Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Le cose sarebbero potute andare anche diversamente”

sdr

“In quel momento Ulrich non desiderava altro che essere un uomo senza qualità. Ma questo vale quasi per tutti. In fondo, negli anni della maturità, pochi individui sanno sono di fatto arrivati a sé stessi, ai propri piaceri, alla propria visione del mondo, alla propria moglie, al proprio carattere, mestiere, e ai propri successi, ma hanno la sensazione di non poter più cambiare molto ormai. Si potrebbe persino sostenere che sono stati ingannati, perché è impossibile trovare una ragione sufficiente perché le cose siano andate proprio in quel modo; sarebbero potute andare anche diversamente; gli avvenimenti sono derivati solo in minima parte dal loro contributo, per lo più sono dipesi da qualsivoglia circostanza, dall’umore, dalla vita, dalla morte di tanta altra gente, e solo in quel dato momento sono per così dire venuti loro incontro. In gioventù la vita si trovava ancora davanti a loro come un mattino inesauribile, colmo da ogni parte di possibilità e di nulla, ma ecco che già a mezzogiorno all’improvviso c’è qualcosa che può a ragione pretendere di essere ormai la loro vita, e questo è nel complesso non meno sorprendente del trovarsi d’un tratto di fronte una persona con la quale ci siamo scritti per vent’anni senza mai conoscerla e che ci siamo immaginati del tutto diversa. Ma ancora più strano è che la maggior parte della gente neppure se ne accorge; adottano l’uomo che è giunto da loro, nella cui vita si sono immedesimati; ora le sue esperienze le considerano espressione delle loro qualità, e il suo destino è merito o sfortuna loro. A queste persone è capitato qualcosa di simile a quello che accade alla mosca con la carta moschicida; qui li ha imprigionati su un peluzzo, lì ha bloccato un loro movimento, e gradualmente li ha avvolti fino a seppellirli in una spessa pellicola che solo molto lontanamente corrisponde alla loro forma originaria.”

(Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, ed. Newton Compton)

La libera scelta di un libro non è così libera (ovvero sugli effetti postumi della sangria)

Scienziati, filosofi, romanzieri, poeti, sociologi, psicologi, politici, antropologi e via seguitando, non hanno dedicato abbastanza tempo alla risoluzione di un problema che ritengo fondamentale per le sorti dell’umanità intera, cioè la scelta del “Prossimo Libro Che Dovrò Leggere”, che nel seguito di quest’articolo chiameremo, per comodità e amicizia, Prossimo Libro, privandolo anche delle virgolette, cosa che il Prossimo Libro non ci rimprovererà. Le moderne tecnologie ci aiutano, se non a trovare le risposte, a diffondere le domande, e allora eccomi qui, amici lettori del blog e non solo, a interrogarmi su questo dilemma.

“Che libro mi consiglieresti?” Quando qualcuno mi chiede di consigliargli un libro, mi rendo conto della differenza enorme che c’è tra il rivolgersi a un pubblico imprecisato, quale per esempio quello del blog, e il rivolgersi a una persona specifica. Nel primo caso, proprio perché il pubblico è imprecisato, posso esprimere il mio apprezzamento per un testo senza che questo comporti ragionamenti che invece subentrano nel secondo caso, quando percepisco che si tratta di consigli fondati sul nulla, se non su un’ipotetica conoscenza dell’altro; Continua a leggere…

Scelte casuali (?) in biblioteca.

Vado in biblioteca a scegliere un libro. Dopo diverse indecisioni, esco con “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald e “Il giorno della locusta” di Nathanael West, che all’ingresso in biblioteca non sfioravano neanche la mia mente.
Giunto a casa, comincio a leggere la biografia di West.
Scopro che i due scrittori si stimavano reciprocamente. Fin qua tutto regolare.
Scopro anche che sono morti a distanza di un giorno l’uno dall’altro, nel 1940.
Ho come la sensazione che siano stati i libri a scegliere me, non viceversa.
In realtà, mi dico, è stato solo un “caso”.
Già, ma cos’è il “caso”?

