Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Una scrittura femminile azzurro pallido” (Franz Werfel)

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“Lì, fissò a lungo con occhi atterriti la severa calligrafia femminile, dai caratteri ben allineati, soppesando in continuazione quella lettera leggera senza tuttavia osare aprirla. Quei caratteri scarni lo guardavano con una forza espressiva sempre più intensa, fino a investire un po’ alla volta tutto il suo essere, come un veleno che gli paralizzava il battito. Mai avrebbe immaginato, nemmeno nell’incubo più angoscioso, di poter rivedere la calligrafia di Vera. Da dove veniva quella paura inconcepibile, indegna di una persona come lui, che lo aveva assalito poco prima, quando in mezzo a quel mucchio di posta insignificante si era sentito d’un tratto fissato da quella lettera? Di sicuro uno spavento che risaliva alle origini della sua esistenza. Ma un uomo che ha raggiunto quelle vette e che ha quasi portato a termine il proprio cammino non può spaventarsi in quel modo. Per fortuna Amelie non si era accorta di nulla. Perché quello spavento che sentiva ancora in tutte le sue membra?”

(Franz Werfel, “Una scrittura femminile azzurro pallido”, ed. Garzanti)

Talvolta anche la soglia di un pub si rivela occasione utile a stimolare l’incontro con autori/romanzi e proprio questo mi è capitato con Franz Werfel, nato a Praga nel 1890 e poi, dopo l’annessione nazista dell’Austria, costretto a fuggire in Italia, Francia e Stati Uniti. Werfel, per me, era un nome noto, ma mai approfondito, finché qualche settimana fa un avventore (non “patibolare”, cit. Roberto Bolaño) mi ha parlato di lui e quindi, trovandomi in libreria per altri motivi, ho scelto di presentarmi a Werfel acquistando “Una scrittura femminile azzurro pallido”, incuriosito non tanto dal titolo, quanto piuttosto dalla sintesi in ultima pagina.

Ambientato nella Vienna degli anni ’30 del Novecento, in un’Austria non ancora succube del nazismo ma sulla via per esserlo, il romanzo (breve) narra le vicende di Leonilda, detto Leon, burocrate ministeriale cinquantenne, appagato dal suo ruolo e dal suo matrimonio di convenienza con Amelie, di undici anni più giovane di lui, discendente di una famiglia molto influente e dunque fonte imprescindibile dell’ascesa sociale del funzionario, misteriosamente affascinante agli occhi della donna. Sul volto di Leon è stampato il sorrido beffardo e ambiguo di chi “ce l’ha fatta” ad emergere e si pavoneggia della cosa; la sua esistenza sembra scorrere tranquilla, in superficie, senza scavi nelle profondità della psiche, finché, tra le varie e inutili lettere ricevute in occasione del suo cinquantesimo compleanno, ne sbuca una molto particolare, scritta con grafia femminile, a mano, in un inchiostro azzurro pallido, una missiva che sconvolge l’uomo.

Leon, infatti, sa benissimo che a scriverla è stata Vera Wormser, un’ex studentessa di filosofia con la quale egli aveva avuto, diciotto anni prima, una storia d’amore bruciante, appena un anno dopo essersi sposato con Amelie. Nella lettera la donna, con tono freddo e distaccato, gli chiede d’intercedere per un diciottenne impossibilitato a frequentare le scuole in Germania perché ebreo. Per Leon è ovvio pensare che il ragazzo possa essere frutto di quella relazione adulterina che sembrava essere sepolta nell’oblio e che invece riemerge dal passato, peraltro rimettendo Leon di fronte ai meschini comportamento che all’epoca aveva tenuto sia nei confronti di Amelie, candidamente innamorata di lui e da sempre totalmente ignara di quanto accaduto, sia nei confronti di Vera, sedotta e abbandonata senza troppi complimenti. Cosa deve fare Leon: strappare la lettera, come già fece alcuni anni prima, oppure cercare Vera e rischiare di cadere in un abisso sconosciuto?

Non proseguo nella descrizione degli eventi per non rovinare la lettura a chi si è imbattuto in queste mie parole, ma aggiungo che Werfel è molto abile nel descrivere i turbamenti che affliggono Leon, il senso di colpa, i dubbi feroci, l’immaginazione che lo spinge a fantasticare su scenari ipotetici ormai irrealizzabili, a chiedersi come sarebbe potuta mutare la sua esistenza se diciotto anni prima avesse seguito il cuore (cioè Vera) invece che aspirazioni di altro genere. Le scelte che l’esistenza gli sottopone ora sono dolorose e non può più fingere, costretto com’è a ignorare definitivamente le istanze del suo cuore oppure a rimettere in discussione tutta la gabbia sociale che ormai ha costruito attorno a sé.

