Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Una nuova vita” (Bernard Malamud)

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“Dentro, gli si accelerava la fuga. Non stava fuggendo eppure fuggiva, incapace di individuare da chi scappava, se da se stesso o da lei. Attribuiva quella fuga, che paradossalmente era inseguire il sentimento, al fatto che erano accadute troppe cose in un tempo troppo breve. Non riusciva a farcele stare tutte, l’esperienza traboccava, confondendo ogni giudizio. Aveva, dal giorno della loro separazione, nutrito la segreta speranza che attraverso l’amore si fossero vicendevolmente destinati a un futuro; non aveva previsto che il futuro gli esplodesse in faccia, mandando in frantumi tutto quello che doveva pensare, decidere, fare. Era una tremenda responsabilità: rubare la moglie a un altro, lo squallido subbuglio di un divorzio, il doversi adattare a lei, a tutte le sue abitudini e impedimenti, accordare al suo schiamazzo la propria vita silenziosa di scapolo, i bisogni, le aspirazioni, i progetti, che, se anche distrutti e sostituiti più di una volta, restavano sostanzialmente quelli che erano stati, solo che la loro realizzazione si andava allontanando dal suo naso a ogni passo che muoveva. Era come dilaniato dall’intensa pressione degli eventi, dalle troppe possibilità nuove: dove le avrebbe messe tutte? Temeva che il suo destino fosse stato deciso a sua insaputa, dal caso, da lei, non da lui. Lei annunciava i tempi della corsa e lui si trovava a regolarci sopra il suo ritmo di gara. Aveva seri dubbi, se avesse riattaccato con lei, di poter restare il vero padrone del proprio destino; aveva già perso – cosa terribile – la libertà di sentirsi libero.”

(Bernard Malamud, “Una nuova vita”, ed. minimum fax)

Seymour Levin, professore trentenne, ex alcolizzato per via anche di tragedie familiari mai superate, sprovveduto, idealista, ma soprattutto stanco di New York, viene chiamato da un college del Nord-Est statunitense, laddove spera di ricostruirsi una nuova vita. La chiamata arriva insperata, ma per Levin lo spostamento dalla metropoli alla cittadina di 10.000 abitanti sembra, inizialmente, essere davvero la tanto agognata svolta.

Inesorabilmente, però, Levin si trova invischiato in rivalità più o meno subdole tra colleghi, in lotta per le elezioni del Dipartimento, ma soprattutto si rende conto di aver frainteso la cattedra per la quale è stato chiamato, non potendo estrinsecare la sua passione per i romanzi e sentendosi ingabbiato nelle lezioni di grammatica che gli sono richieste. A complicargli l’esistenza, però, è principalmente il desiderio di una donna, che infine trova incarnazione in Pauline, moglie del professor Gilley, cioè colui al quale Levin deve la chiamata al college.

La passione per Pauline getta Levin in un caos totale, in quella che è davvero una “nuova vita”, ma fatta di bugie, ricatti morali, sensi di colpa, clandestinità. Levin, indeciso su quali strade intraprendere di volta in volta, si scontra anche con un ambiente, universitario e non solo, tutt’altro che di larghe vedute, anzi piuttosto gretto, passando da una sconfitta all’altra eppure sentendo, in fondo, che solo nel contrastato amore per Pauline potrà trovare un certo senso alla sua esistenza fino ad allora inconcludente.

 

“Prima gli idioti” (Bernard Malamud)

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“Era giunto alla conclusione che Mary Lou aveva diritto di commettere i propri errori. Lui aveva diritto ai suoi. Ma per quanto cercasse di non pensare a quel che gli aveva raccontato, il fatto che fosse stata una sgualdrina continuava a tormentarlo. Mary Lou aveva avuto a che fare con molti uomini, e che corteo avrebbero formato, se l’avessero seguita in quel momento, Cronin non aveva il coraggio di immaginarlo. Non aveva mai conosciuto nessuno come lei; e il fatto di trovarsi in sua compagnia gli sembrava piuttosto strano. «Che cosa straordinaria, il presente», pensò. Nel presente, una persona è ciò che sta diventando, non ciò che è stata. Mary Lou era quella ragazza dalle gambe pesanti ma ben fatte, vestita di giallo, che sedeva al suo fianco come se fosse quello il suo posto. Una lezione interessante, per lui, si disse. Il passato creava difficoltà solo se glielo si permetteva. La gente ne aveva paura perché pensava che condizionasse il futuro. Ma non succedeva, se ci si rendeva conto che la vita cambiava e si badava esclusivamente a ciò che era diventata, e la si viveva in quei limiti. Cronin tornò a considerare la possibilità di un’amicizia con Mary Lou.”
(Bernard Malamud, racconto “La scelta di una professione” in “Prima gli idioti”, ed. minimum fax)

