Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Fëdor Michajlovič Dostoevskij, 11.11.1821

Dostoevskij_1872

Dostoevskij “compie” 192 anni. In linea di massima questo tipo di ricorrenze non mi suscitano grandi emozioni, ma c’è sempre l’eccezione alla regola. Qui sotto riporto brani tratti dalla lettera che scrisse al fratello Michail, nella quale annunciava allo stesso la drammatica commutazione della pena di morte in quella ai lavori forzati, episodio e successiva esperienza che segneranno la sua esistenza e riappariranno nei suoi più celebri romanzi.

“Oggi, 22 dicembre, siamo stati condotti sulla piazza Semënov. Lì è stata letta a tutti noi la sentenza di condanna a morte, poi ci hanno fatto accostare alla croce, hanno spezzato le spade al di sopra delle nostre teste…io ero il sesto della fila…non mi restava da vivere più di un minuto. Mi sono ricordato di te, fratello, e di tutti i tuoi; nell’ultimo istante tu, soltanto tu occupavi la mia mente, e soltanto allora ho capito quanto ti amavo, fratello mio carissimo! …ci è stato letto il problema con cui Sua Maestà Imperiale ci donava la vita, quindi è stata data lettura delle condanne autentiche…la vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e non in ciò che ci circonda all’esterno. Intorno a me ci saranno sempre degli uomini, ed essere un uomo tra gli uomini e rimanerlo per sempre, in qualsiasi sventura, non abbattersi e non perdersi d’animo, ecco in cosa sta la vita, in che cosa consiste il suo compito. Io mi sono reso conto di questo, e questa idea mi è entrata nella carne e nel sangue!…Non ho mai sentito ribollire dentro di me delle riserve così sane e abbondanti di vita spirituale come adesso. Ma il corpo riuscirà a resistere? Non lo so…Forse un giorno ci riabbracceremo e ricorderemo insieme il nostro giovane tempo, il tempo passato, dorato, ricorderemo la nostra giovinezza e le nostre speranze che in questo istante mi strappo dal cuore, insieme con il mio sangue, e seppellisco…Possibile che io non prenda più la penna in mano? Io penso che tra quattro anni questo sarà possibile. Ti manderò tutto ciò che scriverò, se pure scriverò qualcosa…Dio mio, quante immagini da me vissute e da me create sono destinate a perire e a spegnersi nella mia testa, oppure mi si scioglieranno nel sangue come un veleno! Sì, se non mi sarò possibile scrivere io perirò, sarebbe meglio venir condannato a quindici anni di carcere, ma con la possibilità di tenere la penna in mano…del resto oggi sono stato vicino alla morte, per tre quarti d’ora ho vissuto con l’idea di essere giunto agli ultimi istanti della vita, e adesso invece sono di nuovo vivo! Se qualcuno ha serbato un cattivo ricordo di me, se ho avuto a che dire con qualcuno o se ho destato una cattiva impressione in qualcuno, di’ a tutti che se ne dimentichino, se avrai occasione d’incontrarli. Nel mio animo non c’è traccia di rancore o di collera; in questo momento vorrei tanto amare e abbracciare almeno qualcuno dei miei antichi amici…quando mi volto indietro a guardare il passato e penso a tutto il tempo inutilmente sprecato, a tutto quello che ho perduto in traviamenti, in errori, nell’ozio, nell’incapacità di vivere, a quanto poco ho saputo apprezzarlo, a quante volte ho peccato contro il cuore e contro lo spirito, il cuore mi sanguina…e adesso, cambiando vita, io rinasco in una nuova forma. Fratello, ti giuro che non perderò la speranza e conserverò puro lo spirito e il cuore…è terribilmente doloroso spezzarsi in due, tagliare in due il proprio cuore. Addio! Addio! Ma io ti rivedrò, ne sono sicuro, lo spero: resta fedele a te stesso…”

(Fëdor Dostoevskij, lettera al fratello, tratta da Lettere sulla creatività, universale economica Feltrinelli)

