Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Elias Canetti su “Il trionfo della morte” di Bruegel

Thetriumphofdeath

“…ma subito dopo mi trovai inaspettatamente davanti – sento ancora oggi lo shock – Il trionfo della morte. Centinai di morti, di scheletri, attivissimi scheletri, sono occupati a trascinare con sé un numero altrettanto grande di uomini vivi: sono figure d’ogni genere, in massa o isolate, riconoscibili per ceto sociale, tese in uno sforzo inaudito; la loro energia supera di molto quella dei viventi che stanno attaccando. Sappiamo che i morti vinceranno, ma ancora non hanno vinto. Si sta dalla parte dei vivi, si vorrebbe aiutarli a difendersi, ma si rimane sconvolti nel vedere che i morti sembrano più vivi di loro. La vitalità dei morti, se così vogliamo chiamarla, ha un unico scopo: afferrare i vivi e portarli via con sé. I morti non si distraggono, non si disperdono in iniziative diverse, vogliono tutti un’unica cosa, quella soltanto; i vivi, invece, sono attaccati alla propria esistenza, ma ciascuno a modo suo. Tutti si agitano, nessuno si arrende, in quel quadro non ho trovato un solo uomo stanco di vivere, la vita va strappata a tutti con la forza, nessuno è disposto a cederla spontaneamente. L’energia di questa difesa, variata in cento modi, è passata dentro di me, da allora mi sono spesso sentito come se io fossi tutti quegli uomini che lottano contro la morte.

Capivo che si trattava di massa, da una parte come dall’altra, e che, per quanto il singolo senta la propria morte da solo, la stessa cosa vale per ogni altro singolo, e perciò si deve pensare a tutti i singoli.

Qui, è vero, la morte ancora trionfa; ma l’effetto non è quello di una battaglia che ormai è vinta una volta per tutte; la battaglia continua, si rinnova sempre, e se la viviamo come in questo quadro, non saremo affatto sicuri che l’esito sarà sempre lo stesso. Il trionfo della morte di Brueghel* è stata la prima cosa che mi ha dato fiducia nella lotta.”

(Elias Canetti, “Il frutto del fuoco” (ed. Adelphi)

*o Bruegel

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“Il genio e il niente” (Manlio Cancogni)

cancogni

“Che carnefici erano mai quelli, e che razza di supplizio!? Il buon vecchio, che annaspava con le braccia ancora libere dai lacci, lo faceva in maniera così aggraziata da lasciar credere che non si trovasse poi tanto male fra quelle muscolose del giovanottone che lo reggeva. Per la vergogna a Guido sfuggì un gemito. Grazia a Dio si trovava al buio, solo!

“Che gusto ci provo a tormentarmi? Perché non smetto? Per qualche istante riusciva a distrarsi, ma subito la mente ricominciava il suo lavorio. Gli era impossibile sottrarsi alla presenza del proprio dipinto. Nella luce che pioveva dall’alto, incendiando il rosso copricapo del giovane arrampicato in cima alla croce, le membra e i panni dei personaggi uscivano dall’ombra come oggetti tirati a lucido. Che luce falsa, sgradevole! Eppure ne era stato così fiero, sembrandogli di una verità superiore, fra il reale e il divino.

Ben altra, ben più calda e vitale. quella che nel quadro di Michelangelo Merisi da Caravaggio investiva di traverso le figure indaffarate intorno alla croce. Tutto ne risultava intensamente vero, oh come intensamente. I calzonacci del manigoldo inginocchiato, di un consunto color giallo, si tendevano sulle natiche fino a scoppiare. La sua camicia attorcinata sapeva di sudore. Il gomito, sulla mano poggiata a terra a stringere la pala, sporgeva in maniera che lo spettatore ne sentiva la punta nello stomaco. L’orlo della pala luccicava sinistramente; un filo rossastro accompagnava il nero atroce del metallo. Dal confronto scaturiva un dolore che lo faceva boccheggiare”.

(Manlio Cancogni, “Il genio e il niente”, ed. Longanesi)  

Protagonista del romanzo di Manlio Cancogni è Guido Reni, pittore, che ci è descritto nel suo viaggio andata e ritorno tra Bologna e Roma. Temi principali sono, invece, l’insoddisfazione degli artisti, la rivalità tra gli stessi e il cosiddetto rapporto arte – vita. La vicenda è ambientata nel 1601, anno nel corso del quale Reni ebbe modo di andare a Roma, laddove gli fu anche commissionata “La Crocifissione di San Pietro”, peraltro eseguita, in quegli stessi anni, anche dall’astro nascente dell’epoca, cioè Michelangelo Merisi, il Caravaggio. Trattandosi di un romanzo e non di una ricostruzione storica, è evidente che i dialoghi immaginati dall’autore sono funzionali alla narrazione e non fedeli riproduzioni della realtà storica. Ciò non toglie nulla al valore del libro, che offre, a prescindere dalla vicenda di Reni, diversi spunti di riflessione.

