Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Racconti di Pietroburgo” (Nikolaj Gogol’)

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“Tutto qui è diverso che negli altri quartieri di Pietroburgo: qui non ci si sente né alla capitale né in provincia; ogni giovanile desiderio e slancio, senti che per le strade di Kolomna t’abbandona. L’avvenire non si spinge fin qui, qui tutto è quiete e ritiro, qui si trova tutto ciò che s’è depositato dall’agitazione della capitale. Qui abitano impiegati a riposo, vedove, la gente modesta che ha a che fare col Senato e che perciò s’è condannata qui per quasi tutta la vita; cuoche disoccupate che girellano l’intero giorno per i mercati, cicalano coi garzoni delle botteghe e mettono insieme ogni giorno cinque copechi di caffè e quattro di zucchero, infine tutta quella classe di persone che si può definire con una parola cinerea, gente che col suo vestito, colla sua faccia, coi suoi capelli e con i suoi occhi ha un aspetto come appannato, cinereo appunto, come che non sia una giornata di tempesta né di sole ma semplicemente così, né l’una cosa né l’altra…”

(Nikolaj Gogol’, estratto da “Il ritratto”, in “Racconti di Pietroburgo”, ed. Einaudi, traduzioni di Tommaso Landolfi)

Gogol’ è sempre un garanzia per me, lo è ancora di più quando è tradotto da Tommaso Landolfi. Continua a leggere…

“Il treno nei romanzi, i romanzi sul treno (più deliri assortiti)”

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“Un viaggio in treno può essere una cosa terribile, angosciosa o comica; può essere un volo di prova; può essere la prefigurazione di un altro viaggio, come un giorno passato con un amico può essere lungo, dal senso di fretta che si prova al mattino fino alla scoperta che entrambi si ha fame e al pranzo mangiato insieme. Poi viene il pomeriggio, la giornata sbiadisce e muore ma si ravviva nuovamente verso la fine. Dick era addolorato nel vedere la magra gioia di Nicole; pure per lei questo ritorno all’unica casa che conoscesse era un sollievo. Non fecero gli innamorati quel giorno, ma quando la lasciò fuori dalla triste porta sullo Zürichsce e lei si voltò a guardarlo, Dick capì che il problema di Nicole era un problema ormai comune a entrambi”.

(Francis Scott Fitzgerald, “Tenera è la notte”)

Il treno mi ha sempre affascinato e quindi le parole di Fitzgerald hanno attivato i miei neuroni, almeno quei pochi rimasti a combattere la battaglia, scatenando ricordi di vario genere. Prima di pensare a una forma estrema di masochismo, cosa che sareste giustificati a fare se volessi qui tessere l’elogio della bolgia dantesca che è possibile riscontrare su molti treni regionali, voglio subito precisare che il fascino consiste soprattutto nel suo valore metaforico, ma anche, al netto delle condizioni di disagio del pendolare, che ho vissuto sulla mia pelle e che rivivrò (questa è quasi una speranza, perché vorrebbe dire aver ritrovato un lavoro, n.d.r.), nelle possibilità di conoscenza che si hanno all’interno dei vagoni.

Dovevano ammirarlo anche tutti quegli scrittori che hanno ambientato episodi o interi romanzi su un treno. In quest’articolo riporterò alcuni brani tratti da diversi romanzi, scritti da personaggi che, a differenza mia, i neuroni sapevano utilizzarli al meglio. Prima di iniziare la rassegna, qualche breve considerazione sul mio rapporto con il treno, che potete tranquillamente saltare, non costituendo lo scopo principale dell’articolo, sempre che ne esita uno (di scopo). Innanzitutto, Continua a leggere…

“Racconto d’autunno” (Tommaso Landolfi)

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“…mi confermavano d’altra parte nell’idea, nella certezza che ella poteva esser salvata e ricondotta alla luce della normale ragione. Per quanto volubili, infatti, erano tutt’altro che sconnessi, e, come nelle movenze medesime e in ogni altro suo atteggiamento interiore ed esteriore, in essi, generalmente parlando, i comuni sentimenti e riflessi e modi femminili apparivano soltanto magnificati, non già stravolti o deviati; al pari dei suoi sensi fisici, che dovevano essersi infinitamente e morbosamente affinati nel corso d’una buia, forse mostruosa vita, su cui alcune sue frasi avevano già gettato qualche lampo terrificante.”

