Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “Scrittori”

Telefonate al libraio.

Se avete letto qualcosa di David Foster Wallace, ma in particolare “Brevi interviste con uomini schifosi”, forse avrete notato, come me, il breve saggio introduttivo di Zadie Smith.
Adesso dimenticatelo, telefonate in piena notte al vostro libraio di fiducia e ordinate “Cambiare idea” (ed. Minimum Fax) della Smith.
Domani vi parlerò anche delle prime 364 pagine, ma intanto, voi amanti di David Foster Wallace, riprovate a chiamare il libraio, anche nel cuore della notte se non vi ha ancora risposto.
Se siete riusciti ad avere il libro, andate a pagina 365 e cominciate a leggere il saggio di Zadie su David. No, non la versione di quattro pagine che ho citato all’inizio, ma quella di circa cinquanta pagine.
Una volta che l’avrete finito, telefonatemi per raccontarmi che ne pensate.
Infine, telefonate di nuovo al librario e, se non fosse a conoscenza di ciò che vi ha venduto, tenetelo inchiodato al telefono e leggetegli il saggio.

Bulgakov fa gli auguri a Dostoevskij (più o meno)

Dostoevskij_1872

(Non amo particolarmente certe ricorrenze e non avrei voluto ricordare oggi Dostoevskij, nato per l’appunto l’11 novembre del 1821.

Un altro mio “amico”, però, mi ha chiamato per ricordarmi che anche lui, scrivendo, aveva segnalato l’immortalità di Dostoevskij. Vi riporto, quindi, le sue parole. Ah, l’amico, grande anche lui, si chiama Bulgakov.)

– Le loro tessere? – disse, guardando con stupore gli occhiali a molla di Korov’ev, nonché il fornello di Behemoth e il gomito lacerato dello stesso.

– Mi scusi tanto, quali tessere? – chiese sorpreso Korov’ev.

– Sono scrittori? – chiese a sua volta la donna.

– Indubbiamente, – rispose Korov’ev con dignità.

– Le loro tessere? – ripeté la donna.

– Bellezza mia… – cominciò tenero Korov’ev.

– Non sono una bellezza, – lo interruppe la donna.

– Oh, che peccato, – disse deluso Korov’ev, e continuò: – Va bene, se lei non desidera essere una bellezza, il che sarebbe stato molto piacevole, può fare a meno di esserla. Dunque, per convincersi che Dostoevskij è uno scrittore, possibile che sia necessario chiedergli la tessera? Ma prenda cinque pagine qualsiasi di qualsiasi suo romanzo, e senza alcuna tessera si convincerà di avere a che fare con uno scrittore. Del resto, immagino che di tessere, non ne avesse neppure una! Che ne pensi? – chiese a Behemoth.

– Scommetto che non ne aveva, – rispose quello, posando il fornello sul tavolo vicino al registro e asciugandosi con una mano il sudore della fronte sporca di fuliggine.

– Lei non è Dostoevskij, – disse la donna a cui Korov’ev faceva perdere il filo.

– Be’, chi lo sa, chi lo sa, – rispose lui.

– Dostoevskij è morto, – disse la donna, ma con poca convinzione.

– Protesto! – esclamò calorosamente Korov’ev. – Dostoevskij è immortale.

(Michail Bulgakov, “Il Maestro e Margherita”, ed. Einaudi)

Italo Calvino: un uomo invisibile (documentario girato a Parigi)

In questi giorni sto riscoprendo Italo Calvino. Oltre a leggere alcuni suoi testi, sono andato a scovare le interviste allo scrittore. Riporto qui un documentario girato a Parigi nel 1974, nel quale Calvino parla del suo rapporto con la capitale francese, che gli permette di essere “invisibile”, ma anche della sua attività di scrittore.
La regia del filmato è (salvo smentite e correzioni) di Nereo Rapetti.

