dostoevskij“I protagonisti di Dostoevskij non entrano pacificamente nelle leggi del nostro mondo, ma arrivano sempre col loro sistema sensitivo fin giù ai profondi problemi primordiali. In loro l’uomo moderno di sensibilità nervosa si unisce all’uomo primitivo che non sa altro della vita che la propria passione e che, insieme con l’estrema comprensione, balbetta anche alle prime domande del mondo. Le loro forme non si sono ancora raffreddate, la loro pietra non s’è ancora stratificata, la loro fisionomia non s’è ancora regolata. Sono sempre incomplete e perciò risultano doppiamente vive. Infatti l’uomo perfetto è anche in sé finito, mentre in Dostoevskij tutto tende all’infinito. Per lui gli uomini sono eroi e hanno valore artistico solo fin quando sono in disaccordo con se stessi, fin quando sono nature problematiche: quelli perfetti, quelli completi li scuote di dosso come l’albero il frutto maturo. Dostoevskij ama i suoi personaggi solo finché soffrono, finché hanno la forma della vita intensificata e discorse, finché sono il caos che vuole trasformarsi in destino”.

(Stefan Zweig, “Dostoevskij”, ed. Castelvecchi)

Autori come Shakespeare, Dante, Goethe, Omero e Dostoevskij costituiscono, per chiunque abbia a che fare con la letteratura, delle pietre miliari con le quali è inevitabile confrontarsi, fosse pure per criticarli. La loro grandezza, oltre che riflettersi, in maniera più o meno consapevole ed esplicita, nelle opere d’improbabili epigoni, è testimoniata dalla folta schiera di saggi, considerazioni, opinioni che altri grandi autori hanno loro dedicato. Su Fëdor Dostoevskij, oggetto di quest’articolo, ricordo, solo per citare pochi esempi, il saggio del critico Bachtin e il volume “Tolstoj e Dostoevskij” di Merežkovskij, o ancora le pagine che Albert Camus gli ha dedicato in “L’uomo in rivolta” o quelle più recenti di David Foster Wallace in “Considera l’aragosta”.  L’elenco potrebbe continuare, ma quel che vorrei sottolineare è come ciascuno degli interpreti del pensiero di Dostoevskij, pur spesso concordando sulle linee generali, ritiene di dover porre l’accento su aspetti peculiari dell’opera del grande scrittore russo, perché, magari, quello è ciò che più sentono come proprio. Anche Stefan Zweig, prolifico autore del quale recentemente ho letto il toccante “Il mondo di ieri”, nel corso della sua esistenza dedicò saggi ad autori come Balzac, Dickens, Stendhal, Tolstoj, Nietzsche e appunto Dostoevskij, al quale sono dedicate le pagine edite da “Castelvecchi”.

Comincio scrivendo che il libro di Zweig non è una biografia allungata con aneddoti, ma Continua a leggere…

Musica dal sottosuolo

Oggi propongo una lista di album che a mio modesto avviso meritano di essere ascoltati. Ovviamente un elenco del genere potrebbe essere sterminato e dispersivo, perciò mi limito a segnalare alcuni artisti italiani che non hanno mai ottenuto, salvo qualcuno, la visibilità che secondo me meriterebbero. Mi rendo conto che il criterio della ‘italianità’ è arbitrario, così come lo è il mio giudizio sulla loro abilità, ma bisogna pure darsi dei limiti d’indagine, e poi di mestiere non faccio il critico musicale, quindi tutto va preso come un ‘gioco’. Di ciascun gruppo segnalerò uno o al massimo due album, con relativo link a una canzone o video estratto dall’album stesso, così che chi abbia voglia possa avere un assaggio, nel caso non conoscesse l’artista. Ovviamente ciò non significa che gli altri album non meritino. Ok, stilo la lista, adottando un’altra gabbia, l’ordine alfabetico, neanche troppo rigoroso. Ho già scritto troppo, vado al sodo, certamente dimenticando molti nomi.

“L’abisso” e la “grazia”. Viaggio “andata e ritorno” tra il sole e il sottosuolo.

Nella strenua lotta per trovare un significato alla propria vita, taluni scelgono di accecarsi, fissando sempre e soltanto il sole, altri s’inabissano nel sottosuolo, strisciano come insetti feriti o vagano nelle bettole, senza più tornare a cercare la luce.

Noi, che vogliamo poter guardare il sole senza farci ingannare dal suo splendore, concentriamoci su tre uomini che si sono immersi in se stessi, che hanno avuto il coraggio di addentrarsi laddove è difficile anche solo avvicinarsi. Con avida curiosità, assorbiamo quanto possibile da loro, pur nella consapevolezza dei nostri limiti conoscitivi ed espositivi.

Dostoevskij, Kafka e Camus. Ecco i nostri uomini, così diversi tra loro, eppure così affini. Aggrappiamoci alle loro spalle, perché ci sostengano in questa meravigliosa discesa.

Innanzitutto, fissiamo un limite alla nostra indagine, che ci consenta di non disperderci in meandri oscuri e funga, al tempo stesso, da stimolo. Il limite – stimolo è la “donna”, o meglio il “rapporto” tra l’uomo immerso in se stesso e la donna.

Nessuna “donna” è uguale ad un’altra “donna”, non siamo così ingenui da ignorare questa evidenza. Di conseguenza, il viaggio-discorso che segue, oltre che soggettivo (esprimendo solo una delle tante percezioni possibili) è inevitabilmente generico, nella misura in cui si farà riferimento, per l’appunto, a un concetto di “donna” generale, vago. Ciò premesso, cos’è la donna, nell’accezione più vaga, per l’uomo inabissato? Un pericolo? Una grazia? Una salvezza? Una dannazione? Tutto ciò?

Iniziamo il viaggio presentando per sommi capi i nostri compagni di strada. Continua a leggere…

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