Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Oscenità e pornografia” (David H. Lawrence)

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“L’intera questione della pornografia a me sembra una questione connessa alla segretezza. Senza segretezza non ci sarebbe pornografia. Ma segretezza e pudore sono due cose totalmente diverse. La segretezza ha sempre in sé un elemento di paura, che molto spesso equivale a odio. Il pudore è garbato e riservato. Oggi il pudore è gettato al vento, persino in presenza dei grigi tutori. Ma la segretezza la si tiene ben stretta, essendo di per sé un vizio. E l’atteggiamento dei grigi è: care signorine, potete abbandonare ogni pudore, purché vi teniate ben stretto il vostro piccolo sporco segreto.
Questo ‘piccolo sporco segreto’ è divenuto oggi infinitamente prezioso per la massa della gente. È una sorta di piaga o infiammazione nascosta che, quando viene strofinata o grattata, procura dei fremiti intensi, che sembrano deliziosi. Così, il piccolo sporco segreto viene strofinato e grattato sempre di più, finché diventa sempre più segretamente infiammato e la salute nervosa e psichica dell’individuo si danneggia sempre più. Si può agevolmente affermare che la metà dei romanzi d’amore e la metà dei film d’amore d’oggi per il loro successo dipendono interamente dal segreto strofinamento del piccolo sporco segreto. Potete chiamarlo eccitamento sessuale, se preferite, ma si tratta di un eccitamento sessuale di un genere riservato, clandestino, del tutto particolare. Lo schietto e semplice eccitamento, aperto e giovevole, che trovate in alcune novelle di Boccaccio, non va confuso neppure per un istante con l’eccitamento clandestino suscitato dal segretissimo strofinamento del piccolo sporco segreto dei moderni bestsellers. Questo clandestino, furtivo, subdolo, scaltro strofinamento di un puntino infiammato nell’immaginazione costituisce proprio la parte viva della moderna pornografia, ed è una cosa abominevole e pericolosissima. Non si riesce a smascherarlo tanto facilmente proprio a ragione della sua clandestinità e della sua subdola scaltrezza. Così i dozzinali e popolari romanzi d’amore e film moderni prosperano, e addirittura ricevono le lodi dei tutori della morale, perché il subdolo fremito se ne sta a brancolare sotto tutta la purezza della fine biancheria intima, senza che una sola parola scurrile renda possibile sapere cosa sta accadendo.
Senza segretezza non ci sarebbe alcuna pornografia. Ma se la pornografia è il risulta
to della subdola segretezza, il risultato della pornografia qual è? Qual è l’effetto sull’individuo?”
(David H. Lawrence, “Oscenità e pornografia”, ed. Passigli Editori)

— presso Villa Torlonia (Roma)

 

Ritorno alla Natura? (da Julio Cortázar)

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(Ogni tanto provo a “immergermi nella Natura”, ad esempio approcciando le piante sul balcone di casa, ma dopo un po’ mi stanco, è più forte di me. La penso come Cortázar, almeno per l’85-86 % di queste sue parole)

“In quest’epoca di ritorno spregiudicato e turistico alla Natura, in cui i cittadini guardano alla vita di campagna come Rousseau guardava il buon selvaggio, hanno più che mai la mia solidarietà: a) Max Jacob, il quale in risposta a un invito a trascorrere il fine settimana in campagna, disse fra lo stupefatto e il terrorizzato: <<La campagna, quel luogo dove i polli vanno in giro crudi?>>; b) il dottor Johnson, che a metà di un’escursione nel parco di Greenwich espresse energicamente la sua preferenza per Fleet Street; c) Baudelaire, che portò l’amore per l’artificiale fino alla nozione stessa di paradiso.

Un paesaggio, una passeggiata nel bosco, un tuffo in una cascata, un sentiero fra le rocce, possono appagarci esteticamente soltanto se ci è assicurato il ritorno a casa o in albergo, la doccia lustrale, la cena e il vino, la chiacchierata dopocena, il libro o le carte, l’erotismo che tutto riassume e ricomincia.

Diffido degli ammiratori della natura che di tanto in tanto scendono dall’auto per contemplare il panorama e per fare quattro o cinque saltelli fra i picchi; quanto agli altri, quei boy-scouts a vita che hanno l’abitudine di girovagare sotto enormi zaini e smisurate barbe, le loro reazioni sono principalmente monosillabiche o esclamative; tutto sembra consistere nel rimanere mille volte come stupidi dinanzi a una collina o a un tramonto che sono le cose più ripetute al mondo.