Virginia Woolf (nelle parole di Nadia Fusini)

Virginia_Woolf

Da qualche tempo Virginia Woolf mi chiamava a sé, per indurmi a leggere le sue opere che ancora non ho letto, oppure a rileggere quelle che ho letto. Stamattina, in biblioteca, è riuscita a cogliermi in un momento di debolezza e, nonostante le stessi preferendo un Tolstoj o un Faulkner, alla fine l’ho accontentata e mi sono preso il “Meridiano” con tutti i suoi romanzi. In passato ho già letto e apprezzato i romanzi “Gita al faro” (o “Al faro”) e La signora Dalloway”, più i saggi “Una stanza tutta per sé e “Ore in biblioteca e altri saggi”. Avevo intenzione di prendere “Orlando” e/o “Le onde”, e nel dubbio li ho presi tutti e due. All’interno di questo “Meridiano” (l’altro contiene racconti e saggi) ci sono, oltre ai romanzi già citati, anche “La stanza di Jacob” e “Tra un atto e l’altro”.

Nella splendida e articolata introduzione, Nadia Fusini evidenzia la modernità di Virginia Woolf, specie in rapporto all’epoca in cui scrisse, l’inizio del Novecento, quando antiche certezze, ritenute assolute, si rivelarono non più tali e anche la letteratura divenne specchio di una crisi più globale. La Fusini rileva come nei romanzi della Woolf Continua a leggere…

Consapevolezze.

Montale, Leopardi e soci mi convinsero che scrivere poesie non era il mio mestiere. Provai con i romanzi, ma Dostoevskij, Kafka, Balzac e altri soci mi fecere capire che dei miei romanzi potevo fare un bel falò. Restava la forma breve, i racconti e le novelle, ma Poe, Cechov e Guy de Maupassant mi spiegarono, gentilmente ma efficacemente, che dovevo farmi da parte. Per il teatro ci pensò Beckett, con un solo sguardo, senza parole.
Mi sono rimasti gli aggiornamenti su Facebook, su Twitter e gli articoli del blog, settori nei quali me la posso ancora giocare con milioni di persone.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij, 11.11.1821

Dostoevskij_1872

Dostoevskij “compie” 192 anni. In linea di massima questo tipo di ricorrenze non mi suscitano grandi emozioni, ma c’è sempre l’eccezione alla regola. Qui sotto riporto brani tratti dalla lettera che scrisse al fratello Michail, nella quale annunciava allo stesso la drammatica commutazione della pena di morte in quella ai lavori forzati, episodio e successiva esperienza che segneranno la sua esistenza e riappariranno nei suoi più celebri romanzi.