“Il commesso” (Bernard Malamud)

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“Il negoziante guardò in strada. Desiderò per un attimo di poter essere di nuovo fuori all’aperto, come quando era ragazzo, che non stava mai in casa, ma il rumore minaccioso del vento lo spaventò. Pensò di nuovo di vendere il negozio, ma chi lo avrebbe comperato? Ida ci sperava ancora. Ogni giorno ci sperava. Quel pensiero gli strappò un sorriso amaro, anche se non aveva voglia di sorridere. Era un’idea assurda e cercò di scacciarsela dalla mente. Eppure c’erano dei momenti in cui si ritirava nel retrobottega, si versava un goccio di caffè e indugiava piacevolmente sull’idea di vendere. Ma se anche per miracolo ci fosse riuscito, dove sarebbe andato, dove? Per un attimo si sentì a disagio immaginandosi senza tetto. Si vide in balia delle intemperie, fradicio di pioggia, col capo coperto di neve gelata. No, era un secolo che non passava un’intera giornata all’aperto. Da ragazzo, sempre a correre per le strade del villaggio, fangose o piene di solchi, o nei campi, oppure a bagnarsi nel fiume con gli altri ragazzi; ma da adulto, in America, raramente aveva visto il cielo. Nei primi tempi sì, quando conduceva il carretto col cavallo, ma era finito tutto col suo primo negozio. In un negozio uno è sepolto.”

(Bernard Malamud, “Il commesso”, ed. minimum fax)

“Il commesso” è il terzo romanzo di Bernard Malamud che leggo, dopo “L’uomo di Kiev” e “Le vite di Dubin”. Anche questo, come gli altri, mi ha soddisfatto. Il protagonista della storia è Morris Bober, piccolo commerciante ebreo, esule dalla Russia, che cerca di resistere alle difficoltà economiche senza cadere nella tentazione di qualche furberia, Continua a leggere…

“Le vite di Dubin” (Bernard Malamud)

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“- Quello che mi resta dentro, soprattutto delle biografie che scrivo – continuò Dubin, – a parte quanto si impara rispetto alla mappa delle esistenze umane, le svolte inaspettate e le pieghe drammatiche che prendono, i modi gioiosi con i quali si compiono e quelli tragici dai quali vengono funestate… – gli occhi del biografo si offuscarono per un momento e dovette liberarsi, tossendo, da una raucedine di gola – …quello che mi resta dentro soprattutto è il fatto che la vita fugge continuamente, e che i nostri destini vengono manipolati fino a spezzarci il cuore da eventi che non possiamo prevedere né dominare, per cui siamo sempre penosamente vulnerabili di fronte a ciò che accadrà. Perciò quello che dicono i poeti, di cogliere l’attimo, cara Fanny, è incredibilmente vero. Se non vive la sua vita nella pienezza o, per qualsiasi ragione, non l’ha vissuta, se ne pentirà – soprattutto invecchiando – per tutti i giorni a venire.

– Lei se né pentito? – gli domandò la ragazza serenamente.

Dubin la fissò con uno sguardo grave.

– Me ne pentirei in modo intollerabile se non fossi coinvolto nelle vite altrui.

– Nei suoi libri, vuol dire? Continua a leggere…

“L’uomo di Kiev” (Bernard Malamud)

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 “E adesso, che mi succederà” si domandava. Se mi succede qualcosa di male chi lo verrà a sapere? Tanto varrebbe che fossi morto. Ricordò il suocero e la moglie, ma non riuscì a vederseli accanto. Specialmente la moglie. Pensò a suo padre e sua madre, due ragazzi, nelle tombe invase dalla gramigna, e il loro destino non gli diede conforto. La sua innocenza umiliata lo riempiva di collera e sdegno. Era accusato ingiustamente, senza aiuto, incapace di dar prove della sua innocenza. E nessuno gli credeva. Di quale orrore l’avrebbero accusato la prossima volta? “Se mi conoscessero potrebbero dire queste cose?”. Cercò di capire quel che gli stava succedendo e di spiegarlo a sé stesso. Dopo tutto, era un essere razionale, e un uomo deve cercare di ragionare. Tuttavia, più ragionava meno capiva. Le cose familiari erano diventate pura malvagità. L’avvenire era greve di pericolo. Il fatto di essere ebreo, volente o nolente, non bastava a spiegare la sua sorte. Ricordare la sua vita o riempiva di odio, per com’erano andate le cose, e per come andavano. Campo facendo riparazioni, ma nella mia vita ho rotto più di quanto abbia aggiustato. Di che cosa l’avrebbero accusato ancora? Come può un uomo difendersi da certe atroci insinuazioni, dalle malignità e dalle accuse, se nessuno è disposto a credergli? Il panico lo divorava.” Continua a leggere…

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