Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Ci si adegua al tono generale” (Denis Diderot)

sdr

“Il fatto è che volenti o nolenti ci si adegua al tono generale; che prendendo parte a una riunione, capita di solito persino di atteggiare i tratti del proprio viso in armonia con quelli delle facce che si scorgono nel varcare la soglia di una casa; che, essendo di cattivo umore, si simuli un’allegra disposizione di spirito e, per contro, un’aria grave quando ci si sentirebbe in vena di piacevolezze; non ci si vuole, insomma, sentire estranei nei confronti di alcuno; e così il letterato fa politica, il politico metafisica, il metafisico diventa moralista, il moralista discute di finanza, il finanziere di belle lettere o di geometria e ciascuno, piuttosto che tacere o limitarsi ad ascoltare, va sproloquiando su tutto ciò di cui non sa nulla tra la noia generale sopportata per sciocca vanità o per buona educazione.”
(Denis Diderot, “Questo non è un racconto”, Ed. Est)

“Zio Vanja” (Ănton Cechov)

zio vanja

SONIA – Ma voi non siete contento della vita?

ÀSTROV – Amo la vita in genere, ma questa nostra vita provinciale, russa, piccolo – borghese, non posso assolutamente sopportarla e la disprezzo con tutte le forze dell’anima. Per quel che riguarda la mia vita personale, privata, ebbene bisogna dire che assolutamente non c’è niente di buono. Vedete, quando attraversate di notte un bosco tenebroso, se scorgete in lontananza brillante un lumicino, allora non vi accorgete della stanchezza, né delle tenebre, né degli spini che vi graffiano il viso…Voi sapete che io lavoro come nessun’altro lavora in questa provincia, la sfortuna mi perseguita senza tregua, a volte soffro in modo intollerabile, eppure non scorgo nessun lume brillante in lontananza. Ormai non mi aspetto più nulla, la gente non mi piace…Da tempo ormai non amo più nessuno.

SONIA – Nessuno?

ÀSTROV – Nessuno. Provo un senso di tenerezza per la vostra balia, perché mi ricorda il passato. I contadini sono tutti uguali, privi d’istruzione, vivono in mezzo al sudiciume, e con gl’intellettuali andar d’accordo è difficile. Mi stancano. Tutti questi nostri buoni amici hanno pensieri e sentimenti meschini e non riescono a vedere più in là del loro naso; insomma sono semplicemente degli sciocchi. Quelli poi che sono un po’ più intelligenti Continua a leggere…

“I racconti 1927 – 1951” (Alberto Moravia)

Moravia

“La timidezza di Gianmaria, dovuta all’età giovanile e all’esuberanza chimerica dell’immaginazione, era così profonda e, nello stesso tempo, accompagnata da una tanto rabbiosa volontà di disinvoltura e di franchezza, che, spesso, il risultato era una strana sfrontatezza insieme imprudente e inutile. Gli accadeva così, ossessionato com’era dal timore di parere timido, di precipitare azioni che avrebbero richiesto lunghi e cauti approcci; oppure di buttarsi ad occhi chiusi, quasi spaventato dal proprio coraggio, in imprese ridicole o sterili o pericolose dalle quali ogni uomo sicuro di sé avrebbe rifuggito. Ancora, questa ostinata aspirazione a parere diverso da quello che era e a sforzare la propria natura, lo portava ad agire senza necessità, secondo certi suoi calcoli astratti e rigidi coi quali si illudeva di creare motivi e regole di condotta che in realtà gli mancavano affatto. E il tratto più curioso era che, una volta assunte queste parti insincere e puntigliose, come certi attori molto bravi, se ne investiva al punto di crederci; e di provare davvero quei sentimenti che in principio non aveva fatto che fingere”.

(Alberto Moravia, “L’imbroglio”, in “I racconti 1927 – 1925”, ed. Tascabili Bompiani)  