“Oggi, 22 dicembre, siamo stati condotti sulla piazza Semënov. Lì è stata letta a tutti noi la sentenza di condanna a morte, poi ci hanno fatto accostare alla croce, hanno spezzato le spade al di sopra delle nostre teste…io ero il sesto della fila…non mi restava da vivere più di un minuto. Mi sono ricordato di te, fratello, e di tutti i tuoi; nell’ultimo istante tu, soltanto tu occupavi la mia mente, e soltanto allora ho capito quanto ti amavo, fratello mio carissimo! …ci è stato letto il problema con cui Sua Maestà Imperiale ci donava la vita, quindi è stata data lettura delle condanne autentiche…la vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e non in ciò che ci circonda all’esterno. Intorno a me ci saranno sempre degli uomini, ed essere un uomo tra gli uomini e rimanerlo per sempre, in qualsiasi sventura, non abbattersi e non perdersi d’animo, ecco in cosa sta la vita, in che cosa consiste il suo compito. Io mi sono reso conto di questo, e questa idea mi è entrata nella carne e nel sangue!…Non ho mai sentito ribollire dentro di me delle riserve così sane e abbondanti di vita spirituale come adesso. Ma il corpo riuscirà a resistere? Non lo so…Forse un giorno ci riabbracceremo e ricorderemo insieme il nostro giovane tempo, il tempo passato, dorato, ricorderemo la nostra giovinezza e le nostre speranze che in questo istante mi strappo dal cuore, insieme con il mio sangue, e seppellisco…Possibile che io non prenda più la penna in mano? Io penso che tra quattro anni questo sarà possibile. Ti manderò tutto ciò che scriverò, se pure scriverò qualcosa…Dio mio, quante immagini da me vissute e da me create sono destinate a perire e a spegnersi nella mia testa, oppure mi si scioglieranno nel sangue come un veleno! Sì, se non mi sarò possibile scrivere io perirò, sarebbe meglio venir condannato a quindici anni di carcere, ma con la possibilità di tenere la penna in mano…del resto oggi sono stato vicino alla morte, per tre quarti d’ora ho vissuto con l’idea di essere giunto agli ultimi istanti della vita, e adesso invece sono di nuovo vivo! Se qualcuno ha serbato un cattivo ricordo di me, se ho avuto a che dire con qualcuno o se ho destato una cattiva impressione in qualcuno, di’ a tutti che se ne dimentichino, se avrai occasione d’incontrarli. Nel mio animo non c’è traccia di rancore o di collera; in questo momento vorrei tanto amare e abbracciare almeno qualcuno dei miei antichi amici…quando mi volto indietro a guardare il passato e penso a tutto il tempo inutilmente sprecato, a tutto quello che ho perduto in traviamenti, in errori, nell’ozio, nell’incapacità di vivere, a quanto poco ho saputo apprezzarlo, a quante volte ho peccato contro il cuore e contro lo spirito, il cuore mi sanguina…e adesso, cambiando vita, io rinasco in una nuova forma. Fratello, ti giuro che non perderò la speranza e conserverò puro lo spirito e il cuore…è terribilmente doloroso spezzarsi in due, tagliare in due il proprio cuore. Addio! Addio! Ma io ti rivedrò, ne sono sicuro, lo spero: resta fedele a te stesso…”

(Fëdor Dostoevskij, lettera al fratello, tratta da Lettere sulla creatività, universale economica Feltrinelli)

William Faulkner, il discorso per il Nobel del 1949

Sto leggendo “La paga del soldato” di William Faulkner. Ne scriverò appena terminato. Mi sono accorto che su questo blog Faulkner è pressoché assente. Il motivo è semplice: lessi i suoi libri tanti anni fa, uno di fila all’altro, quando ancora non mi dilettavo con blog e pseudo-recensioni. Ricordo, tanto per citarne alcuni, “L’urlo e il furore”, “Mentre morivo”, “Santuario”, “Requiem per una monaca”, “Luce d’agosto”.

Considero Faulkner uno dei miei scrittori preferiti. Ho cercato sul web la cerimonia di premiazione per il Nobel del 1949, ho trovato l’audio e il testo (sul sito ufficiale del Nobel), ma nessuna traduzione. Ho cercato di tradurla al meglio, anche se specie in un passaggio mi sono un po’ “perso”. Riporto tutto di seguito. Naturalmente, sono ben accette correzioni.

“Ladies and gentlemen,

I feel that this award was not made to me as a man, but to my work – a life’s work in the agony and sweat of the human spirit, not for glory and least of all for profit, but to create out of the materials of the human spirit something which did not exist before. So this award is only mine in trust. It will not be difficult to find a dedication for the money part of it commensurate with the purpose and significance of its origin. But I would like to do the same with the acclaim too, by using this moment as a pinnacle from which I might be listened to by the young men and women already dedicated to the same anguish and travail, among whom is already that one who will some day stand here where I am standing.

Our tragedy today is a general and universal physical fear so long sustained by now that we can even bear it. There are no longer problems of the spirit. There is only the question: When will I be blown up? Because of this, the young man or woman writing today has forgotten the problems of the human heart in conflict with itself which alone can make good writing because only that is worth writing about, worth the agony and the sweat.

