Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“La ribellione” (Joseph Roth)

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“Ma Tu che stai lì, perché non Ti muovi? Contro Te mi ribello, non contro di loro. Tu sei il colpevole, non i Tuoi sgherri. Possiedi milioni di mondi, e non sai che fare? Quanto impotente è la tua impotenza? Hai da fare miliardi di cose, e alcune le sbagli? Ma che Dio sei, allora? Se la Tua crudeltà è una saggezza che noi non comprendiamo, allora sì che ci hai fatto imperfetti! Se siamo condannati a soffrire, perché non dobbiamo soffrire tutti nella stessa misura? Dato che le Tue benedizioni non bastano per tutti, distribuiscile almeno con equità! Io sono un peccatore… eppure volevo fare del bene. Per quale motivo non mi hai lasciato dare il cibo agli uccellini? Se sei Tu che li nutri, lo fai male davvero! Avrei voluto rinnegarTi e potrei ancora farlo. Ma tu sei qui, unico, onnipotente, spietato, l’istanza suprema, eterna… e non si può sperare che il castigo Ti colga, che la morte Ti dissolva in una nuvola, e neppure che il Tuo cuore si svegli. Non voglio la Tua grazia! Spediscimi all’inferno!”

(Joseph Roth, “La ribellione”, ed. Nova Delphi)

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“La marcia di Radetzky” (Joseph Roth)

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“Prima della guerra mondiale, quando accaddero i fatti che qui riferiamo, che un uomo vivesse o morisse non passava ancora nell’indifferenza. Se una persona scompariva dal numero dei terrestri, non ne arrivava subito un’altra a occupare il suo posto per far dimenticare il lutto. Bensì, dove mancava, rimaneva un vuoto, e i vicini così come i lontani osservatori del paesaggio di quell’uomo ammutolivano ogni volta che riconoscevano quel vuoto. Se il fuoco si inghiottiva un’abitazione del palazzo di una strada, rimaneva per molto tempo il vuoto lasciato dall’incendio. Perché i muratori lavoravano lentamente e con attenzione, e i vicini, come anche i passanti, alla vista di quello spazio vuoto si ricordavano la forma e l’aspetto esteriore del vecchio appartamento. Questo succedeva allora! Ciò che cresceva aveva bisogno di molto tempo per crescere, e ciò che scompariva aveva bisogno di molto tempo per essere dimenticato. E ciò che un tempo era esistito, aveva lasciato la sua traccia. Fino ad allora si viveva di ricordi, così come oggi si vive nell’abitudine di dimenticare subito e senza riflettere.”

(Joseph Roth, “La marcia di Radetzky”, B.C.Dalai editore)

“Il profeta muto” (Joseph Roth)

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“Quando egli stava sul podio degli oratori e parlava davanti ai giovani, lo opprimeva il peso delle sue vicende, si sentiva vecchio e si sarebbe dato cent’anni. A volte, a casa, si guardava nello specchio e si convinceva che la sua faccia non era più vecchia di dieci anni prima. La gioventù e la salute degli altri non sembravano però qualità fisiche, ma un modo di sentire. Erano più giovani di lui di sei, otto o dieci anni. Capivano bene quello che diceva loro. Eppure lui a ogni frase pensava: io qui rappresento un pezzo di storia e neppure di quelli autorizzati. Talvolta una sua parolina tradiva il vecchio ribelle. Allora sentiva un brivido correre rapido per la schiena dei suoi ascoltatori. Faceva una pausa. Gli sembrava di doversi interrompere tutt’a un tratto, per mancanza di parole. La passione si sentiva colta sul fatto. Di quei giovanotti nessuno aveva percorso come lui, solitario e truce, le strade della città. Loro marciavano con canti e bandiere verso feste, conferenze e adunate. Prendevano possesso dell’eredità di un nuovo mondo come conquistatori, e non avevano conquistato nulla, ed erano solo eredi. Non avevano più bisogno di ricambiare l’odio con l’odio. Non uno di loro sarebbe stato senza patria e infelice. La tristezza, un’istituzione reazionaria, era scacciata. Una nuova generazione sarebbe sorta, anzi c’era già, con muscoli vivaci, sole negli occhi, impavida perché non c’erano terrori, e coraggiosa perché non c’erano pericoli a minacciarla. Lui non era invecchiato, il mondo però era diventato così nuovo come se lui avesse vissuto mille anni.”

(Joseph Roth, “Il profeta muto”, ed. Adelphi)

Nel risvolto di copertina dell’edizione Adelphi è scritto che Joseph Roth definì questo libro un “romanzo su Trockij”, ed è anche ricordato che l’autore, dopo la divulgazione, nel 1929, di alcuni estratti del romanzo, , evitò di stamparlo, visto che lo stesso aveva creato “soltanto confusione”, tanto che l’intera pubblicazione avvenne solo nel 1966.

Il romanzo è ambientato nell’Europa dei primi del Novecento,  ma è moderno nel descriverci il percorso di formazione, illusione e disillusione del giovane Friedrich Kargan, che cresce odiando i simboli di un mondo che sente opprimente e si lascia trascinare da ideali rivoluzionari, mentre intanto stanno scoppiando la Prima guerra mondiale.

Friedrich lotta in nome di un odio assoluto verso la “borghesia” e si batte per parole come “rivoluzione”, “libertà” e “mondo nuovo” con ingenua convinzione, salvo poi realizzare che quelle stesse parole non hanno impedito al mondo di restare, più o meno, orrido come prima, redimibile, forse, solo grazie a quell’amore per una donna che lui, preso dalle sue lotte, non aveva saputo cogliere e dare.