(Tommaso Landolfi, “Racconto d’autunno”, ed. Adelphi)

Nella breve nota introduttiva al racconto di Tommaso Landolfi, è specificato che lo stesso fu scritto nell’immediato dopoguerra, in particolare sul finire del 1946, quando lo scrittore, tornato a Pico, trovò il palazzo di famiglia semidistrutto a seguito dei bombardamenti. La guerra e i suoi orrori, però, costituiscono solo lo sfondo della narrazione di Landolfi, incentrata piuttosto su temi più generali come la morte, il mistero, le ambiguità e le perversioni. Un uomo, Continua a leggere…

“Se non la realtà” (Tommaso Landolfi)

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“Partire è una bella cosa, certo più bella che arrivare. Dirò meglio: se si trattasse solo di arrivare non varrebbe neppure la pena di partire, tanto quello che si trova all’arrivo (ossia che non si trova nulla) ce l’hanno già detto in tutti i toni poeti, filosofi e altre pensose creature, senza contare che ciascuno lo sa per esperienza – la qual cosa mi dispensa dall’avvalorare la mia affermazione con qualche vasta e poco peregrina immagine della vita umana e dell’umana speranza. Dunque se per una volta io parlassi di un viaggio in sé, prescindendo dalla sua meta, mi pare che non ci sarebbe nulla di male.

Gli scrittori, dice, devono viaggiare in terza classe, perché soltanto lì si prende davvero contatto coi propri simili. Essi medesimi non sono convinti di una tale necessità, ma in pratica capita loro sovente di viaggiarci, benché per tutt’altri motivi. E così teatro di questi semplici discorsi di nostri simili sarà proprio una terza classe di un treno qualunque lanciato verso una qualunque destinazione. Se, per finire, avessi bisogno di cercarmi illustri precedenti, mi basterebbe evocare il nome di Čechov. Continua a leggere…

“Firenze, lo sai?” (I. Graziani, T. Landolfi e la filosofia)

A Firenze non sono mai stato. Lo so, è grave, vedrò di rimediare. Quest’articolo, dunque, non può essere su Firenze, non in maniera diretta. Sto leggendo “Se non la realtà” di Tommaso Landolfi, sul quale scriverò qualcosa non appena finito, e mi sono imbattuto in questa pagina che vi riporto. Leggendola, nella mia testa è scattata la canzone di Ivan Graziani. Non solo per il riferimento a Firenze, ma anche per quello allo “studente di filosofia”. Nel testo, Landolfi, in viaggio al monte Argentario, incontra una vecchia amica, che nel suo monologo rievoca una gioventù che poteva andare altrimenti per i due. Nella canzone di Graziani, l’autore rimembra un malriuscito triangolo sentimentale tra lui, una ragazza e uno studente di filosofia.

La realtà è che la mia inutile rubrica “Punti di tangenza” latitava da un po’. Grazie a questo accostamento, spero non troppo ardito, le dono vigore.

Quindi, ecco a voi Landolfi, Graziani, Firenze, la filosofia, lo studente e qualche ricordo dei tempi andati (quest’ultima cosa ognuno la potrà tarare su se stesso e su una città diversa da Firenze).