Con un continuo utilizzo di salti temporali, Continua a leggere…

Baudelaire sulle donne “di” Delacroix

Delacroix

(Eugène Delacroix, “Orfanella in un cimitero”)

“Si direbbe che esse serbano negli occhi un segreto doloroso, impossibile da celare nel profondo della dissimulazione. Il loro pallore è come una rivelazione dei conflitti interiori. Sia che si distinguano per il fascino del delitto o per l’odore di santità, sia che i loro gesti siano illanguiditi o violenti, queste donne malate nel cuore o nello spirito hanno negli occhi il grigio plumbeo della febbre o il lucore abnorme ed eccentrico della loro infermità, e nello sguardo è la luce intensa del soprannaturalismo. Ma sempre e comunque esse sono donne superiori, di una superiorità particolare; e in definitiva, e in una parola sola, Delacroix mi sembra l’artista più capace di esprimere la donna moderna, soprattutto la donna moderna nella sua forma eroica, infernale o divina. Essa possiede altresì la bellezza fisica moderna, l’aria trasognata, ma il seno florido, con un petto minuto, il bacino ampio, e braccia e gambe armoniose.”

(Charles Baudelaire, capitolo “Esposizione universale Belle Arti – 1855”, in “Scritti sull’arte”, Piccola Biblioteca Einaudi)

Stavo mettendo un po’ di ordine nei miei appunti virtuali e cartacei, quando mi sono imbattuto nelle parole e nell’immagine che ho riportato. Avevo pubblicato il tutto su Facebook (già, sono attivo anche lì) circa un anno fa, quando stava maturando l’idea di “aprire” questo blog. Ho pensato di condividere anche quassù le parole del poeta francese e il quadro di Delacroix.

La citazione è tratta da un paragrafo del libro “Scritti sull’arte” (Piccola Biblioteca Einaudi), che avevo letto in quei giorni. In alcuni passaggi non avevo capito granché, perché non conoscevo le opere nominate. Delacroix mi era (e mi è) un po’ più noto e quindi le parole di Baudelaire sullo stesso mi avevano appassionato di più rispetto ad altri passaggi di quel volume.

Il commento di Baudelaire verte sulle varie figure femminili ritratte da Delacroix nelle sue opere. C’è bisogno di precisare che è solo una delle possibili interpretazioni, sulla quale non metto bocca perché non è materia di mia specifica *competenza? Specifico altresì che questo quadro è stato scelto da me per un motivo assai banale: me ne innamorai a prima vista.

P.s.: per il nome del quadro, mi sono fidato di varie fonti virtuali, se qualcuno dovesse accorgersi che tale titolo è sbagliato, me lo faccia notare.

*Tra l’altro, mi chiedo, qual è la materia di mia competenza? C’è? (argomento da tralsciare, eventualmente da riprendere in un altro articolo)

Un libro, uno specchio e il mare. “Storia di Gordon Pym” (E. A. Poe, Baudelaire e Magritte)

Nel dipinto di Magritte “La riproduzione vietata” è rappresentata anche l’edizione francese della “Storia di Gordon Pym” di Edgar Allan Poe, che ebbe come traduttore un signore che si chiamava Charles Baudelaire. Non è mia intenzione né parlare del quadro di Magritte, che non conoscevo fino a ieri, né dal rapporto profondo che lega Poe e Baudelaire. Mi è parso però “utile” (si fa per dire) condividere con voi questa mia recentissima scoperta (cioè la presenza del libro nel quadro di Magritte).

Ho appena terminato la lettura della “Storia di Gordon Pym”. Non mi dilungherò molto nello stilare le mie impressioni, lasciando la parola all’autore. Come premessa devo dire che personalmente preferisco Poe nella sua versione più consueta e magistrale, ovvero come autore di racconti brevi. Non a caso, e spero di non scrivere qui un’assurdità, questo è l’unico romanzo scritto dal grande scrittore. Dico questo non perché sia rimasto deluso dal romanzo, ma perché non mi ha entusiasmato come il resto della sua vasta ed eccelsa produzione. Il motivo è che in “Gordon Pym”, oltre alla terminologia di carattere marinaresco, che richiederebbe da parte del lettore (a meno che non si sia esperti) un continuo ricorso al vocabolario, abbondano descrizioni paesaggistiche e zoologiche, anche interessanti e funzionali alla storia, ma che a mio avviso rallentano troppo spesso il ritmo della narrazione.

Ciò detto, sottolineo con forza che “Storia di Gordon Pym” resta un gran bel romanzo e che non sono per nulla pentito di essermi addentrato nella lettura. Il tema è quello del “viaggio in mare”, ovviamente come metafora della nostra esistenza. Continua a leggere…

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