Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Sulla stupidità” (Robert Musil)

stupidità

“Sia per paura di apparire stupidi, sia per paura di offendere la buona creanza, molti si considerano intelligenti, però non lo dicono. E se proprio si sentono costretti a parlare, usano perifrasi e dicono ad esempio: «Non sono più stupido di altri». Ancora più in voga è introdurre nel discorso, con il tono più distaccato e obiettivo possibile, la considerazione: «Posso ben dire di possedere un’intelligenza normale». E talvolta la convinzione di essere intelligente fa la sua comparsa di straforo, come nella locuzione: «Non mi faranno passare per stupido!».
Tanto più degno di nota è il fatto che non è solo il singolo individuo, nel segreto dei suoi pensieri, a considerarsi intelligente e straordinariamente dotato, ma è anche l’uomo che agisce nella storia e fa dire di sé, non appena ne ha il potere, che è oltre ogni misura saggio, illuminato, nobile, eminente, misericordioso, eletto da Dio e predestinato a segnare nella storia un’orma incancellabile. E lo dice volentieri anche di un altro, qualora si senta illuminato dal riflesso di costui. In titoli e appellativi come Maestà, Eminenza, Eccellenza, Vostra Magnificenza, Vostra Grazia, tutto ciò si è conservato in uno stato di fossilizzazione e non è praticamente più ravvivato dal soffio della coscienza: ma si manifesta di nuovo e immediatamente in tutta la sua vitalità quando l’uomo, oggi, parla come massa. Una condizione medio-bassa dello spirito e dell’anima si abbandona del tutto spudoratamente alla sua presunzione, non appena può presentarsi sotto la tutela del partito, della nazione, della setta o della corrente artistica, e può dire «noi» invece di «io».”
(Robert Musil, “Sulla stupidità”, ed.SE)

“Non si può fare di un popolo un solo individuo”

“La disposizione mentale a considerare gli uomini collettivamente, a caratterizzarli e giudicarli in blocco, è oltremodo diffusa. Caratteristiche di tal genere – ad esempio dei tedeschi, dei russi, degli inglesi – non riguardano mai concetti di genere sotto i quali possano venire sussunti i singoli uomini, ma indicano solamente il tipo, a cui essi possono più o meno corrispondere. Questa confusione tra una concezione basata sui generi e una basata sulle tipologie è il segno del pensare in base a una collettività: i tedeschi, gli inglesi, i norvegesi, gli ebrei – e così via: i frisi, i bavaresi – oppure gli uomini, le donne, i giovani, i vecchi. Il fatto che grazie alla concezione tipologica si viene pure a cogliere qualche cosa di vero, non deve farci credere di aver compreso in tutto e per tutto il singolo individuo, quando lo consideriamo designato da quelle caratteristiche generali. Questa è una forma mentale che, attraverso secoli, si trascina come un mezzo per determinare l’odio reciproco tra i popoli e i gruppi umani. Questa forma mentale, che dai più viene considerata purtroppo come ovvia e naturale, i nazionalsocialisti l’hanno applicata nella maniera peggiore e attraverso la loro propaganda l’hanno fatta entrare nelle teste quasi a martellate. Era come se non ci fossero più uomini, ma soltanto appunto quelle collettività.

Non c’è mai un popolo che sia un tutto unico. Tutte le delimitazioni che noi operiamo per poterlo determinare, vengono sorpassate nel campo dei fatti. La lingua, la nazionalità, la cultura, i destini comuni, tutte queste sono cose che non collimano, ma si intersecano. Un popolo e uno stato non coincidono, e nemmeno lingua e destini comuni e cultura.

Non si può fare di un popolo un solo individuo.”

(Karl Jaspers, “La questione della colpa”, 1946)

“L’Unico e la sua proprietà” (Max Stirner)

L'unico

Ti devo fare una confessione – cominciò Ivàn. – Non sono mai riuscito a capire come si possa amare il prossimo. Sono proprio le persone vicine che, secondo me, è impossibile amare; se mai è più facile amare quelle lontane. Ho letto, non so più né quando né dove, che una volta “Giovanni il misericordioso”* (un santo), siccome gli si presentò un uomo affamato e pieno di freddo che lo pregò di farlo riscaldare, si mise nel letto insieme con lui, lo abbracciò, e cominciò a soffiargli il fiato caldo nella bocca, che era marcia e puzzolente per via di un male orribile. Io sono convinto che lo fece con gran pena, col tormento di dover mentire, perché il dovere gli ordinava di amare e perché si era imposto una penitenza. Per amare un uomo bisogna che quello si nasconda, ma appena tira fuori il viso l’amore svanisce.

(Fëdor Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”).

Ho scelto di aprire quest’articolo su “L’unico e la sua proprietà” di Stirner perché mi pare che le parole tratte dal capolavoro di Dostoevskij possano rappresentare una chiave interpretativa possibile nell’approcciarsi a questo testo ostico e sul quale non è facile scrivere. Sono stato molto titubante, infatti, circa l’eventualità di stilare queste mie impressioni, considerata la difficoltà che ho nel discernere tra ciò che dell’opera di Stirner può essermi utile e ciò che ritengo doveroso accantonare. Il saggio filosofico non è complicato sotto il profilo letterale, né pesante, anzi, la lettura, almeno fino a metà, risulta gradevole, salvo poi diventare un po’ ripetitiva nella seconda parte. Lo stile è brillante, Stirner è sarcastico, dissacrante.

Il fatto è che Stirner, più ancora di ogni altro genere di testo che possa passarci tra le mani, si presta ad appropriazioni e interpretazioni persino opposte tra loro, a seconda che se ne voglia sottolineare un aspetto o un altro. Continua a leggere…

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