He must learn them again. He must teach himself that the basest of all things is to be afraid; and, teaching himself that, forget it forever, leaving no room in his workshop for anything but the old verities and truths of the heart, the old universal truths lacking which any story is ephemeral and doomed – love and honor and pity and pride and compassion and sacrifice. Until he does so, he labors under a curse. He writes not of love but of lust, of defeats in which nobody loses anything of value, of victories without hope and, worst of all, without pity or compassion. His griefs grieve on no universal bones, leaving no scars. He writes not of the heart but of the glands.

Until he relearns these things, he will write as though he stood among and watched the end of man. I decline to accept the end of man. It is easy enough to say that man is immortal simply because he will endure: that when the last dingdong of doom has clanged and faded from the last worthless rock hanging tideless in the last red and dying evening, that even then there will still be one more sound: that of his puny inexhaustible voice, still talking.

I refuse to accept this. I believe that man will not merely endure: he will prevail. He is immortal, not because he alone among creatures has an inexhaustible voice, but because he has a soul, a spirit capable of compassion and sacrifice and endurance. The poet’s, the writer’s, duty is to write about these things. It is his privilege to help man endure by lifting his heart, by reminding him of the courage and honor and hope and pride and compassion and pity and sacrifice which have been the glory of his past. The poet’s voice need not merely be the record of man, it can be one of the props, the pillars to help him endure and prevail.

(From Nobel Lectures, Literature 1901-1967, Editor Horst Frenz, Elsevier Publishing Company, Amsterdam, 1969)

“Signore e signori,

sento che questo premio non è per me in quanto uomo, ma va al mio lavoro – il lavoro di una vita nell’agonia e nella fatica dello spirito umano, non per la gloria e meno di tutto per il profitto, ma per creare dal materiale dello spirito umano qualcosa che prima non esisteva. Quindi questo premio è mio solo in affidamento. Non sarà difficile trovare una dedica per la parte in denaro, commisurata con lo scopo e il significato della sua origine. Ma mi piacerebbe fare lo stesso anche con l’applauso, utilizzando questo momento come un pinnacolo dal quale potrei essere ascoltato da giovani uomini e donne già dediti alla stessa angoscia e travaglio, tra i quali c’è già quello che un giorno sarà qui dove sono io.

La nostra tragedia oggi è una generale e universale paura fisica, così a lungo sostenuta che ora possiamo anche sopportarla. Non ci sono più problemi dello spirito. C’è solo la domanda: quando sarò fatto saltare in aria? A causa di ciò, i giovani e le giovani che scrivono oggi hanno dimenticato i problemi del cuore umano in conflitto con sé stesso, che soli possono rendere buona la scrittura perché solo di questo vale la pena scrivere, sentirne l’agonia e la fatica.

Deve imparare di nuovo. Deve insegnare a sé stesso che la più vile di tutte le cose è aver paura; e, insegnando ciò a sé stesso, dimenticarlo, non lasciando spazio nel suo laboratorio per altro che le antiche verità e le verità del cuore, le vecchie verità universali, mancando le quali qualsiasi storia è effimera e condannata – l’amore e l’onore e la pietà e l’orgoglio e la compassione e il sacrificio. Fino a quando fa così, lavora sotto una maledizione. Egli scrive non di amore ma di lussuria, di sconfitte in cui nessuno perde nulla di valore, di vittorie senza speranza e, peggio di tutto, senza pietà o compassione. I suoi dolori non toccano ossa universali, non lasciano cicatrici. Non scrive del cuore ma delle ghiandole.

Fino a quando non riapprenderà queste cose, scriverà come se stesse fermo a guardare la fine dell’uomo. Mi rifiuto di accettare la fine dell’uomo. È abbastanza facile dire che l’uomo è immortale semplicemente perché durerà; che quando l’ultimo ding-dong di condanna avrà risuonato e sarà sbiadita l’ultima inutile impiccagione dalla roccia (???), senza maree nell’ultima rossa e morente sera, che anche allora ci sarà un ulteriore suono: quello della sua gracile voce inesauribile, ancora parlante.