I civilizzati mentono quando cadono in deliquio bucolico; se manca loro lo scotch on the rocks delle sette e mezzo di sera, malediranno il minuto in cui hanno abbandonato casa propria per andare ad esporsi a tafani, insolazioni e spine; quanto ai più in armonia con la natura, sono tanto stupidi quanto lei. Un libro, una commedia, una sonata, non necessitano né di ritorno né di doccia; è lì dove raggiungiamo le nostre vette, dove siamo il più che possiamo essere. Ciò che cerca l’intellettuale o l’artista quando si rifugia in campagna è tranquillità, lattuga fresca e aria ossigenata; con la natura che lo circonda per ogni dove, lui legge o dipinge o scrive nella perfetta luce di una stanza ben orientata: se esce a passeggio o si affaccia a osservare gli animali o le nubi, è perché si è stancato di lavorare o di oziare. Non ti fidare, caro mio, della contemplazione di un tulipano quando il contemplatore è un intellettuale. Lì non c’è altro che tulipano + distrazione, o tulipano + meditazione (quasi mai sul tulipano). Non troverai mai uno scenario naturale che resista più di cinque minuti a una contemplazione impegnata, mentre invece sentirai abolirsi il tempo nella lettura di Teocrito o di Keats, soprattutto in quei brani dove compaiono scenari naturali. Sì, Max Jacob aveva ragione: i polli, arrosto.” Continua a leggere…

“La signora Fönss e altre novelle” (Jens Peter Jacobsen)

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“Dinanzi a tanta uniformità priva di vita, la signora Fönss si limitava a sorridere con rassegnazione, ma Ellinor ci s’innervosiva visibilmente. Non si trattava di un nervosismo vivacemente aggressivo, bensì di un umore querulo e depresso, quale può dare una stagione di piogge persistenti, quando tutti i pensieri tristi di una persona vengono giù insieme con l’acqua del cielo, o quale può produrre il tic-tac di un orologio a pendolo, quando uno è irrimediabilmente disgustato di sé stesso, o il disegno a fiori di una tappezzeria, quando la stessa catena di sogni incoerenti ti gira in tondo nel cervello, contro la tua volontà, annodandosi, andando in pezzi e riannodandosi in una tormentosa interminabile successione”.

(Jens Peter Jacobsen, “La signora Fönss e altre novelle”, Biblitoeca Universale Rizzoli)

Jens Peter Jacobsen, danese, nato nel 1847 e morto a soli trentotto anni a causa di una malattia polmonare, ebbe una formazione scientifica, iscrivendosi alla facoltà di scienze naturali ed essendo, almeno pare, uno dei primi a tradurre l’opera di Darwin nella sua lingua. Oltre a ciò, sviluppò la sua vena poetica in due romanzi, una raccolta di poesie e la raccolta di novelle oggetto di quest’articolo, in origine intitolata diversamente, ma che la Rizzoli cambiò in “La signora Fönss e altre novelle” per meglio evidenziare la miglior riuscita della novella del titolo rispetto alle altre. Nelle storie di Jacobsen traspare la sua formazione culturale di ambito naturalistico, specie nelle descrizioni dei paesaggi, nel culto della bellezza della natura, sebbene, ad eccezione della prima giovanilistica e più serene novella, “Mogens”, il tutto permeato dalla consapevolezza malinconica circa la vanità che la bellezza può rappresentare e circa l’indifferenza della natura stessa rispetto agli eventi degli esseri umani.

“La signora Fönss” è la storia di una donna che, vedova e in viaggio all’estero per aiutare la figlia a superare una delusione d’amore, incontra, a sua volta, un uomo che aveva amato in gioventù e al quale non si era unita solo per questioni di decoro sociale. Dalla rinascente passione tra i due sorgono difficoltà dovute all’opposizione dei due figli della donna, legati alla figura del padre defunto e restii ad accettare che la propria madre possa essere, oltre che madre, anche una donna. Concordo con i curatori della raccolta nel ritenere questa novella la più riuscita, specie sul piano stilistico. La più acerba è invece “Mogens, scritta in giovanissima età, nella quale è raccontata, con una certa enfasi retorica che nuoce alla storia, la feroce disillusione del protagonista. Meglio le altre novelle, a cominciare a “Uno sparo nella nebbia”, riflessione sul confine labile tra l’amore e l’odio, che talvolta (per fortuna non sempre) conduce a un assurdo desiderio di vendetta nel caso l’altro non possa o voglia contraccambiare il sentimento. “Due mondi”, invece, è una brevissima storia ambientata su un fiume, laddove scorrono delle coppie felici e una donna inferma, manifestazione lampante della contemporanea bellezza e crudeltà della natura. “La peste di Bergamo” è una pillola che anticipa, in maniera certo non paragonabile per intensità e grandezza, il più recente “La peste” di Camus. Completa la raccolta “Le rose che non c’erano”, malinconica rievocazione di un’infatuazione giovanile.

