Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Doppio sogno” (Arthur Schnitzler)

doppio sogno

“Così le ore erano trascorse monotone e prevedibili tra compiti quotidiani e lavoro, la notte precedente, dal principio alla fine, era sbiadita; solo adesso, quando entrambi avevano concluso la loro giornata, la bambina era andata a dormire e nulla più poteva recare disturbo, i fantasmi del ballo, lo sconosciuto malinconico e le maschere in domino rosso, si innalzarono di nuovo alla realtà; e a un tratto quelle esperienze insignificanti apparvero magicamente, dolorosamente circonfuse dell’ingannevole splendore delle occasioni mancate. Si susseguirono domande innocenti e tuttavia inquisitrici, risposte ambigue e maliziose: a nessuno dei due sfuggì che l’altro non era completamente sincero, perciò si sentirono entrambi inclini a una blanda vendetta. Ingigantirono l’attrattiva esercitata dai loro ignoti compagni del ballo, ciascuno dei due schernì l’altro per i moti di gelosia che lasciava trasparire e negò i propri. Ma dai discorsi frivoli sulle futili avventure della notte passarono a una conversazione più seria su quei desideri nascosti, appena avvertiti, che anche nell’anima più limpida e pura riescono a scavare gorghi torbidi e pericolosi, e parlarono delle misteriose regioni di cui quasi non percepivano il richiamo, ma dove una volta o l’altra il vento imperscrutabile del destino avrebbe potuto gettarli, fosse pure in sogno. Sebbene infatti si appartenessero del tutto l’un l’altro nell’affetto e nei sensi, sapevano che ieri, non per la prima volta, li aveva sfiorati un alito di avventura, di libertà e di pericolo; ansiosamente, morbosamente, con sleale curiosità, tentarono di carpirsi a vicenda un’ammissione e ciascuno, in un esame angoscioso e approfondito, scrutava sé stesso alla ricerca di qualche fatto per quanto indifferente, di qualche esperienza per quanto trascurabile, che potesse servire a esprimere l’inesprimibile e la cui franca confessione li avrebbe forse liberati da un’inquietudine e da una diffidenza che a poco a poco cominciavano a diventare insopportabili.” Continua a leggere…

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Kafka era abbastanza kafkiano.

Kafka era un tipo abbastanza kafkiano, su questo non ho molti dubbi. Qualcuno in più, lo confesso, lo avevo su una questione grammaticale all’apparenza ovvia ma che mi ha procurato grattacapi e che soprattutto, una volta risolta, e ammesso che sia stata risolta, mi ha indotto a riflessioni dalla dubbia utilità ai fini della mia esistenza, ma che pure hanno avuto luogo. Sappiate, amabili lettori (la captatio benevolentiae ogni tanto è necessaria), che tanti anni fa ero solito scrivere la locuzione “sé stesso” nella maniera in cui l’ho appena scritta. Per motivi che non sto qui a spiegarvi, mi accorsi che quelle due parole risultavano troppo spesso accostate l’una all’altra in alcuni miei scritti e ben prima che potessi porre rimedio arrivò Nemesi, sotto forma di un’autorevole fonte grammaticale che mi suggerì, nell’orecchio, di evitare l’accento su “sé” quando tale parola è seguita da “stesso” o “medesimo”. Ingenuo come un bimbo, appurato che la fonte (non mi chiedete qual è, ma vi assicuro che era un dizionario o qualche sito specializzato in materia) era accreditata, decisi che avrei mutato tutti i “sé stesso” in “se stesso” (“sé medesimo” non l’ho mai usato, indagherò anche su questa forma di razzismo nei confronti della parola “medesimo”).

Presi, allora, il vizietto di scrivere “sé”, in maniera corretta, quando non fosse seguito da “stesso” e “se” quando invece “stesso” decideva di accodarsi all’amico. Ora, non la faccio tanto lunga anche perché il cuore dell’articolo doveva essere altro. Qualche giorno fa ho scoperto, sul sito della crusca, quanto segue: “Alcuni, quando il pronome è seguito da stesso e medesimo, tralasciano di indicare l’accento, perché in questo caso il se pronome non può confondersi con se congiunzione: se stesso, se medesimo. Noi, però, consigliamo di indicare l’accento anche in questo caso, e quindi di scrivere sé stesso, sé medesimo.” Continua a leggere…

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