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“Diario di guerra” (Ingeborg Bachmann)

diario di guerra

“Così, dunque, stanno le cose. Tutti parlano di me, e naturalmente anche l’intero parentado: “Va con l’ebreo”. E la mamma naturalmente è molto nervosa per vie delle chiacchiere, e non riesce proprio a capire quale significato ha per me tutto questo. Siccome si limita a girarci intorno, oggi in cucina ho preso io l’iniziativa e le ho detto che fra di noi non facciamo mai discorsi che non potrebbero essere ascoltati da chiunque altro, e che lei per prima lo sa ed è la prima a rendersene conto. Mi conosce, no? Ma non è questo il problema, è per via di quel “va con l’ebreo”. E le ho detto che andrò dieci volte su e giù per Verlach e Hermagor, insieme a lui, anche se tutti si scandalizzeranno, adesso lo farò e a maggior ragione.

È l’estate più bella della mia vita e, dovessi campare cent’anni, queste resteranno per me la primavera e l’estate più bella. Della pace non si avverte un gran che, dicono in tanti, ma per me è pace, pace! La gente è spaventosamente stupida; che cosa si aspettava dopo una simile catastrofe, di essere catapultata da un giorno all’altro nel paese di cuccagna? Che gli inglesi non avessero altro per la testa, se non prepararci un letto di rose? Mio Dio, chi avrebbe pensato qualche mese fa anche soltanto di uscirne vivi! Ho ripreso ad andare ogni giorno sulla Goria, da sola e per sognare, sognare sogni magnifici! Perché sono viva, viva! Oh Dio, essere libera e vivere, anche senza scarpe, senza pane e burro, senza calze, senza…macché, sono tempi magnifici!”.

(Ingeborg Bachmann, “Diario di guerra”, ed. Adelphi)

In questo volume sono raccolte alcune pagine che Ingeborg Bachmann scrisse nel biennio 1944 – 1945. Si tratta, com’è intuibile dal titolo e soprattutto dagli anni, di pagine che vedono la Bachmann diciottenne immersa nel secondo conflitto mondiale. In particolare, una prima parta di scritti attengono al periodo precedente la liberazione della città di Klagenfurt e da queste si evince come la futura scrittrice si ribellasse alla cultura nazista che cercavano di inculcarle nelle scuole austriache. Continua a leggere…

“Lettere a Theo” (Vincent Van Gogh)

Ti mando qui accluso uno schizzo delle cicale di qui.

Durante i grandi caldi il loro canto ha per me lo stesso fascino di quello del grillo nelle case dei contadini delle nostre parti. Se mi è ancora difficile ritrovare il coraggio per gli errori commessi e che commetterò per quanto si riferisce alla mia guarigione, non dimentichiamo per questo che sia i nostri spleen e le nostre malinconie, sia i nostri sentimenti di serenità e di buon senso non sono le nostre uniche guide e neppure le nostre difese decisive, e che se ti trovi davanti a dure responsabilità di rischio, ti prego, non preoccupiamoci troppo l’uno dell’altro, e anche se le circostanze della vita ci hanno fortuitamente allontanato tanto dalle nostre concezioni di gioventù sulla vita di un artista, noi restiamo comunque fratelli, e sotto certi aspetti compagni di ventura. Le cose stanno in modo che qui si trovano gli scarafaggi nel mangiare come se fossimo veramente a Parigi, e potrebbe anche essere che tu a Parigi abbia talvolta il vero ricordo dei campi. Non è molto, ma in un certo senso è consolante.”

(Vincent Van Gogh, agosto 1889, lettera al fratello Theo)

Dopo molte titubanze, ho preso “Lettere a Theo” (Ed. Guanda) in prestito dalla Biblioteca del mio paese. Non sono un amante degli epistolari, con le dovute eccezioni. Il libro che ho letto (in parte) è una raccolta di un centinaio delle lettere che il pittore scrisse al fratello Theo nel periodo 1875 – 1890.

Ho saltato molti passaggi non solo perché davvero in certi momenti mi sembrava di frugare nella corrispondenza altrui, ma anche perché, in sincerità, mi annoiavano. Parlo di molte lettere che trattano lo stesso argomento, ad esempio le delusioni sentimentali di Vincent, o di quelle piene di dettagli necessari per far capire a Theo il bisogno di denaro o di materiale che aveva Vincent. Continua a leggere…

Lettera motivazionale.

