Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“La peste” (Albert Camus)

camus la peste

“Che ne pensa lei, dottore, della predica di Paneloux?”

La domanda era posta con naturalezza, e Rieux rispose allo stesso modo.

“Ho vissuto troppo negli ospedali per amar l’idea di un castigo collettivo. Ma, lei sa, i cristiani talvolta parlano come lui, senza mai realmente pensarlo. Sono migliori di quanto non sembrano”.

“Lei pensa tuttavia, come Paneloux, che la peste porta un suo beneficio, che apre gli occhi, che costringe a pensare!”

Il dottore scosse la testa con impazienza.

“Come tutte le malattie di questo mondo. Ma quello che è vero dei mali di questo mondo è vero anche della peste. Può servire a maturar qualcuno. Ciononostante, quando si vedono la miseria e il dolore che porta, bisogna essere pazzi, ciechi o vili per rassegnarsi alla peste”.

Rieux aveva appena alzato il tono. Ma Tarrou fece un gesto con la mano, come per calmarlo; e sorrideva.

“Sì”, disse Rieux alzando le spalle. “Ma lei non mi ha risposto; ha riflettuto?”

Tarrou si eresse un po’ nella poltrona e protese la testa nella luce.

“Lei crede in Dio, dottore?”

Anche questa domanda era posta con naturalezza, ma stavolta Rieux esitò.

“No, ma che vuol dire questo? Sono nella notte, e cerco di vederci chiaro. Da molto tempo ho finito di trovare originale la cosa”.

(Albert Camus, “La peste”, ed. Bompiani)

Con “Lo straniero” Albert Camus aveva affrontato il tema dell’assurdo e in particolare dell’individuo alle prese con il mondo a lui circostante, peraltro trattato, sotto forma di saggio, anche ne “Il mito di Sisifo”. Con “La peste”, invece, la dimensione diventa più collettiva, trattandosi di un romanzo corale, che non ci narra più le sole vicende di un singolo, bensì quelle di un’intera comunità alle prese con eventi tragici. Ho riletto “La peste” a distanza di anni e premetto che di fronte a certi testi la pretesa di volerli descrivere anche solo in minima parte è sterile. Peraltro, sono convinto che anche solo riuscire a incuriosire qualcuno che non l’ha ancora letto sarebbe qualcosa di cui potermi ritenere soddisfatto.

“La peste” è del 1947 e questo dato cronologico evidenzia con nettezza il significato metaforico che assume l’epidemia collettiva descritta da Camus nelle sue mirabili espressioni poetiche. È chiaro che nella mente dello scrittore franco-algerino c’erano ancora le drammatiche vicende belliche e la follia dei totalitarismi di vario genere. Non rilevare questo dato renderebbe la lettura del romanzo monca. La storia è ambientata a Orano, prefettura francese sulla costa algerina, in un imprecisato 194…, il che conferma quanto scritto poco fa. Una cittadina, Orano, dove ci si annoia cercando di concludere affari e che all’improvviso piomba in una condizione d’isolamento dal resto del mondo, vedendo così sconvolte le abitudini di tutti i suoi cittadini. Dal ritrovamento di una quantità sempre maggiore di topi morti, Continua a leggere…

“La stupidaggine insiste sempre” (da “La peste” di Albert Camus)

peste

“Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso com’egli sia diviso tra l’inquietudine e la speranza. Quando scoppia una guerra, la gente dice: “Non durerà, è cosa troppo stupida”. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a noi stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli d’altri, dimenticavano di essere modesti, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato alla peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli”.

(Albert Camus, “La peste”)

Sto rileggendo “La peste”, dopo alcuni anni.

Stato d’assedio (Albert Camus)

La Peste a colloquio con Diego, un uomo che ha saputo dominare la paura e rivoltarsi. Vittoria, l’amata di Diego, sta morendo, e Diego offre la sua vita in cambio, pur di salvarla. La Peste, che solo gli uomini come Diego possono arginare, ribalta la proposta e gli propone di rinunciare alla sua rivolta. In cambio Diego avrà la propria salvezza e quella della sua amata Vittoria.

L’amore per Vittoria o l’amore per l’umanità? Cosa sceglieremmo noi?

Pagine estratte da “Lo stato d’assedio”, opera teatrale di Albert Camus.

È fin troppo semplice capire che la Peste aveva, all’epoca in cui Camus scriveva, il volto ancora fresco del nazismo (e fascismo), ma le parole del filosofo – romanziere vanno al di là del contingente. Pagine sulla solidarietà tra gli uomini, sulla difficoltà, per l’individuo, di trovare il proprio equilibrio, di scegliere, necessitato, come e perché agire.

Ho estratto questo dialogo perché lo trovo particolarmente significativo, anche se va letto e contestualizzato. Credo, però, che già di per sé contenga spunti di riflessione.

La Peste è arrivata pian piano vicino a Diego. Solo il corpo di Vittoria li separa.

LA PESTE. Allora, rinunzi? (Disperato Diego guarda il corpo di Vittoria). Non ha più forza. Hai lo sguardo smarrito. Il mio è lo sguardo della potenza.

DIEGO. (dopo una pausa). Lasciala vivere e uccidi me.

LA PESTE. Che cosa?

DIEGO. Ti propongo lo scambio.

LA PESTE. Quale scambio?

DIEGO. Morire io al suo posto.

LA PESTE. È una di quelle idee che vengono quando si è troppo stanchi. Non è piacevole, via, morire, e il più, per lei, è fatto. Fermiamoci qui.

DIEGO. È l’idea del più forte!

LA PESTE. Guardami: io sono la forza!

DIEGO. Togliti l’uniforme.

LA PESTE. Sei pazzo?

DIEGO. Spogliati! Quando gli uomini di forza si tolgono l’uniforme, non sono belli da vedere. Continua a leggere…

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