P.s.: questo è chiaramente un articolo forzato e figlio della pigrizia da sole agostano.

Regole caotiche, caos regolare.

donna_bastoni

Osserva gli amici che giocano a carte.
Considera che di quel gioco, che pure si sviluppa dinanzi ai tuoi occhi, non conosci alcuna regola, così che tutto ti appare caotico e assurdo.
Rifletti su cos’è una “regola”, su quanto poco conosci di ciò che ti circonda e quanto poco conosci te stesso.
Soprattutto, trova un letto e dormi.

“Il caso e la necessità” (Jacques Monod)

Libro Monod il caso e la necessita

“La probabilità a priori che, fra tutti gli avvenimenti possibili dell’universo, se ne verifichi uno in particolare è quasi nulla. Eppure l’universo esiste; bisogna dunque che si producano in esso certi eventi la cui probabilità (prima dell’evento) era minima. Al momento attuale non abbiamo alcun diritto di affermare, né di negare, che la vita sia apparsa una sola volta sulla Terra e che, di conseguenza, prima che essa comparisse le sue possibilità di esistenza era nulla. Quest’idea non solo non piace ai biologi in quanto uomini di scienza, ma urta anche contro la nostra tendenza a credere che ogni cosa reale nell’universo sia sempre stata necessaria, e da sempre. Dobbiamo tenerci sempre in guardia da questo senso così forte del destino. La scienza moderna ignora ogni immanenza. Il destino viene scritto nel momento in cui si compie e non prima. Il nostro non lo era prima della comparsa della specie umana, la sola specie nell’universo capace di realizzare un sistema logico di combinazione simbolica. Altro avvenimento unico, che dovrebbe, proprio per questo, trattenerci da ogni forma di antropocentrismo. Se esso è stato veramente unico, come forse lo è stata anche la comparsa della vita stessa, ciò dipende dal fatto che, prima di manifestarsi, le sue possibilità erano quasi nulle. L’universo non stava per partorire la vita, né la biosfera l’uomo. Il nostro numero è uscito alla roulette: perché dunque non dovremmo avvertire l’eccezionalità della nostra condizione, proprio allo stesso modo di colui che ha appena vinto un miliardo?”

(Jacques Monod, “Il caso e la necessità”)

Spesso penso che la grande parte delle domande che mi pongo siano riducibili a una sola, fondamentale domanda, formulata magari in maniera differente. Siamo governati dal caso o dalla necessità? Causalità o casualità? È ovvio che a livello macroscopico e della vita quotidiana sono consapevole che se mi tiro una martellata sul naso e comincio a sanguinare non posso invocare il caso, ma è altrettanto evidente che il caso e la necessità su cui m’interrogo sono concetti da prendere nella loro accezione più profonda. Continua a leggere…

N. 13: “La chiave nel cubo” (da “Frammenti da un camino”)

rubik

Gli piaceva passeggiare su quel tratto di strada costeggiato da alberi e prati, un lungo rettilineo che conduceva fuori dal suo paese. L’asfalto era solo una macchia in un quadro di verde. Le colline a destra e sinistra della via dominavano il panorama. Le poche abitazioni erano fornite tutte di cortili, dove scorazzavano gatti, cani e galline. Non era il solo a percorrere quella strada, era abitudine di molti suoi compaesani recarsi lì per una passeggiata digestiva o anche solo per godersi quell’oasi di tranquillità. Quel pomeriggio c’era un sole cocente a riscaldarlo e si sentiva davvero rilassato, quasi fosse stato rinviato in una realtà parallela dove tutte le sue preoccupazioni quotidiane, per prima la ricerca di un lavoro, lasciavano spazio a quella temporanea simbiosi tra lui e la natura. A quell’ora, inoltre, non c’era traffico di automobili, solo qualche motociclista che sfrecciava a velocità eccessiva; anche i colleghi di passeggiata erano pochi, molti preferivano andare a ora più tarda.