Kargan, insomma, diventa alla lunga un uomo cui è rimasta solo “l’aspra e fiera malinconia di un solitario che vaga ai margini delle gioie, delle follie e dei dolori” e che, infine, deve accettare di fuggire da ciò per cui avrebbe dato la vita e che, invece, la vita gliel’ha tolta.

“Gli altri, che durante la guerra civile già avevano scritto e trascritto manifesti, ordinanze, programmi, testi, opuscoli, continuarono a tenere le penne in mano, le penne, questi sottili arnesi d’acciaio, gli strumenti più forti del potere. Ma risultò che gli uomini ai quali era stato consentito di dimostrare il loro talento e la loro forza non possedevano alcun talento e solo la forza bastante a scacciare a gomitate dalla scrivania l’avversario di uguale valore e a ricomparire alla scrivania nel caso che l’altro fosse riuscito a scacciare loro.” 

“Giobbe” (Joseph Roth)

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“Lo lasciarono. Si avvicinò alla finestra e li guardò salire in macchina. Gli parve di doverli benedire come figlioli che intraprendano una via molto difficile oppure una molto fortunata. Non li vedrò più – pensò poi – e non li benedirò nemmeno. La mia benedizione potrebbe diventare per loro una maledizione, incontrarsi con me un danno. Si sentiva leggero, sì, leggero come mai in tutti i suoi anni. Aveva sciolto tutti i legami. Gli venne in mente che da anni ormai era solo. Solo era stato dal momento in cui era cessato il piacere tra lui e sua moglie. Solo era, solo. Moglie e figli gli erano stato intorno e gli avevano impedito di portare il suo dolore. Come inutili cerotti, che non guariscono, essi erano stati sulle sue ferite e le avevano solo nascoste. Ora, finalmente, godeva la sua pena con trionfo. Restava solo un legame da rompere. Si mise all’opera.”

(Joseph Roth, “Giobbe”, ed. Adelphi)

Mendel Singer, ebreo che vive in Russia, è un antieroe, un maestro che sopporta le avversità che il Dio da lui pregato gli pone lungo la strada, finché, non sopportando più, anche Dio non gli basta a comprendere qual è la sua colpa, perché deve accettare un figlio infermo, una figlia che si concede ai cosacchi con troppa facilità, uno disertore, l’altro che va in guerra, la moglie con la quale ormai trascina un’esistenza monotona, e neanche emigrando negli Usa trova quel rifugio di serenità che gli occorre. Mendel è un uomo semplice, anche collerico, irascibile, ma indubbiamente colpito da quelle che a lui paiono condanne di un Dio divenuto cattivo, al quale pure continua, nel suo intimo, ad appellarsi.

Al netto di qualche eccesso retorico, un romanzo che si legge tutto d’un fiato, grazie all’abilità di Joseph Roth, capace di descriverci la parabola (è il caso di usare questo termine) di Mendel, della sua complicata vicenda di uomo semplice.

“Fuga senza fine” (Joseph Roth)

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“Era il 27 agosto 1926, alle quattro del pomeriggio, i negozi erano affollati, nei magazzini le donne facevano ressa, nelle case di moda le mannequins giravano su se stesse, nelle pasticcerie chiacchieravano gli sfaccendati, nelle fabbriche sibilavano gli ingranaggi, lungo le rive della Senna si spidocchiavano i mendicanti, nel Bois de Boulogne le coppie di innamorati si baciavano, nei giardini i bambini andavano in giostra. A quell’ora il mio amico Franz Tunda, trentadue anni, sano e vivace, un uomo giovane, forte, dai molti talenti, era nella piazza davanti alla Madeleine, nel cuore della capitale del mondo, e non sapeva cosa fare. Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione e nemmeno egoismo. Superfluo come lui non c’era nessuno al mondo”.

(Joseph Roth, “Fuga senza fine”)

“Fuga senza fine” giaceva nella mia libreria da almeno un paio di anni. Stamattina l’ho preso e l’ho divorato, scoprendo un grande romanzo. Di Joseph Roth avevo letto, qualche anno addietro, “La cripta dei cappuccini”, che mi era piaciuto ma non abbastanza da indurmi a leggere altro di quest’autore. Il fulcro della vicenda narrata è la romanzesca (almeno credo) figura di Franz Tunda, un tenente dell’esercito austriaco, di padre austriaco e madre ebrea polacca, il quale cade prigioniero dei russi nel 1916 e, dopo mirabolanti fughe, assume una falsa identità e diventa addirittura, nel 1919, un rivoluzionario bolscevico, sebbene più per amore dell’esaltata Nataša che per reale convinzione. Dopo qualche tempo e diverse peripezie, ritorna a Vienna, sua città d’origine, dove incontra il fratello, con il quale ha rapporti tutt’altro che idilliaci, e dove può mettersi alla ricerca, neanche troppo convinta, di Irene, la sua prima donna. Come deducibile dal titolo, Tunda scappa in continuazione, dai nemici ma soprattutto da sé stesso, incapace di dotarsi di un minimo d’identità personale.

La vicenda di Tunda è il pretesto narrativo di cui Roth si serve per dipingere, spesso con slanci d’ironia davvero irresistibili, squarci della società europea dell’epoca. Il romanzo è del 1927, Continua a leggere…

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