Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Si disimpara completamente a tacere”

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“In questo libro troviamo all’opera un <<essere sotterraneo>>, uno che perfora, scava, scalza di sottoterra. Posto che si abbia occhi per un tale lavoro in profondità, lo si vedrà avanzare lentamente, cautamente, delicatamente implacabile, senza che si tradisca troppo la pena che ogni lunga privazione di luce e d’aria comporta; lo si potrebbe dire perfino contento del suo oscuro lavoro. Non sembra forse che una fede gli sia di guida e una consolazione lo compensi? Vuol forse avere la sua propria lunga tenebra, il suo mondo incomprensibile, occulto, enigmatico, perché avrà anche il suo mattino, la sua liberazione, la sua aurora? Certamente egli tornerà indietro: non chiedetegli cosa cerca là sotto, ve lo dirà lui stesso, questo apparente Trofonio ed essere sotterraneo, quando sarà <<ridiventato>> uomo. Si disimpara completamente a tacere, quando si è stati così a lungo, come lui, una talpa, un solo…”

(Friedrich Nietzsche, “Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali”, ed. Adelphi)

Doppio sguardo, una sorta di felicità

Mentre ero su un autobus provinciale, guardando il mio e l’altrui riflesso nel vetro del finestrino, mi è tornato alla mente un breve racconto di Julio Cortázar, ambientato nel vagone di una metropolitana e nel quale l’autore descrive, in una decina di pagine, un “gioco” che il protagonista svolge con l’inconsapevole complicità dei passeggeri e soprattutto delle passeggere. Di seguito l’inizio del racconto.

“Adesso che lo scrivo per altri tutto ciò potrebbe esser stato la roulette o l’ippodromo, ma quel che cercavo non era denaro, a un certo momento avevo cominciato a sentire, a decidere che un vetro del finestrino del metro poteva portarmi la risposta, l’incontro con una sorta di felicità, esattamente qui dove tutto avviene sotto il segno della più implacabile rottura, entro un tempo sotto terra che un tragitto fra stazione e stazione disegna e limita così, inappellabilmente sotto. Dico rottura per comprendere meglio (dovrei comprendere un sacco di cose da quando ho iniziato a giocare il gioco) quella speranza di una convergenza che forse mi sarebbe stata data dal riflesso in un vetro di finestrino. Superare la rottura che la gente non sembra avvertire sebbene vai a sapere che cosa pensa questa gente affaticata che sale e scende dai vagoni del metro, quel che cerca oltre il trasporto questa gente che sale prima o dopo per scendere dopo o prima, che solo si trova in una zona del vagone dove tutto è deciso in precedenza senza che nessuno possa sapere se usciremo insieme, se io scenderò per primo oppure quell’uomo magro con un rotolo di carte, se la signora anziana in verde continuerà fino al capolinea, se quei bambini scenderanno ora, è evidente che scenderanno perché raccattano quaderni e righe, si avvicinano ridendo e giocando alla porta mentre là nell’angolo una ragazza si sistema per restare, per rimanere ancora molte stazioni sul sedile finalmente libero, e quell’altra ragazza è imprevedibile, Ana era imprevedibile, si manteneva molto eretta contro lo schienale sul sedile, dalla parte del finestrino, era già là quando salii alla stazione Étienne Marcel e un negro abbandonò il sedile di fronte e parve che la cosa non interessasse nessuno e io potei scivolare con una scusa qualsiasi fra le ginocchia dei due passeggeri seduti dalla parte del corridoio e mi trovai di fronte ad Ana e quasi subito, perché ero sceso nel metro per giocare ancora una volta al gioco, cercai il profilo di Margrit nel riflesso del vetro del finestrino e pensai ch’era carina, che mi piacevano i suoi capelli neri con una specie di breve ala ad acconciarle in diagonale la fronte.