“Passeggiavo, e a un tratto scorsi un viso femminile conosciuto; mentre ancora cercavo di raccapezzarmi, la donna venne dritto verso di me e mi salutò per nome. La raffigurai allora: m’era stata compagna d’università a Firenze. Dopo i riconoscimenti d’uso ci sedemmo su una panca e prese a parlarmi di sé, interrogandomi anche, ma (come sogliono) senza attendere risposta. – Eh, sì, – diceva – tu allora non volesti accorgerti di me (lo diceva e bisognava crederle), ed ecco, son rifinita qui; non è magari una residenza ideale, ma insomma io mi contento. Ho due bambini a casa, lo sai? Cioè io li chiamo ancora così, ma naturalmente son tutti e due più alti di me: uno studia già a Pisa, l’altro prenderà la licenza quest’anno. Siamo vecchi…aspetta, quanti anni sono passati? Io venni a Firenze nel ’30, mi pare. Continua a leggere…

Letteratura e Animali (Gatti, cani, pulci e altre creature nel “mio” giardino)

“Nell’occhio inconsapevole di un cucciolo animale, archivio vivente della Terra,

un battito di ciglia sonnolente racchiude un’esistenza”

(Csi, “A tratti”)

“Se i casi non fossero bestie si metterebbero d’accordo e abbaierebbero addosso al padrone”
(Cesare Pavese)

“Io sono il passero che non cascherà mai, io sono quell’ultimo passero”

(Beppe Fenoglio, “Il partigiano Johnny”)

L’animale Uomo – Scrittore prova a immaginarsi nelle vesti di un altro animale. L’operazione, di per sé, è impossibile, essendo già impresa titanica la comprensione reciproca tra umani, ma la fantasia può far sì che i gatti, i topi, i cani parlino per bocca dell’Uomo – Scrittore.

Qui sotto riporto solo alcuni libri che hanno come protagonisti animali diversi dall’uomo, con relativi testi tratti, più o meno a caso, dai libri stessi. La lista potrebbe essere molto più lunga, ma lascio a voi ricordare quali avete letto o curiosare alla ricerca di altri. Per stilare questa brevissima lista ho seguito, oltre che l’istinto, tre regole semplici: 1) sono libri che ho letto; 2) c’è almeno un animale protagonista o citato nel titolo; 3) sono libri che, in misura diversa, mi hanno emozionato, interessato o semplicemente divertito.

Nel sottolineare, qualora non si fosse capito, che è un gioco fine a se stesso, consiglio, in ogni caso, la lettura dei libri di cui riporto un breve passo.

Tutto questo mi è venuto in mente guardando negli occhi una mia gatta.

“Messere! Faccio di nuovo appello alla logica! – prese a dire il gatto, stringendosi le zampe al petto. – Quando un giocatore dichiara scacco al re mentre sulla scacchiera non c’è più traccia del re, lo scacco è inesistente”.

  • “Cuore di cane” (bis per Michail Bulgakov). Miglior Attore Protagonista Mutante: il cane Pallino.

Pallino leggeva. Leggeva (tre punti esclamativi). Sono stati io a scoprirlo! Attraverso “Genepesca”. Insomma, leggeva al contrario. Ritengo addirittura di sapere dove stia la soluzione di questo enigma: nell’intersezione dei nervi ottici dei cani!

  • “Mastro Pulce” (E.T.A. Hoffmann). Miglior Pulce nell’Orecchio: Mastro Pulce, una pulce.

“Mastro pulce tolse la lente microscopica dalla pupilla di Peregrinus, che era sprofondato in un totale sbalordimento, e disse: “Ora, caro Peregrinus, avete constatato l’effetto meraviglioso di uno strumento che non ha eguali al mondo e vedrete quale superiorità vi darà sugli altri uomini quando i loro pensieri più intimi si spiegheranno dinanzi ai vostri occhi. Ma se portaste sempre questa lente, la continua conoscenza da ultimo vi schianterebbe, perché l’amara mortificazione che avete appena provato si ripeterebbe troppo spesso”.

  • “La metamorfosi” (Franz Kafka). Miglior Insetto Squarcia Pensiero: Gregor Samsa.

“Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto.”

  • “Indagini di un cane” (bis anche per Franz Kafka). Miglior Indagatore di Se Stesso.

“Le mie domande servono ormai a ossessionare solo me stesso, a farmi spronare dal silenzio che intorno a me è l’unica risposta. Quanto sopporterai ancora che il genere canino, come le tue indagini ti portano a riconoscere con sempre maggiore consapevolezza, taccia e continui per sempre a tacere? Continua a leggere…

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