Le novelle sono molto brevi e non appesantiscono il lettore (almeno, non me), anche se l’autore insiste un po’ troppo sui medesimi argomenti, che, questo è il reale rammarico, forse avrebbe potuto sviscerare meglio se fosse vissuto più a lungo, come testimonia la crescita tra la prima e l’ultima novella.

“La strada che porta alla realtà” (Roger Penrose)

Penrose

“Nel ventesimo secolo ci sono state due rivoluzioni fondamentali nel pensiero scientifico e, a mio parere, la relatività generale è stata una rivoluzione impressionante quanto la meccanica quantistica (o la teoria quantistica dei campi). Tuttavia, questi due grandi schemi del mondo sono basati su principi che contrastano tra loro. La prospettiva usuale, riguardo al proposto matrimonio tra queste teorie, è che una di esse, e precisamente la relatività generale, debba sottomettersi al volere dell’altra. Sembra opinione comune che le regole della teoria quantistica dei campi siano immutabili e che sia la teoria di Einstein quella che deve piegarsi per adattarsi allo stampo quantistico standard. Pochi suggerirebbero di modificare le stesse regole quantistiche per assicurare un matrimonio armonioso. In verità, lo stesso nome “gravità quantistica”, normalmente assegnato a questa unione proposta, è un’implicita indicazione del fatto che si tratta di una teoria quantistica standard (di campo) quella che viene cercata. Io affermo però che esistono prove osservative in base alle quali il punto di vista della Natura su tale questione è molto diverso!”

(Roger Penrose, “La strada che porta alla realtà”, ed. Bur Rizzoli)

Alcuni mesi fa, alla ricerca di testi divulgativi che mi potessero introdurre ai concetti fondamentali della fisica, e in speciale modo della meccanica quantistica, m’imbattei in “La strada che porta alla realtà” di Roger Penrose. Ricordo che lo vidi su uno scaffale in libreria, lo presi in mano, lessi la presentazione, sfogliai un po’ il poderoso volume e decisi che potevo spendere quelle € 14,90 nella fondata speranza di ricavarne qualcosa di utile. Guardando l’indice e la mole (oltre 1200 pagine) mi ero reso conto di trovarmi di fronte a un progetto ambizioso, cioè, citando dal libro stesso, “rendere accessibili e intriganti i segreti dell’universo, permettendoci di contemplare in un quadro unitario gli elementi che regolano il delicatissimo equilibrio della nostra esistenza”. In altre parole, Penrose, in quest’opera monumentale, ci presenta tutte le principali tappe evolutive della fisica e della matematica. Fin qui le sensazioni iniziali.

Passato dalla contemplazione attiva dell’acquirente alla successiva fase di lettura, mi resi conto, dopo i primi sette – otto capitoli, che l’impresa, per me, era ardua. Riassumendo, posso dire che, giunto a pagina 700 su circa 1200, ne avevo intese al massimo un terzo, saltando spesso interi paragrafi o addirittura capitoli, quando mi accorgevo che non stavo comprendendo nulla. A un certo punto, Continua a leggere…

“Sei pezzi facili” (Richard P. Feynman)

Feynman

“Se in qualche cataclisma andassero perdute tutte le conoscenze scientifiche, e una sola frase potesse essere tramandata alle generazioni successive, quale enunciato conterrebbe la maggiore informazione nel minor numero di parole? Io credo si tratti dell’ipotesi atomica (o fatto atomico, se preferite), cioè che tutte le cose sono fatte di atomi, piccole particelle in perpetuo movimento che si attraggono a breve distanza, ma si respingono se pressate l’una contro l’altra. In questa frase, come vedremo, c’è una quantità enorme di informazione su com’è fatto il mondo; basta usare un po’ di fantasia e di ragionamento.”

