Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Il mio gattino insegue le ombre e rilegge Nietzsche.

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Il mio piccolo gatto insegue le ombre, si diverte e non sta lì a chiedersi cos’è quell’ombra, o può darsi che se lo chieda ma non riesca a rispondersi oppure, magari, lui ne sa più di me (ci vuole poco) e vorrebbe spiegarmi qualcosa ma ci sono ostacoli lessicali che al momento impediscono un proficuo scambio di opinioni. Oggi, però, il piccolo felino, forse insoddisfatto o forse solo curioso di scoprire qualche altro parere, è saltato sullo scaffale dei libri e dopo aver girovagato tra romanzi e racconti vari, si è soffermato nel reparto dove i filosofi, toccandosi il mento con aria pensierosa, discutono pronunciando parole come “realtà”, “apparenza”, “fenomeno”, “cosa in sé”, “essere” e via seguitando. Dopo aver salutato cordialmente Platone, Kant e Schopenhauer, ha deciso di richiamare la mia attenzione con un miagolio più insistente e con la zampa mi ha indicato questo brano di Friedrich Nietzsche, pregandomi, sempre con un abile gioco di sguardi, di pubblicarlo, per nome e per conto suo, su questo blog. Eseguo, anche se è un po’ lunghetto da ricopiare, perché a lui non so dire di no.

“I filosofi son soliti porsi davanti alla vita e all’esperienza – davanti a ciò che essi chiamano il mondo dei fenomeni – come davanti a un quadro che sia svolto una volta per tutte e indichi, in modo invariabile e fisso, lo stesso procedimento: questo procedimento, pensano, bisogna interpretarlo rettamente, per trarne una deduzione sull’essere che ha prodotto il quadro: dunque sulla cosa in sé, che è sempre vista come la ragion sufficiente del mondo dei fenomeni. Di contro, logici più rigorosi, dopo aver acutamente definito il concetto del metafisico come quello del non condizionato, e di conseguenza anche del non condizionante, hanno negato ogni rapporto tra il non condizionato (il mondo metafisico) e il mondo che noi conosciamo: cosicché appunto nel fenomeno non comparirebbe affatto la cosa in sé, e ogni deduzione da quello a questa sarebbe da respingere. Ma sia gli uni che gli altri hanno trascurato la possibilità che quel quadro – ciò che ora per noi uomini si chiama vita ed esperienza – sia divenuto a poco a poco, anzi sia ancora in divenire, e non debba pertanto essere considerato come una grandezza fissa, dalla quale si possa trarre, o anche solo respingere, una conclusione sul suo autore (la ragion sufficiente). Proprio per il fatto che noi, da millenni, abbiamo guardato nel mondo con pretese morali, estetiche, religiose, con cieca attrazione, passione o timore, e ci siamo lasciati andare agli eccessi del pensiero non logico, questo mondo è diventato a poco a poco così stupendamente variopinto, terribile, profondo di significato e pieno di anima, ha insomma acquistato colore – ma a colorarlo siamo stati noi: l’intelletto umano ha fatto comparire il fenomeno e ha trasposto nelle cose le sue erronee concezioni fondamentali. Tardi, molto tardi, esso riflette: e ora il mondo dell’esperienza e della cosa in sé gli appaiono così eccezionalmente diversi e separati, che respinge la deduzione da quello a questa – oppure esorta, in maniera tremendamente misteriosa, a rinunciare al nostro intelletto, alla nostra volontà personale: per giungere all’essenziale attraverso il farsi essenziali. Altri dal canto loro hanno raccolto insieme tutti i tratti caratteristici del nostro mondo dei fenomeni – ossia della rappresentazione del mondo da noi ereditata, nata dai deliri di errori intellettuali – e, anziché dichiarare colpevole l’intelletto, hanno accusato l’essenza delle cose come causa di questo carattere effettivo, molto inquietante, del mondo e hanno predicato la redenzione dell’essere. Di tutte queste concezioni si sbarazzerà definitivamente il costante e fastidioso progresso della scienza, che celebrerà finalmente il suo massimo trionfo in una storia genetica del pensiero, e il cui risultato potrebbe forse giungere fino a questo principio: ciò che noi ora chiamiamo mondo è il risultato di una quantità di errori e di fantasia che, sorti a poco a poco durante tutto lo sviluppo degli esseri organici, sono cresciuti, e sono stati ereditati da noi come tesoro accumulato dall’intero passato: come un tesoro, in quanto su di esso si basa il valore della nostra umanità. In realtà, la scienza più rigorosa può liberarci da questo mondo della rappresentazione solo in misura minima – e una cosa diversa non sarebbe affatto augurabile – in quanto non può essenzialmente infrangere la forza di antichissime abitudini sentite nel modo di sentire: ma può lentamente e per gradi rischiarare la storia della nascita di quel mondo come rappresentazione, e innalzarci, almeno per qualche istante, al di sopra dell’intero processo. Forse allora ci renderemo conto che la cosa in sé è degna di un’omerica risata: che essa sembrava tanto, anzi tutto, mentre in effetti è vuota, ossia vuota di significato.

(Friedrich Nietzsche, “Umano, troppo umano”, 16, parte prima, ed. Newton Compton)

Kant su “necessità” o “libertà”.

