Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“La panchina della desolazione” (Henry James)

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“Per lui, quel sedile, termine della sua passeggiata, era sacro; se lo rappresentava da anni come l’ultimo (sebbene ce ne fossero altri, non immediatamente vicino e diversamente disposti, che avrebbero potuto aspirare a quel titolo); così che poteva, con un immediato senso d’irritazione, cogliere di lontano, distinguere mentre si avvicinava, qualsiasi occupazione accidentale, e non avvicinarsi finché la contrarietà fosse durata. Quello che non tollerava era di rompere la tradizione, non importa se per un uomo o per una donna o per una coppia di innamorati; agli imbecilli di quest’ultima categoria era più avverso che a tutti gli altri; perché s’era seduto lì, in passato, solo, vi s’era seduto interminabilmente con Nan, vi s’era seduto – sì, con altre donne, quando le donne, nelle sue ore di libertà, potevano ancora trovare interesse in lui o lui in loro, ma non aveva mai diviso il sedile con estranei irrequieti e sospirosi…”

(Henry James, “La panchina della desolazione”, ed. Passigli)

Seduto sulla panchina della desolazione, unico ristoro di un’esistenza poco soddisfacente, Herbert Dodd scorge una donna raffinata che sembra essere lì per farsi notare da lui. Sulle prime non la riconosce, ma poi si accorge che è Kate Cookham, una lucida calcolatrice che molti anni prima l’aveva ridotto sul lastrico e alla quale era stato legato sentimentalmente, prima di sposarsi con Nan, poi morta. Cosa vuole adesso Kate da Herbert? Perché, a distanza di anni, dell’antico rancore sembrano non esserci più tracce e Kate appare fiorita rispetto alla gioventù?

Henry James, con la consueta abilità nel tratteggiare elegantemente la psiche dei personaggi, ci propone un racconto sull’intreccio, il confine labile che può esserci tra odio e amore, Continua a leggere…

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“Delle simpatie e delle antipatie” (Charles Baudelaire)

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“In amore come in letteratura, le simpatie sono involontarie; hanno però bisogno di essere confermate, e la ragione vi ha una parte ulteriore.

Le vere simpatie sono ottime, perché sono due in uno; le false sono detestabili, perché fanno solo uno, meno l’indifferenza originaria, che è meglio dell’odio, conseguenza inevitabile dell’inganno e della disillusione.

Perciò ammetto e ammiro il cameratismo in quanto è fondato su rapporti essenziali di ragione e di temperamento. È una delle sante manifestazioni della natura, una delle numerose applicazioni di tale sacro proverbio: l’unione fa la forza.

La medesima legge di franchezza e di semplicità deve guidare le antipatie. Tuttavia ci sono persone che s’inventano un odio come anche un’ammirazione, in modo sconsiderato. È una cosa assai imprudente; è farsi un nemico, senza profitto e senza vantaggio. Un colpo che non raggiunge il bersaglio nondimeno ferisce al cuore il rivale a cui era destinato, senza contare che può ferire a sinistra o a destra uno dei testimoni del duello.

Un giorno, durante una lezione di scherma, un creditore venne a disturbarmi; lo inseguii per le scale a colpi di fioretto. Quando tornai, il maestro d’armi, un gigante pacifico che mi avrebbe gettato a terra con un soffio, mi disse: – Come sperperate la vostra antipatia! Un poeta! Un filosofo! Ohibò! – Avevo perso tempo a fare due assalti, ero senza fiato, vergognoso, e disprezzato da un uomo in più, il creditore, a cui non avevo fatto niente di grave.

In realtà, l’odio è un liquore prezioso, un veleno più caro di quello dei Borgia, perché fatto con il nostro sangue, con la nostra salute, con il nostro sonno e con i due terzi del nostro amore! Occorre esserne avari!”

(Charles Baudelaire, “Consigli ai giovani scrittori”, Passigli Editori)

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