(Richard Feynman, “Sei pezzi facili”, ed. Adelphi)

“Sei pezzi facili” è la raccolta di alcune lezioni di fisica che Richard Feynman, Premio Nobel per la fisica nel 1965, tenne presso il Caltech (California Institute of Technology) nel biennio 1961 – 1962, rivolte agli studenti del primo e secondo anno di corso, riviste e limate in vista della pubblicazione. Il titolo scelto per presentarle al lettore e la stessa platea originaria fanno comprendere che non si tratta di scritti insormontabili per chiunque non abbia un po’ di curiosità e di volontà. Per quanto mi riguarda, devo ammettere che solo due mesi fa molti passaggi del libro, per quanto definiti “facili” dall’autore, mi sarebbero parsi piuttosto ardui; adesso, però, che ho letto già altri testi sugli argomenti trattati, che mi hanno almeno rinfrescato le nozioni basilari della fisica, questa lettura è risultata molto piacevole e sono curioso di affrontare “Sei pezzi meno facili”, che ho già provveduto a reperire e che dovrebbe essere meno alla mia portata.

Feynman spiega che le prime tre parti del libro sono dedicate ad argomenti di carattere più generale e da parte mia confermo che sono molto intuitive e per nulla ostiche. Nel primo capitolo Continua a leggere…

T. Adorno di fronte al “bello naturale”.

Natura

“Il dolore di fronte al bello, mai più vero che nell’esperienza della natura, è tanto l’anelito verso ciò che esso promette senza però riverlarvisi, quanto sofferenza per l’insufficienza della manifestazione che lo manca nel suo volergli rassomigliare. Ciò si estende al rapporto con le opere d’arte. L’osservatore sottoscrive, inintenzionalmente e inconsapevolmente, il patto con l’opera di sottomettersi ad essa affinché questa parli. Nella ricettività giurata sopravvive lo spirare della natura, il puro abbandonarsi. Il bello naturale condivide la debolezza di ogni promessa insieme all’inestinguibilità di essa. Per quanto le parole possano rimbalzare dalla natura, tradirne il linguaggio come quello da cui esso qualitativamente si stacca – nessuna critica della teleologia della natura può eliminare il fatto che i paesi del sud conoscano giorni senza nuvole che sono come in attesa di essere percepiti. Volgendo alla fine così raggianti e sereni come sono cominciati, da essi proviene che non tutto è perduto…”

(Theodor W. Adorno, “Teoria estetica”)

Foto di Amirhassan Farokhpour, presa dal sito nationalgeographic.it

Sono un po’ pigro oggi, non avevo voglia di scrivere nessun articolo, ma il cielo sereno che c’è nel mio paese mi ha fatto tornare alla mente queste parole di Theodor Adorno, che pubblicai altrove, insieme alla foto che riporto anche qui, qualche mese fa.
Vi consiglio la sua “Teoria estetica” se la materia v’interessa, anche se è abbastanza ostica.

Lucrezio (“De rerum natura”)

Lucrezio scrisse il “De rerum natura” nel I secolo a.C. e bisogna tenere presente questo dato mentre si legge il testo, senza lasciarsi troppo condizionare da alcuni passaggi che appaiono superati dalle scoperte scientifiche e tecnologiche degli oltre duemila anni passati dalla stesura dell’opera (vedi, per esempio, le pagine dedicate all’astronomia e la visione geocentrica dell’universo). Questa premessa, necessaria, non toglie nulla alla ‘modernità’ di Lucrezio, non solo perché spesso l’autore anticipa intuizioni ben lungi da venire alla sua epoca, ma soprattutto perché nel “De rerum natura” Lucrezio cerca di rispondere a domande che tuttora ci poniamo, sul senso stesso dell’esistenza, sull’universo, sull’infinito, sulla paura della morte, sulla materia e sul vuoto, sulle passioni, sulla libertà o la necessità del nostro agire quotidiano.

“Il De Rerum Natura” per molti aspetti è la trasposizione in versi della filosofia di Epicuro, che Lucrezio rielabora con piglio da poeta, mediante immagini, metafore, similitudini, digressione, porta esempi concreti a supporto delle sue tesi, consapevole ma non spaventato dall’enormità del compito che si prefigge.

Albert Camus dedicò a Lucrezio ed Epicuro alcune pagine del suo “L’uomo in rivolta”: “Solo tra gli uomini del suo tempo, Lucrezio spingerà molto più in là questa logica (quella epicurea, ndr), facendola sfociare nella rivendicazione moderna…gli eroi greci potevano desiderare di diventare dèi, ma insieme agli dèi già esistenti. Si trattava allora di una promozione. L’uomo di Lucrezio procede invece ad una rivoluzione. Negando gli dèi indegni e criminali, prende egli stesso il loro posto”. Come si può evincere da questo breve passo, a Camus interessa soprattutto la concezione del rapporto tra l’uomo e gli dèi in Lucrezio Continua a leggere…

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