“Ma qui la questione è soltanto di vedere se, nel caso in cui si riconosca nell’intera serie di tutti gli eventi una semplice necessità naturale, sia tuttavia possibile considerare un medesimo evento, che da un lato è un semplice effetto della natura, come effetto – d’altro lato – derivante dalla libertà, oppure se tra queste due specie di causalità si ritrovi una diretta contraddizione.

Tra le cause contenute nell’apparenza non può certamente esservi nulla che sia in grado di dare spontaneamente e assolutamente inizio ad una serie. Ogni atto – come apparenza – in quanto produce un evento, è esso stesso un evento o fatto, che presuppone un altro stato in cui si ritrovi la causa; e così tutto ciò che accade è soltanto una continuazione della serie, e in questa non è possibile alcun inizio, che avvenga da se stesso. Tutte le azioni delle cause naturali nella successione temporale sono quindi esse stesse a loro volta effetti, che presuppongono allo stesso modo le loro cause nella serie temporale. Continua a leggere…

“Critica della ragione pura” (Immanuel Kant)

Kant

Lo studente pigro che, per puro caso, nel disperato tentativo di risparmiarsi qualche ora di studio, fosse capitato qui alla ricerca di nozioni utili sulla “Critica della ragione pura” di Kant, resti avvertito sin da subito che purtroppo per lui dovrà cercare altrove o fare da sé. In quest’articolo non troverà soddisfazione, perché anch’io avrei bisogno, benché stia leggendo l’intera “Critica”, anzi, mi correggo, proprio perché sto leggendo l’intera opera, di chiarimenti ulteriori, oltre a quelli che già mi ero premunito di scovare in un prezioso manuale di filosofia risalente ai tempi del liceo, conservato come reliquia accanto agli altri libri nella mia stanza.

Qualche giorno fa, in un articolo, anticipavo la mia intenzione di dedicarmi alla lettura – studio di questa magistrale e monumentale opera, pur consapevole che non sarebbe stato facile. Avevo anche premesso che giungevo a Kant, oltre che sulla base degli studi fatti al Liceo, soprattutto dopo averlo “incontrato” presso tutti i filosofi a lui successivi, specie Nietzsche, il quale ne confutò l’impostazione di fondo e provò a “demolire” il sistema kantiano come gran parte della filosofia a lui (Nietzsche) antecedente. Devo dire che per mia attitudine, conformazione, educazione, non so come definirla, sono più propenso alla lettura di pensatori “per aforismi” come Nietzsche che non a filosofi “sistematici” come Kant, e peraltro anche sul contenuto concordo, circa vari profili che ora non è il caso di dettagliare, più con Nietzsche che con Kant. Ciò detto, è fuor di dubbio che la “Critica della ragione pura” sia una di quelle opere capitali, indispensabili per chi voglia approfondire determinate tematiche.

Come avrete notato, mi sto tenendo molto sul vago, sia perché credo che in questo caso sia impossibile riassumere qui un libro del genere (il manuale cui ho fatto riferimento per “prepararmi” dedica oltre venti pagine alla stessa, ribadendo più volte che si tratta, per l’appunto, “solo” di un’introduzione non esaustiva), sia perché, e questo valga come giustificazione di fronte a un’ipotetica interrogazione da liceo, non ho ancora studiato abbastanza. Continua a leggere…

La parola a Immanuel Kant.

Kant

Mi sembra doveroso, dopo aver ascoltato per anni uno degli “accusatori” massimi, cioè Nietzsche, leggere anche cosa diceva “l’accusato”. La voglia c’è, il tempo anche (e se non ci sarà lo troverò), quindi, parafrasando il “balzacchiano” Eugène de Rastignac alle prese con Parigi, è ora di esclamare: “Ed ora, a noi due, Immanuel Kant!”. Forse non mi farà cambiare idea su quanto Nietzsche ha confutato, o forse sì. Sono convinto, però, che non potrà farmi del male (almeno lo spero).

“È difatti vano, il voler fingere indifferenza al riguardo di quelle indagini, il cui oggetto non può essere indifferente alla natura umana. Anche quei pretesi indifferenti, per quanto sperino di rendersi irriconoscibili mutando il linguaggio di scuola in un tono popolare, cadono irrimediabilmente, ogni volta che essi pensano qualcosa, in affermazioni metafisiche, contro le quali pure avevano messo in mostra tanto disprezzo. Tuttavia questa indifferenza – che si presenta in mezzo alla fioritura di tutte le scienze e colpisce proprio quella alle cui conoscenze, se si potessero possedere, si rinunzierebbe meno di tutte le altre – pure è un fenomeno, che merita attenzione e riflessione. Essa è evidentemente l’effetto non della leggerezza, bensì della maturata capacità di giudizio dell’epoca, la quale non si fa trattenere più a lungo da un sapere apparente; essa è inoltre un incitamento alla ragione, perché assuma di nuovo la più gravosa di tutte le sue incombenze, ossia quella della conoscenza di sé, e perché istituisca un tribunale, che la garantisca nelle sue giuste pretese, ma possa per contro sbrigarsi di tutte le pretensioni senza fondamento non mediante sentenze d’autorità, bensì in base alle sue eterne ed immutabili leggi. E questo tribunale non è altro se non proprio la critica della ragione pura.”

(Immanuel Kant, “Critica della ragione pure”, Prefazione alla prima edizione, ed. Adelphi, con introduzione, traduzione e note di Giorgio Colli)

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