Il romanzo si legge in un pomeriggio o almeno io sono stato avvinto dalla prosa di Werfel, autore che, a questo punto, approfondirò in altre sue opere, sperando siano all’altezza di questa prima e appagante lettura.

“Dramma” in libreria.

Per una bizzarra legge fisica ancora oggetto di studi, all’improvviso mi ritrovo in libreria, invece che nel negozio di abbigliamento dove mi ero recato. Mi sento pervaso da un’emozione solita ma sempre gradita, finché accade il dramma. Una ragazza, a pochi metri da me, che nel frattempo seduco Conrad, chiede al commesso un compendio di “Diritto commerciale”.

Perché, perché, perché lo fai? Memore dei miei trascorsi universitari, ricordando quell’esame sostenuto il 28 dicembre di secoli fa, in preda al disgusto più totale per quella materia e a interrogativi sul “perché” mi fossi imbattuto in quell’abominio, avverto il dovere di salvarla, eppure non lo faccio, sto zitto, esco dalla libreria soddisfatto dei miei acquisti, quasi sorridente.

Solo dopo, alla fermata dell’autobus, ripenso a lei, alla sua sorte, alla bruttezza di un mondo che contempla l’esistenza di un Diritto commerciale.

P.s.: per una parziale spiegazione di quest’increscioso episodio, recarsi nella sezione “Chi (non) sono”.

La scelta (da “Aut-aut” di Kierkegaard)

Ho scelto di rileggermi Kierkegaard.

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Il fascino indiscreto di 37 euro.

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Nei giorni scorsi, tra un ringhio e l’altro riportato dai mass-media, ho ascoltato, o forse letto, non ricordo, la notizia concernente un uomo che, ritrovate alcune migliaia di euro, invece di tenersele le ha restituite o comunque segnalato a chi di dovere il ritrovamento (non ricordo nemmeno questo, in pratica non ricordo nulla, ma poco conta ai fini dell’articolo). Non è la prima volta che accade, né sarà l’ultima e, prescindendo da un’analisi circa la veridicità dei fatti e dei particolari, appare evidente a chiunque che la restituzione di una somma ritenuta ingente faccia più scalpore della mancata resa che, peraltro, per sua natura è destinata a rimanere pressoché segreta, al netto di telecamere o telefonini indiscreti. Chi trova un’ingente somma di denaro e se la tiene, difficilmente lo sbandiererà urbi et orbi.

Ascoltando la notizia, ho rispolverato alcune considerazioni che feci, nel chiuso angusto della mia testolina, tempo fa, quando fui protagonista di più miseri ritrovamenti. Innanzitutto, mi sono chiesto quando un ritrovamento/scoperta di denaro e/o oggetti preziosi è appetibile per giornali, tv, radio, web e simili? C’è una soglia che fa ritenere moralmente esemplare il comportamento del restitutore oppure, teoricamente, anche la restituzione di € 37,00 (trentasette, zero zero) può far assurgere al ruolo di mini-eroe di giornata? Non ho citato i trentasette euro a caso, perché si tratta proprio di una somma che avrebbe potuto regalarmi la “gloria”. Ma non precorro i tempi.

Più interessanti mi appaiono altre domande che mi sono posto, che non riguardano l’evidenza pubblica del fatto, ma attengono a più intime scelte. In sostanza, al posto dell’uomo che ha trovato € 26.000 (ventiseimila, comincio a ricordare, sia pure a brandelli), io, guardandomi nelle pupille di fronte a uno specchio, cosa avrei fatto? Ora, appare evidente che una domanda del genere è assurda, non solo perché io non ho trovato € 26.000, ma anche perché, nel valutare le possibili ipotesi, che poi sono sostanzialmente tre (tenersi la somma; restituire al proprietario o segnalare il ritrovamento; fingere di non averla vista), bisognerebbe indagare, per ciascun trovatore, una serie di fattori che possono fare pendere la bilancia decisionale da una parte o dall’altra, per esempio formazione culturale, considerazione del ruolo del denaro nella propria esistenza, stato d’impellente e non procrastinabile necessità vitale.

A questo punto attingo a due esperienze personali. Il primo riguarda un telefonino che trovai per terra, in mezzo a una provinciale e deserta strada. Per l’epoca, si trattava di un apparecchio all’avanguardia, era tra i primi ad avere accesso al web, fotocamera integrata e altri accessori che anche il mio attuale telefono sogna la notte. A farla breve, considerai il disagio che potesse derivare dallo smarrimento e non esitai nel rintracciare il proprietario. Dopo circa mezz’ora, il tempo di giungere da un paese limitrofo, si presentò un uomo, in sella a fiammante motocicletta, con avvinghiato a lui una bionda che sembrava essere appena uscita da un calendario sexy. Il tipo scese dalla moto, si avvicinò, prese il cellulare e mi salutò con un “sei unico”, prima di sgommare via, con tanto di biondona aggrappata al suo petto. Quelle due parole solleticarono abbastanza il mio ego, ma al tempo stesso provai una sgradevole sensazione d’invidia, nel considerare la mia situazione da solitario squattrinato in strada, con la sua apparenza di uomo realizzato. A dirla tutta, del telefono non me ne poteva fregare di meno, una volta vista la bionda. Ma questa è un’altra storia.