Rifiuto di accettare ciò. Io credo che l’uomo non si limiterà semplicemente a resistere: egli prevarrà. È immortale, non perché egli solo tra le creature ha una voce inesauribile, ma perché egli ha un’anima, uno spirito capace di compassione, di sacrificio e di resistenza. Il dovere dei poeti e degli scrittori è scrivere queste cose. È il suo privilegio aiutare l’uomo a sopportare, elevando il suo cuore, ricordandogli il coraggio, l’onore, la speranza, l’orgoglio, la compassione, la pietà e il sacrificio che sono stati la gloria del suo passato. La voce del poeta non dev’essere solo la registrazione dell’uomo, può essere uno dei sostegni, uno dei pilastri che lo aiutino a resistere e prevalere.”

Thomas Mann “rappresentante dell’esistenza” (di Claudio Magris)

Mann

“La mia vocazione”, scriveva Thomas Mann nel 1937, “non è quella del martire, bensì del rappresentante”. A quella definizione di se stesso, resa in una difficile ora storica nella quale egli, dinanzi al dilagare del nazionalsocialismo, andava assumendo sempre di più il ruolo di portavoce ufficiale ed autorizzato della civiltà umanistica, lo scrittore aggiungeva alcune rassicuranti specificazioni, dicendo di essere nato per recare al mondo un po’ di superiore serenità. Come molte parole di Mann dettate dal suo senso di responsabilità etico – politica e dalla sua sorvegliata amministrazione del proprio genio e della propria figura, anche quella chiosa diluiva la verità dell’affermazione centrale, il disagio di chi si sente chiamato non tanto a vivere quanto a rappresentare la vita.

La coscienza della distanza che c’è tra la vita e la rappresentazione, che la ritrae e con ciò la prende, è la coscienza della necessità, per l’artista moderno, d’instaurare questa distanza e di ricorrere a questa rappresentazione. “Di me”, scrisse una volta Mann, “ci si ricorderà poco”; il grande borghese, fiducioso che la sua opera sarebbe rimasta al centro dell’attenzione dei posteri, non s’illudeva sulla consistenza della propria personalità ed anzi si compiaceva saperla destinata all’oblio. Pensava che della sua persona, ormai intrecciata e confusa con quell’ironico spirito del racconto che talora nella sua narrativa dice abusivamente io o noi, senza chiarire esattamente a chi si riferisca, sarebbe restata tutt’al più l’immagine pensosa ma generica di un volto asciutto segnato da una verruca, il vago alone di una distinzione impersonale.

Di Tolstoj e di Dostoevskij, perfino di Flaubert e di Kafka si conosce e si ricorda tanta incandescente o deserta vita immediata, non trasposta o risolta nella pagina scritta: passioni, speranze e paure che riguardano direttamente la loro esistenza. Di Thomas Mann si conosce invece quasi soltanto la rappresentazione che egli ha dato della sua esistenza, la stilizzazione ottenuta mediante un gioco di specchi al quadrato, che proietta subito l’esperienza vissuta nella figura letteraria e modella su quest’ultima la ricostruzione autobiografica della prima.

(Claudio Magris, prefazione a “I Buddenbrook”, edizione Garzanti)

Ho deciso, finalmente, di intraprendere la lettura de “I Buddenbrook”, da anni in lista d’attesa. Ho trovato molto interessante, per ora, la prefazione di Claudio Magris, della quale vi ho riportato un passaggio, consapevole che, essendo passati gli esami di maturità, non correrò il rischio che qualcuno, in cerca di notizie su Magris, possa essere fuorviato da queste pagine.

