Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Il fantasma esce di scena” (Philip Roth)

“Cos’era successo in questi dieci anni perché tutt’a un tratto ci fossero tante cose da dire, tante cose e così urgenti che non si poteva aspettare a dirle? Ovunque andassi, qualcuno mi veniva incontro parlando al telefono e qualcuno mi seguiva parlando al telefono. Quando presi un taxi, l’autista era al telefono. Per uno che spesso passava molti giorni di seguito senza parlare con qualcuno, fui costretto a domandarmi cos’era crollato nella gente, di ciò che prima le teneva insieme, per rendere l’incessante chiacchiericcio telefonico preferibile a una passeggiata sotto la sorveglianza di nessuno, a un momento di solitudine che permetteva di assimilare le strade attraverso i propri sensi corporei e di pensare la miriade di pensieri che ispirano le attività di una città. Per me, faceva sembrare comiche le strade e ridicole le persone. Eppure sembrava anche un’autentica tragedia. Sradicare l’esperienza della separazione doveva avere inevitabilmente un effetto drammatico. Quali saranno le conseguenze? Tu sai che puoi raggiungere l’altra persona in ogni momento, e se non puoi diventi impaziente, impaziente e irritato come un piccolo, stupido dio. Sapevo bene che il silenzio di fondo era stato abolito da un pezzo nei ristoranti, negli ascensori e nei campi da baseball, ma che l’immensa solitudine degli esseri umani dovesse produrre questo sconfinato desiderio di essere ascoltati, unito al disinteresse per chi ascolta le tue conversazioni…”

(Philip Roth, “Il fantasma esce di scena”, ed. Einaudi)

 

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Silenzi evocativi (“lei è così”)

Lei è così

Sto leggendo il romanzo “Il capro espiatorio” di Strindberg. A un certo punto, di fronte alle parole che seguono, mi è tornata in mente una scena del film “L’idiota” di Akira Kurosawa, ispirato all’omonimo romanzo di Dostoevskij. Probabilmente il “corto-circuito” mentale è scattato solo perché oggi (vedi post precedente) è il “compleanno” dell’autore russo, o forse per qualche altro motivo che è meglio non indagare. Insomma, ecco il fotogramma tratto dal film (che vi consiglio, a me è piaciuto molto) e le parole di Strindberg.

“Libotz aveva la bocca secca, si sentiva la testa vuota, lanciava occhiate verso i campi coltivati per trovare un argomento di conversazione, mentre dentro di sé era tormentato da un processo che tuttavia non voleva sfiorare.

Dopo che i suoi pensieri per un bel po’ di tempo furono occupati dagli atti processuali, Karin trovò il silenzio fuori luogo e cominciò a provare disagio.

– Dì qualcosa, Edvard! È tremendo quando taci.

Libotz si liberò dal pensiero delle testimonianze, ma perse il controllo e nella situazione penosa disse ciò che non avrebbe mai dovuto dire, cioè: – Che cosa dovrei dunque dire?

Era la dichiarazione di bancarotta, i guanti sul tavolo, il filo era reciso. Due persone estranee camminavano l’uno accanto all’altra e pensavano, pensavano a loro come coppia, alla loro relazione, alla causa del silenzio. E, ben presto, quanto era estraneo si trasformò in qualcosa di ostile. Si sentivano infedeli, perché potevano camminare e pensare in silenzio senza dire ciò che pensavano, e più essi tacevano, peggio diventava. Nella sua disperazione Libotz afferrò una pianta dal ciglio, ed esclamò fingendo interesse: – Ma che guarda, che fiore strano!

Karin sentiva sia la finzione in quell’atteggiamento di sorpresa sia l’elemosina che egli le porgeva, pertanto non guardò e non rispose, aumentò invece solo il passo come se volesse fuggire da tutto.”

(August Strindberg, “Il capro espiatorio”)

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