Di diverso tenore è la vicenda accadutami qualche anno dopo. Peregrinando su viali provinciali, notai un borsellino abbandonato su una panchina. Aspettai qualche minuto per vedere se il proprietario fosse nei paraggi, poi mi parve evidente che qualcuno l’avesse perso. Vincendo la voce moralistica che, dentro me, mi diceva di non aprire in nome del mito della privacy, aprii e scoprii che dentro non c’erano, ma solo € 37, quelli di cui sopra. Novello Sherlock Holmes, indagai. Chiesi ai miei “colleghi” pensionati, seduti pochi metri più in là, se avessero visto chi c’era seduto sulla panca. Mi fu detto che si trattava di un’anziana con badante. La conoscevano, ma non sapevano né il nome né dove abitasse. Portai il borsellino al comando di Polizia Municipale del mio paese, dopo aver chiesto ai miei anziani “colleghi” di avvisare la signora, non appena l’avessero vista, cosa che accadde di lì a un paio di giorni. Fin qua la storia, molto banale.

Nella mia testa, però, partirono i quesiti che sono stati ridestati dalla notizia dei € 26.000. Qual è, se c’è, il punto in cui il compiacimento che mi deriva dalla restituzione cederebbe alla voracità da denaro facile? Se fossero stati 375, 3.700 o 37.000 euro, come avrei reagito? Quand’è che l’ennesimo capello caduto rende tecnicamente calvi? L’anonimato del possessore quanto conta? Se avessi scoperto che il borsello era, per esempio, di un uomo che copula con la donna dei miei sogni? Con un po’ d’approssimazione, conosco la mia risposta attuale a queste domande. So anche che ho tempo da perdere per simili domande. Quello che non so, è altro: chi è che nella mia testa mi pone le domande precedenti?

P.s.: per smontare un processo di auto-beatificazione al quale non tengo e che sarebbe poco credibile, aggiungo che in altre occasioni (poche, se fossero state tante il mio conto in banca non sarebbe così magro), ritrovando € 20 o € 5, non sono stato a indagare o filosofeggiare troppo. Mi sono tenuto i soldi e me li sono bevuti oppure li ho usati per un buon libro.

I Nirvana non hanno alcuna responsabilità nella stesura di quest’articolo. La scelta dell’immagine è un omaggio (indegno) da parte mia.

Alla ricerca dell’odore di metallo perduto.

Uscito da casa, m’incammino, libro in mano e disillusioni sparse tra stomaco, cuore e cervello, verso una panchina, dove riporre le mie pigre membra e dedicarmi a una lettura rigenerante. A poche decine di metri da casa, però, arriva il momento Proust, che già è stato oggetto di un altro delirante racconto (“Marcel Proust e il bambino che segnò un gol in sforbiciata”). Niente che possa dare luogo a una gigantesca cattedrale della letteratura qual è “Alla ricerca del tempo perduto”, nulla che riguardi fanciulle in fiore tra le quali scegliere un’Albertine. A differenza degli eleganti odori che in Marcel risvegliavano la sua memoria involontaria, nel mio caso, a fungere da detonatore dei ricordi è stato un odore ferroso, di metallo lavorato da alcuni operai, che mi ha rimandato a quando, molti anni fa, stavo per sostenere l’esame di “Diritto amministrativo”. Sì, perché alla vigilia di quell’esame, che ritenevo ormai obliato nella mia memoria, mio padre, con tempistica forse discutibile, aveva deciso di rimettere in sesto, levigare, togliere e aggiungere alcuni pezzi della ringhiera interna di casa.

L’odore sentito per strada ha rimandato la mia mente, Continua a leggere…

Scelte casuali (?) in biblioteca.

Vado in biblioteca a scegliere un libro. Dopo diverse indecisioni, esco con “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald e “Il giorno della locusta” di Nathanael West, che all’ingresso in biblioteca non sfioravano neanche la mia mente.
Giunto a casa, comincio a leggere la biografia di West.
Scopro che i due scrittori si stimavano reciprocamente. Fin qua tutto regolare.
Scopro anche che sono morti a distanza di un giorno l’uno dall’altro, nel 1940.
Ho come la sensazione che siano stati i libri a scegliere me, non viceversa.
In realtà, mi dico, è stato solo un “caso”.
Già, ma cos’è il “caso”?

P.s.: questo è chiaramente un articolo forzato e figlio della pigrizia da sole agostano.

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