Non è vero che il nome di Margrit o Ana sorgesse in seguito o che sia ora un modo di distinguerle nella scrittura, cose come questa si davano per decise istantaneamente nel gioco, voglio dire che in alcun modo il riflesso nel vetro del finestrino poteva chiamarsi Ana, così come non poteva neppure chiamarsi Margrit la ragazza seduta di fronte a me che non mi guardava e aveva lo sguardo smarrito nella noia di quell’interregno in cui tutti paiono consultare una zona di visione che non è quella circostante, eccetto i bambini che fissano e in pieno le cose fino al giorno in cui gli viene insegnato a collocarsi anch’essi begli interstizi, a guardare senza vedere con quell’ignoranza civile di ogni vicina apparenza, di ogni possibile contatto, ognuno installato nella propria bolla d’aria, allineato fra parentesi, preoccupato dal perdurare della minima aria libera fra ginocchia e gomiti altrui, rifugiandosi in <<France Soir>> o in libri tascabili, sebbene quasi sempre come Ana, occhi collocati nel vuoto fra quanto è veramente visibile, in quella distanza neutra e stupida che andava dalla mia faccia a quella dell’uomo concentrato nel <<Figaro>>. Ma allora Margrit, se qualcosa potevo prevedere era che a un certo punto Ana si sarebbe voltata distratta verso il finestrino e allora Margrit avrebbe visto il mio riflesso, l’incrociarsi degli sguardi nelle immagini di quel vetro in cui l’oscurità della galleria pone il suo mercurio attenuato, la sua felpa violetta e mobile che dà alle facce una vita su altri piani, gli toglie quell’orribile maschera di gesso delle luci municipali del vagone e soprattutto, oh sì, non avresti potuto negarlo, Margrit, fa guardare davvero quell’altra faccia del vetro perché durante il tempo istantaneo del doppio sguardo non esiste censura, il mio riflesso nel vetro non era l’uomo seduto di fronte ad Ana e che Ana non doveva guardare apertamente in un vagone di metro, e inoltre colei che stava guardando il mio riflesso non era Ana ma Margrit nel momento in cui Ana rapidamente aveva sviato gli occhi dall’uomo seduto di fronte a lei perché non stava bene guardarlo, voltandosi verso il vetro del finestrino aveva visto il mio riflesso in attesa di quell’attimo per poter sorridere lievemente senza alcuna insolenza o speranza quando lo sguardo di Margrit fosse caduto come un uccello nel suo sguardo. Durò forse un secondo, forse un po’ di più perché sentii che Margrit aveva avvertito quel sorriso che Ana condannava non fosse altro che con il solo gesto di chinare il viso, di esaminare vagamente la chiusura della borsa di pelle rossa; ed era quasi giusto continuare a sorridere anche se Margrit ormai non mi guardava più perché in un certo senso il gesto di Ana accusava il mio sorriso, continuava a sentirlo e non occorreva più che lei o Margrit mi guardassero, meticolosamente comprese nel provare la chiusura della borsa…”

(Julio Cortázar, estratto da “Manoscritto trovato in una tasca”, in “I racconti”, ed. Einaudi)

“Il voyeur” (Alain Robbe-Grillet)

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“Nessuno s’intravedeva nei paraggi. Il luogo, del resto, per la sua stessa struttura dava un’impressione di solitudine. Eccetto la tabaccheria, non c’erano negozi: la drogheria, la macelleria, la panetteria, il caffè principale davano tutti sul portico. Inoltre, il lato sinistro della piazza era occupato per più della metà da un muro di cinta alto quasi due metri – senza aperture – con l’intonaco scalcinato e la cresta mancante in diversi punti. Al vertice del triangolo, al bivio delle due strade, un piccolo edificio dall’aspetto ufficiale, isolato da un piccolo giardino, sfoggiava al frontone della porta una lunga asta senza bandiera; poteva essere una scuola, o il municipio, o entrambe le cose. Ovunque (eccetto intorno alla statua), stupiva l’assenza totale del marciapiede. Il fondo stradale di vecchio pavé, disseminato di buche e bitorzoli, arrivava a ridosso delle case. Mathias aveva dimenticato questo dettaglio, come tutto il resto. Nella sua ispezione circolare, lo sguardo gli cadde nuovamente sul pannello di legno. Aveva già visto quel cartellone in città, alcune settimane prima, affisso in numerose copie. Ma forse quell’inclinazione insolita gli fece notare per la prima volta la bambola sporca e monca abbandonata a terra, ai piedi dell’eroe.”

(Alain Robbe-Grillet, “Il voyeur”, ed. Nonostante)

“Il voyeur”, pubblicato nel 1955, è un romanzo che non è facile presentare e che può anche respingere un lettore poco abituato a ciò che si troverà di fronte sin dalla prima pagina, ovvero una storia di superficie, nella quale gli oggetti sono così dominanti da annullare non solo ogni forma di psicologia, ma anche la trama stessa. Il voyeur non è, come potremmo erroneamente essere indotti a pensare, un soggetto incline a spiare le vie altrui, bensì è lo sguardo in senso più generale. Tutto è esposto dinanzi ai nostri occhi di lettore, le cose sono là, dobbiamo solo osservarle e coglierle nella loro concatenazione materiale, senza scavare alla ricerca di chissà quale profondo significato. Continua a leggere…

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