Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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L’Apocalittico, parte II (ovvero perché vi ho usati per sopravvivere)

Si avvicina con passo lento, lo riconosco ormai, è inconfondibile, una delle massime incarnazioni della figura dell’Apocalittico, della quale vi ho parlato qualche tempo fa in un articolo, che riproduco a margine di questo, per rinfrescare la memoria ai più sbadati e fornire strumenti adatti ai più giovani.

Sto leggendo “Caligola” di Camus, il sabato da qualche tempo a questa parte è diventato un momento troppo prezioso per la lettura, che negli altri giorni devo relegare a orari meno confortanti. Sono qui, nel giardino comunale del mio paese, su una panchina, a godermi il sole di fine settembre.

Mi chiede se può disturbarmi per due minuti. Ho già paura. Gli dico che se sono solo due minuti va bene, altrimenti no, perché sto leggendo, e lo conosco, se attacca a lamentarsi dell’universo intero può restare qui per ore intere. Parte, ed è l’inizio di una probabile fine. Ce l’ha, stavolta, con i figli che fanno causa ai genitori per ottenere il diritto a essere mantenuti dai giudici. Alla parola “giudici” temo il peggio, che, infatti, accade. Comincia a inveire contro i giudici corrotti, contro gli avvocati, e poi i politici, gli impiegati statali, gli alieni, le formiche, tutto, tutto l’universo è corrotto, non c’è nulla che si salvi, è gasato, quando parte è difficile fermarlo. Io gli faccio presente che su qualcosa potrebbe avere ragione, ma che sono cose che mi ha già spiegato cento volte, e che soprattutto io, in quel momento, non posso farci nulla.

Sbuffo, capirà che voglio essere lasciato solo. No, insiste. Non voglio essere sgarbato in fondo gli voglio bene, quando morirà sarò in prima fila al suo funerale, forse anche lui al mio se dovessi morire prima di lui. Ricorro all’immaginazione e qui mi venite in soccorso voi. Penso a qualche serata trascorsa al bar in vostra compagnia, oppure a qualche frase originale che avete scritto sulle vostre bacheche/pagine di blog/facebook/anobii/qualunque altro mondo virtuale vi possa aggradare, in un impeto di lussuria provo a immaginarmi giacente con qualcuna di voi, su un letto composto di libri, avvolti da un silenzio complice. Continua a leggere…

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La Letteratura va in “Panchina”

Le panchine ritratte nella foto appartengono alla villetta comunale del mio paese (Itri). Ho scelto questa immagine come foto – copertina di questo blog perché a quel luogo sono particolarmente affezionato, nel male ma soprattutto nel bene. Dopo tutto, è la mia “piccola Pietroburgo”.

La “panchina” può essere il luogo dove si attende che qualcosa accada o che qualcuno passi, magari a salvarci, a tirarci fuori da una situazione, oppure il contrario, a chiedere il nostro intervento. Si può stare seduti su una panchina perché qualcuno ha deciso che non siamo ancora pronti per partecipare al “gioco” o che c’è qualcuno che sa giocare meglio di noi. Si può essere relegati da scelte altrui a stare fermi, a osservare, e questo stato di fatto può durare anche anni, perché il panchinaro, che inizialmente capisce di dover apprendere le regole del “gioco”, non si lamenta, osserva e apprende, per farsi trovare pronto al momento del bisogno. Ma se questo momento non arriva mai, può accadere, Continua a leggere…

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