Come suo solito, sarebbe giunto fino al punto in cui il rettilineo diveniva una morbida curva a destra, e dove il marciapiede finiva. Volgendo lo sguardo attorno a sé, notò un cavallo che mangiava erba. Il possente animale poteva muoversi per alcuni metri, ma era legato a un albero con una corda. Ebbe la sensazione che l’animale preferisse restare fermo. Aveva letto da qualche parte che taluni animali percepiscono le catene e si comportano in modo da conservare una parvenza di libertà, non allontanandosi mai fino al punto di sentire la corda sul collo. A lui era parsa una stupidaggine, questa storia della consapevolezza animale, ma quella scena lo indusse a riflessioni sui limiti e sull’insoluto tema liberta o necessità. Continua a leggere…

Kant su “necessità” o “libertà”.

“Ma qui la questione è soltanto di vedere se, nel caso in cui si riconosca nell’intera serie di tutti gli eventi una semplice necessità naturale, sia tuttavia possibile considerare un medesimo evento, che da un lato è un semplice effetto della natura, come effetto – d’altro lato – derivante dalla libertà, oppure se tra queste due specie di causalità si ritrovi una diretta contraddizione.

Tra le cause contenute nell’apparenza non può certamente esservi nulla che sia in grado di dare spontaneamente e assolutamente inizio ad una serie. Ogni atto – come apparenza – in quanto produce un evento, è esso stesso un evento o fatto, che presuppone un altro stato in cui si ritrovi la causa; e così tutto ciò che accade è soltanto una continuazione della serie, e in questa non è possibile alcun inizio, che avvenga da se stesso. Tutte le azioni delle cause naturali nella successione temporale sono quindi esse stesse a loro volta effetti, che presuppongono allo stesso modo le loro cause nella serie temporale. Continua a leggere…

Le formiche e i “perché” (incontri sotto il sole cocente e relative conseguenze)

Oltre un mese fa, all’inizio del dicembre scorso, avevo l’intenzione di raccontarvi una storiella sul mio incontro con un formicaio e le riflessioni strambe che ne erano sorte, poi evitai, confuso su quello che avrei dovuto scrivere, e lasciai la parola a Dostoevskij, riportando un brano dalle “Memorie dal sottosuolo”, nel quale l’autore, proprio partendo da un paragone tra gli uomini e le formiche, s’interrogava circa l’amore dell’uomo per il caos e più in particolare sull’inestinguibilità dei desideri umani, che una volta soddisfatti del tutto equivarrebbero a morire. Di fronte a cotanto maestro, misi da parte la mia ambizione.

Qualche settimana dopo, però, m’imbattei in un documentario relativo alle dimore delle formiche. Nello specifico, alcuni ricercatori volevano studiarne la struttura interna e avevano scelto un formicaio in disuso, abbandonato. Colando del cemento liquido dai fori di apertura esterni e poi scavando dopo la solidificazione, scoprirono una serie di cunicoli e stanze impressionanti per geometrie e funzionalità, una vera e propria città sotterranea in miniatura, paragonabile a una metropoli con dodici milioni di uomini.

Sì, ma la mia storiella? Ci arrivo subito, tanto è la parte meno importante dell’articolo. L’esigenza di scriverla nacque proprio dal desiderio, poi soddisfatto dal documentario di cui prima, di sapere com’è organizzato un formicaio al suo interno, curiosità sorta a seguito del mio incontro con esponenti di quella specie animale, che mi aveva portato a interrogarmi sull’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Continua a leggere…

Il Dubbio

Sei in piedi, appoggiato a un muro di un breve corridoio che collega una stanza dove c’è gente che sta ballando e l’esterno di una casa. Un uomo esce dalla sala da ballo diretto verso l’uscita. Ti oltrepassa, è a capo chino. Poi, di scatto, si volta, muta direzione e sembra voler rientrare da dove è appena uscito. Compiuti due passi, cambia di nuovo idea, si volta di nuovo e prosegue verso la porta d’ingresso-uscita della casa. Il tutto in maniera repentina.

