Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Fuga da Bisanzio” (Iosif Brodskij)

“Se mai un poeta ha un obbligo verso la società, è quello di scrivere bene. Essendo in minoranza, non ha altra scelta. Venendo meno a questo dovere, scivola nell’oblio. La società, d’altra parte, non ha alcun obbligo verso il poeta. La società, maggioranza per definizione, presume di avere altre opzioni che non leggere versi, per quanto ben scritti. Ma se trascura di leggere versi rischia di scivolare a quel livello di eloquio al quale una società diventa facile preda di un demagogo o di un tiranno. Questo è, per la società, l’equivalente dell’oblio: un tiranno, naturalmente, può tentare di salvare i propri sudditi con qualche spettacolare bagno di sangue.”
(Iosif Brodskij, “Fuga da Bisanzio”, ed. Adelphi)

“…tutto veniva filtrato dalle parole…” (Roberto Bolaño)

“Nell’Ottocento, alla metà o alla fine dell’Ottocento, disse il tipo con i capelli bianchi, la società era solita filtrare la morte attraverso le parole. Se uno legge le cronache dell’epoca si direbbe che quasi non si verificavano fatti criminosi o che un assassinio era capace di turbare un intero paese. Non volevamo la morte in casa, nei nostri sogni e nelle nostre fantasie, eppure è un dato di fatto che venivano commessi delitti terribili, squartamenti, violenze di ogni genere, e anche omicidi in serie. Naturalmente, la maggior parte dei serial killer non veniva mai catturata, pensi solo al caso più famoso dell’epoca. Nessuno scoprì mai chi era Jack lo Squartatore. Tutto veniva filtrato dalle parole, convenientemente adeguato alla nostra paura. Cosa fa un bambino quando ha paura? Chiude gli occhi. Cosa fa un bambino che sta per essere violentato e ucciso? Chiude gli occhi. Le parole servivano a questo scopo. Ed è curioso, perché tutti gli archetipi della follia e delle crudeltà umane non sono stati inventati dagli uomini di quest’epoca ma dai nostri antenati. I greci inventarono, per così dire, il male, videro il male che tutti portiamo dentro, ma le testimonianze o le prove di questo male non ci commuovono più, ci sembrano futili, incomprensibili. Lo stesso si può dire della follia. Furono i greci ad aprire questo ventaglio, eppure adesso questo ventaglio non ci dice più nulla. Lei dirà: tutto cambia. Certo, tutto cambia, ma gli archetipi del crimine non cambiano, così come non cambia la nostra natura. Una spiegazione plausibile è che la società, all’epoca, era piccola. Sto parlando dell’Ottocento, del Settecento, del Seicento. È chiaro, era piccola. La maggior parte degli esseri umani viveva fuori dai confini della società. Nel Seicento, per esempio, a ogni viaggio di una nave negriera moriva almeno il venti per cento della mercanzia, cioè della gente di colore che veniva trasportata per essere venduta, diciamo, in Virginia. E questo non turbava nessuno né usciva a titoli cubitali sul giornale della Virginia, e nessuno chiedeva di impiccare il capitano della nave che li aveva trasportati. Se, al contrario, un possidente aveva un attacco di follia e ammazzava il vicino e poi tornava al galoppo a casa dove appena smontato ammazzava sua moglie, due morti in tutto, la società della Virginia restava intimorita per almeno sei mesi, e la leggenda dell’assassino a cavallo poteva tramandarsi per generazioni. I francesi, per esempio. Durante la Comune del 1871 furono assassinate migliaia di persone e nessuno versò una lacrima per loro. In quegli stessi anni un arrotino ammazzò una donna e la sua vecchia madre (non la madre della donna, ma la propria madre, amico mio) e poi fu abbattuto dalla polizia. La notizia non solo fece il giro dei giornali francesi, ma comparve anche su altri giornali europei e addirittura fu pubblicato un articolo sull’<<Examiner>> di New York. I motivo: i morti della Comune non appartenevano alla società, la gente di colore morta sulla nave non apparteneva alla società, mentre la donna morta in un capoluogo francese e l’assassino a cavallo della Virginia ne facevano parte, in altre parole, quello che era successo a loro era ascrivibile, era leggibile. E nonostante tutto le parole praticavano più l’arte di nascondere che l’arte di svelare. O forse svelavano qualcosa. Che cosa?, le confesso che non lo so.” Continua a leggere…

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