“La cifra nel tappeto” (Henry James)

La cifra nel tappeto

“…e ciò che stava accadendo era semplicemente che la mia nuova comprensione e la mia vana preoccupazione mi guastavano il piacere. Non soltanto non riuscivo ad afferrare un’intenzione generale, ma mi trovavo a perdere di vista perfino le intenzioni particolari che in precedenza avevo saputo apprezzare. I suoi libri non erano più gli oggetti affascinanti che un tempo erano stati per me. L’esasperazione della ricerca turbava il mio giudizio su di loro. Il mio piacere diminuiva, invece di crescere, via via ch’essi diventavano per me uno strumento; dal momento che non ero in grado di seguire l’indizio fornitomi dall’autore, mi sembrava naturalmente un punto d’onore fare un uso professionale della conoscenza che avevo di essi. Non ne sapevo assolutamente nulla. Era umiliante, ma non ne potevo più: mi annoiavo semplicemente. Alla fine mi divennero assolutamente insopportabili…”

(Henry James, “La cifra nel tappeto”)

Il protagonista di “La cifra nel tappeto”, giornalista e critico letterario, giunge a trovare insopportabili i libri del suo autore preferito perché, incaricato dal suo giornale di investigare sulla vita privata dello stesso, lo incontra per un’intervista e riceve una mezza confessione dallo scrittore, che lo spinge a indagare così tanto sui testi da non riuscire più a goderseli come un tempo. Il segreto, cioè la cifra nel tappeto di cui nel titolo, è l’intenzione generale che dovrebbe collegare tutte i libri scritti dall’autore nel corso della propria esistenza, un senso che va al di là di ogni singola opera e che dovrebbe rivelare, qualora scoperto, quale sia la spinta motivazionale che l’ha portato a scrivere. Continua a leggere…

Fame di Letteratura (in pizzeria con i miei Autori preferiti)

Qualche tempo, fingendomi gestore di un pub – pizzeria, organizzai una serata in compagnia di una ventina di autori, immaginando anche come avrebbero potuto sedersi ai vari tavoli. Scelsi quei venti perché erano (sono) autori dei quali ho letto quasi tutto, e che si ripresentano ciclicamente ai miei occhi di lettore.

Ho deciso di riprendere quel gioco e allargare gli inviti ad altri autori che ammiro. A maggior ragione, stavolta che sono molti di più, mi tocca suddividerli per tavoli. Cercherò anche di immaginare, sia pure in maniera molto sintetica, quale potrebbe essere l’argomento di conversazione di ciascun tavolo.

P.s.: la suddivisione ovviamente è per gioco, perché sarebbe ridicolo operare classificazioni di qualsiasi tipo. Detto questo, però, alcuni tavoli non li ritengo per niente casuali. Li ho “composti” in una certa maniera perché il mio modo di “sentire” certi autori mi ha portato a “vedere” delle affinità tra di loro.  I link su ciascun autore rimandano a biografie (per esempio dal sito Treccani), miei articoli precedenti o video tratti da Youtube, Rai Letteratura, etc.

  • Tavolo 1

Dostoevskij, Kafka, Beckett e Bernhard. Potrebbero discutere di Dio, ma non in tono accademico, bensì narrandosi storie. Penso che Dostoevskij e Bernhard potrebbero essere i due più loquaci. Kafka prenderebbe la parola ogni tanto, ma si esprimerebbe più per simboli. Beckett invece tacerebbe per quasi tutta la serata, salvo esprimere di tanto in tanto la sua sintetica e tagliente opinione.

  • Tavolo 2

 Proust, Joyce, Musil, Mann e Woolf. Qui la conversazione la vedo dura, perché ciascuno dei quattro potrebbe tenere banco o stare zitto per ore. Credo che parlerebbero del tempo, della coscienza, della percezione di sé, del romanzo filosofico.

  • Tavolo 3

Molière, Diderot, Stendhal e Balzac. Sciovinismo francese. Potrebbero cominciare a parlare di Napoleone, ma penso che poi finirebbero per raccontarsi qualche intrigante e galeotta avventura della provincia parigina. Penso che da questo tavolo potrebbero spesso elevarsi delle risate sbellicate.

  • Tavolo 4

Baudelaire e Poe. Non potevo non metterli assieme, lo dovevo a Charles. Ornitologia applicata alla poesia, albatros e corvi all’ordine del giorno. Continua a leggere…

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