Alberto Moravia esordì nel mondo del romanzo con “Gli indifferenti”, pubblicato nel 1929, quando lo scrittore aveva appena ventidue anni ed era agli albori di una lunga carriera che l’avrebbe poi portato a scrivere, oltre a saggi, articoli giornalistici e reportage, una sfilza di altri romanzi, alcuni meno riusciti, la grande parte di assoluto rilievo, a cominciare da “La noia” (1960), che a mio parere, assieme a quello dell’esordio, costituisce una vetta dell’opera di Moravia. Il volume “I racconti 1927 – 1951” raccoglie, per l’appunto, una serie di racconti che Moravia elaborò in quel lungo periodo che intercorre tra le due opere sopra citate. Senza dimenticare che intanto produsse altri romanzi, si può dire che nei racconti stessi ritroviamo, talvolta solo accennate, altre più sviscerate, le tematiche caratterizzanti quei due libri e più in generale l’intera produzione narrativa dell’autore. Ambientati nell’ambiente della media borghesia romana, classe alla quale Moravia apparteneva ma che castigava nei suoi scritti, i racconti rivelano un mondo di relazioni ipocrite, spesso fondate unicamente sul potere corruttivo del denaro, su un’indifferenza reciproca malcelata e su rapporti amorosi che non riescono a redimere esistenze superficiali, inette, abuliche, dagli slanci di entusiasmo saltuari e improntate a una solitudine dalla quale è difficile sfuggire.

Un quadro così fosco, però, non deve indurre chi legge quest’articolo ad abbandonare i racconti di Moravia al suo destino infausto. Gli stessi, infatti, sebbene trattino gli argomenti predetti, sono tutt’altro che noiosi o angoscianti. A parte qualche eccezione, cioè qualche racconto meno riuscito, la maggiore parte sono pregevoli ritratti di personaggi alle prese con dilemmi, scelte e ambiguità che appartengono all’essere umano, che ne rivelano le grandezze e le brutture, non così disgiunte come una facile divisione tra bene e male potrebbe ipotizzare. Moravia ci guida in un’analisi della gelosia retrospettiva che coglie un’amante, analizza il percorso psicologico di un paziente ospedaliero che si crogiola nella sua malattia per fuggire dalla realtà, antipica “La noia” sviscerando l’atteggiamento ozioso di un ricco perdigiorno, delinea la figura di un avaro che anche nei rapporti sentimentali è incapace di donarsi e preferisce l’immaginazione alla realizzazione concreta delle sue speranze, svela i tortuosi meccanismi che legano due apparenti amici, e soprattutto analizza in modo mirabile i meccanismi della seduzione, un gioco pericoloso e spesso condotto con armi improprie e talvolta letali.

Tra quelli che più mi hanno convinto, segnalo “Inverno di malato”, “L’architetto”, “L’imbroglio” (del quale ho visto anche la trasposizione televisiva, certo non paragonabile al racconto ma fedele), “Ritorno dalla villeggiatura”, “La solitudine” e “L’avventura”.

Doctor Faustus (T. Mann), ovvero perché, per ignoranza, ho rischiato di morire sbadigliando.

Giunto a pagina 358, accortomi che se avessi proseguito nella lettura avrei corso il rischio di lasciarvi così, cadavere sbadigliante e in abiti succinti, senza neanche fare testamento a favore dei miei eredi (i gatti), ho preso la decisione di abbandonare “Doctor Faustus”. A memoria, ricordo di aver chiuso solo altri tre libri prima di finirli, per regioni diverse: “Oblomov” di Goncarov, “Controcorrente” di Huysmans e “Le 120 giornate di Sodoma” del marchese de Sade. Mi stupisco non poco che Mann sia finito in questa mini-lista.

La noia è ragione sufficiente per spegnere anche le più bollenti passioni e le mie impressioni potrebbero terminare qui, perché un “abbandono per noia” è di per sé un giudizio tranciante, ma devo aggiungere qualcosa in onore di Mann (e in mio disonore), che pure non ha bisogno delle mie parole per essere riconosciuto come grande pensatore. Se mi sono sorbito oltre trecento pagine, infatti, non è per masochismo estremo, ma perché tra uno sbadiglio e l’altro ho avuto modo di leggere pagine meravigliose. E allora perché sbadigliare? Il “problema” non è stato la mole del libro, se fossi così sarei già morto in passato leggendo, per esempio, “Infinite jest” o un qualunque tomo di Dostoevskij. Devo ammettere (di qui il “disonore” di cui sopra) che ho sbadigliato perché molti passaggi del “Doctor Faustus” non sono in grado di comprenderli. In particolare, ci sono pagine e pagine di digressioni di carattere musicale, con riferimenti ad autori che non ho mai ascoltato, il che non sarebbe neanche così grave, ma soprattutto a questioni di carattere squisitamente tecnico che non sono in grado di capire e che hanno reso “pesante” la lettura. Continua a leggere…

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