A quel punto, provi l’assurdo e inappagabile desiderio di scoprire quel rapido meccanismo mentale che l’ha portato a cambiare idea e direzione due volte in così pochi secondi. Con un’attenta osservazione e un po’ di esercizio potresti descrivere coloro che ballano o il giardino esterno alla casa. Quello che non puoi sondare, invece, è quel dubbio dell’uomo. Voleva tornare dentro a prendere una bevanda e poi ci ha ripensato? O forse voleva entrare e dire qualcosa a qualcuno, ma poi si è pentito e ha preferito uscire e stare zitto? O cos’altro? Non puoi saperlo.

A pensarci bene, poi, non t’interessa tanto il “contenuto” dei suoi pensieri, ma quella ineffabile “zona di dubbio” che anche tu hai sperimentato.

“Nel possibile, tutto è possibile”, hai letto tempo fa.

Etica (Baruch Spinoza)

“Ma l’esperienza insegna più che a sufficienza che nulla gli uomini hanno meno in potere della propria lingua, e niente sono meno capaci di fare che moderare i propri desideri; per questo i più credono che noi possiamo fare liberamente solo quelle cose che desideriamo con poco ardore, perché il desiderio di tali cose può essere facilmente frenato dal ricordo di un’altra cosa di cui spesso ci ricordiamo, e non quelle cose che desideriamo con una grande intensità che non può essere smorzata dal ricordo di un’altra cosa. Tuttavia se non sapessero per esperienza che noi facciamo molte cose di cui dopo ci pentiamo, e che spesso, quando siamo in conflitto fra affetti contrastanti, vediamo il meglio e seguiamo il peggio, niente impedirebbe loro di credere che noi facciamo tutto liberamente. Così il bambino crede di desiderare liberamente il latte, il fanciullo adirato la vendetta, il pauroso la fuga. Anche l’ubriaco crede di dire per libero decreto della Mente certe cose che dopo, da sobrio, vorrebbe aver taciuto: così il delirante, la chiacchierona e il bambino e moltissimi altri uomini del genere credono di parlare per libero decreto della Mente, mentre invece non sono capaci di contenere l’impulso che hanno di parlare, cosicché l’esperienza insegna, non meno chiaramente della ragione, che gli uomini credono di essere liberi solo perché sono consapevoli delle loro azioni e ignari delle cause da cui sono determinati; e inoltre perché i decreti della Mente non sono altro che gli appetiti stessi e perciò variano a seconda delle disposizioni del Corpo”.

(Baruch Spinoza, “Etica”, parte III, proposizione II, scolio)

Nella mia indagine sul tema “libertà o necessità”, frammentaria e destinata a non avere mai sbocchi definitivi, dopo aver letto “La filosofia della libertà” di Rudolf Steiner, ho ritenuto opportuno leggermi l’“Etica” di Spinoza, che con una semplificazione estrema potrei definire “filosofo della necessità”.

Questo testo era da anni nel mio “programma di letture”, anche perché spesso richiamato da altri autori letti negli ultimi anni, per esempio Nietzsche o lo stesso Steiner. Sia che ne criticassero le tesi (per esempio Steiner nel libro citati prima confuta proprio parte del passaggio che ho riportato), sia che le condividessero, ciascuno riconosceva a Spinoza una grandezza di pensiero con la quale bisognava, in ogni caso, confrontarsi.

Per ciò che riguarda il contenuto dell’“Etica”, rimando all’ottimo saggio di Remo Cantoni che apre l’edizione UTET (all’interno della quale c’è anche il “Trattato teologico-politico”). Cantoni traccia un ritratto completo e minuzioso di Spinoza, Continua a leggere…

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