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Qualcosa non mi convince nella lettera motivazionale che a breve invierò alle aziende e in particolare alle piccole-medie case editrici del mondo. Rileggendola, mi sono quasi commosso, per un attimo (un lungo e bollente attimo) ho pensato che me l’avesse scritta una fanciulla in fiore.

Sono andato un po’ fuori tema, presumo.

“Troppo da romanzo epistolare. Il pathos del candidato traspare da ogni sillaba e ciò denota emotività e mancanza di maturità. Scartato”.

Devo rivedere ‘sta bozza. Bando ai sentimentalismi. Alle aziende devo subito far capire che voglio fare sesso con loro. No, vabbé, forse manco così diretto va bene. “Devi essere misterioso, non aprirti troppo, il giusto. E vedrai che prima o poi troverai”. Sì, giusto, però mica mi ricordo se il Saggio stava parlando di lavoro. Boh.

Allora, vediamo, come incipit direi che “Cara Azienda, da quando ho visto i tuoi occhi in riva al fossato…”

p.s.: Per l’amico Google, questo è “Mistress and maid” (Fantesca che porge una lettera) di Vermeer. Mi attengo alle sue notizie, salvo smentite.

“Corso di Scrittura Rinunciataria” – Lezione n. 17342, “Come (non) utilizzare le lettere d’amore nei romanzi”

Mi accorgo di aver trascurato il mio ruolo di docente virtuale e il mio “Corso di Scrittura Rinunciataria” langue. L’avevo detto che le lezioni sarebbero state saltuarie e prive di coerenza, però è passato davvero molto tempo dall’ultimo incontro ed è il caso di affrontare un argomento decisivo per le finalità del nostro Corso. Per chi si fosse perso le altre lezioni e la presentazione del Corso stesso, rimando agli articoli precedenti, raggiungibili dal menù a tendina “categorie”, qui a lato nella colonna destra. Ai nuovi lettori e agli allievi con la testa fra le nuvole, riepilogo che il compito di queste lezioni è scoraggiare da velleità romanzesche, fornendo strumenti e tecniche utili a impantanarsi nei tentativi di scrittura.

Oggi parliamo, come avrete evinto dal titolo, di come le lettere d’amore possano bloccare i nostri tentativi di sublimazione artistica, respingendo all’angolo ogni volontà di trasfigurare la nostra realtà in romanzo.

In via preliminare, avviso tutti gli studenti che non hanno mai scritto una lettera d’amore che possono anche uscire dall’aula, perché questa lezione, per loro, potrebbe essere un’assoluta perdita di tempo (anche se, a pensarci bene, essendo nostro scopo frustrare aspirazioni da scrittore, questo potrebbe aiutarci). La lezione, che cercherò di riassumere il più possibile, verte sul tentativo di immettere nei romanzi le lettere spedite in passato a donne o uomini più o meno amati. Si tratta, a modesto avviso del vostro umile docente, di uno sforzo che può condurre alla paralisi assoluta, ma perché sia così, e affinché gli scaffali delle librerie siano salvati dai nostri romanzi post(?)-adolescenziali, è bene fornirvi alcuni spunti per impantanarvi definitivamente.

Innanzitutto, una volta presa la decisione ferale, cioè quella di utilizzare le lettere d’amore spedite e ricevute in passato, si pone una questione preliminare. Che cosa intendiamo per lettera? Ora, qui non è il caso di mettersi a fare i docenti di linguistica (soprattutto, perché non lo siamo), distinguendo le varie accezioni. Limitiamoci alla vaga definizione di “comunicazione scritta che una persona indirizza a un’altra”. Sì, scritta, ma con quale modalità? Faremo rientrare nella nozione solo le lettere scritte a mano, con penna e fogli di carta intrisi del nostro sudore da innamorato oppure allargheremo il raggio, come forse è più opportuno se non vogliamo respingere troppo la platea di allievi, a quelle scritte al computer? Continua a leggere…

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