Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Un uomo che dorme” (Georges Perec)

perec

“Non volere più niente. Aspettare finché non ci sia più nulla da aspettare. Vagare, dormire. Lasciarsi portare dalla folla, dalle vie. Seguire i canaletti di scolo, le inferriate, l’acqua lungo le sponde. Camminare lungo il fiume, rasente ai muri. Perdere tempo. Tenersi lontano da ogni progetto, da ogni smania. Essere senza desideri, senza risentimenti, senza ribellione.

Davanti a te, nel corso del tempo, una vita immobile, senza crisi e senza disordine: nessuna asperità e nessuno squilibrio. Un minuto dopo l’altro, un’ora dopo l’altra, un giorno dopo l’altro, una stagione dopo l’altra, qualcosa comincerà che non avrà mai fine: la tua vita vegetale, la tua vita azzerata.”

(Georges Perec, “Un uomo che dorme”, ed. Quodlibet)

“Un uomo che dorme” è l’educazione all’indifferenza verso tutto e tutti di uno studente venticinquenne che un giorno, invece di alzarsi per andare a sostenere un esame universitario, resta a letto a dormire. Al culto dell’azione egli contrappone la propria inazione. La discesa nell’ozio e nella solitudine è inesorabile, e il giovane non ha alcun desiderio, progetto, voglia di ribellarsi alla quotidianità che lo vede vagabondare per la città, girare per caffè, librerie, viali, musei, come un fantasma.

“Col tempo la tua freddezza diventa leggendaria. Gli occhi hanno perso ogni espressività, la figura ora è perfettamente cascante. Una serenità senza tedio, senza amarezza, si è inscritta agli angoli della tua bocca. Vai per la strade come scivolando, intoccabile, protetto dall’usura moderata dei tuoi vestiti, dalla neutralità della tua camminata. Ormai hai solo gesti automatici. Pronunci solo le parole necessarie. Chiedi:

– un caffè,

– un posto davanti,

– un menù e un rosso,

– una birra,

– uno spazzolino da denti,

– un taccuino.

Paghi, intaschi, prendi posto, consumi.”

 

“Non hai imparato niente, tranne che la solitudine non insegna niente, che l’indifferenza non insegna niente: era un’impostura, una fascinosa e ingannevole illusione. Eri solo, tutto qui, e volevi proteggerti; volevi tagliare per sempre i rapporti tra te e il mondo. Ma tu sei così poca cosa, e il mondo un tal parolone: alla fine, il tuo non è stato altro che un errare in una grande città, e costeggiare chilometri di facciate, vetrine, parchi e lungofiume.”

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Una barba indifferente

Con la mia barba ho un rapporto affine a quello che ho sempre avuto con il concetto di “Dio”. Un’indifferenza, o presunta tale, che affonda le radici nell’adolescenza. Talvolta, però, ne sento il bisogno, e allora lascio che la crescita abbia luogo, quasi che possa esserci davvero qualcosa che mi accompagni, mi mascheri e sorregga il vuoto sotto i miei occhi. Basta poco ad accorgermi, però, che si tratta di una sensazione autoindotta, che quella crescita non avviene in modo da accrescere anche il resto di me, bensì in maniera frammentaria, discontinua, evidenziando vuoti che prima, nel vuoto totale, non coglievo. Allora, guardandomi allo specchio, non scorgo il volto di un uomo più sicuro, più misterioso, più “maschio”, ma solo quello di un prete alcolizzato e barbone, appena uscito da una seduta psichiatrica.
Quando ciò accade, capisco che bisogna tagliare in modo netto, senza pensarci troppo. In fondo, la barba non soffre, e se anche soffrisse, non potrei farci niente.
(P.s.: articolo che ha l’evidente scopo di temporeggiare in attesa di avere qualche altro libro da pseudo-recensire; ho disatteso la consegna del silenzio, auspicabile quando non si ha nulla di meglio da dire, e forse anche quando si ha qualcosa da dire.

“I racconti 1927 – 1951” (Alberto Moravia)

Moravia

“La timidezza di Gianmaria, dovuta all’età giovanile e all’esuberanza chimerica dell’immaginazione, era così profonda e, nello stesso tempo, accompagnata da una tanto rabbiosa volontà di disinvoltura e di franchezza, che, spesso, il risultato era una strana sfrontatezza insieme imprudente e inutile. Gli accadeva così, ossessionato com’era dal timore di parere timido, di precipitare azioni che avrebbero richiesto lunghi e cauti approcci; oppure di buttarsi ad occhi chiusi, quasi spaventato dal proprio coraggio, in imprese ridicole o sterili o pericolose dalle quali ogni uomo sicuro di sé avrebbe rifuggito. Ancora, questa ostinata aspirazione a parere diverso da quello che era e a sforzare la propria natura, lo portava ad agire senza necessità, secondo certi suoi calcoli astratti e rigidi coi quali si illudeva di creare motivi e regole di condotta che in realtà gli mancavano affatto. E il tratto più curioso era che, una volta assunte queste parti insincere e puntigliose, come certi attori molto bravi, se ne investiva al punto di crederci; e di provare davvero quei sentimenti che in principio non aveva fatto che fingere”.

(Alberto Moravia, “L’imbroglio”, in “I racconti 1927 – 1925”, ed. Tascabili Bompiani)  

Alberto Moravia esordì nel mondo del romanzo con “Gli indifferenti”, pubblicato nel 1929, quando lo scrittore aveva appena ventidue anni ed era agli albori di una lunga carriera che l’avrebbe poi portato a scrivere, oltre a saggi, articoli giornalistici e reportage, una sfilza di altri romanzi, alcuni meno riusciti, la grande parte di assoluto rilievo, a cominciare da “La noia” (1960), che a mio parere, assieme a quello dell’esordio, costituisce una vetta dell’opera di Moravia. Il volume “I racconti 1927 – 1951” raccoglie, per l’appunto, una serie di racconti che Moravia elaborò in quel lungo periodo che intercorre tra le due opere sopra citate. Senza dimenticare che intanto produsse altri romanzi, si può dire che nei racconti stessi ritroviamo, talvolta solo accennate, altre più sviscerate, le tematiche caratterizzanti quei due libri e più in generale l’intera produzione narrativa dell’autore. Ambientati nell’ambiente della media borghesia romana, classe alla quale Moravia apparteneva ma che castigava nei suoi scritti, i racconti rivelano un mondo di relazioni ipocrite, spesso fondate unicamente sul potere corruttivo del denaro, su un’indifferenza reciproca malcelata e su rapporti amorosi che non riescono a redimere esistenze superficiali, inette, abuliche, dagli slanci di entusiasmo saltuari e improntate a una solitudine dalla quale è difficile sfuggire.

Un quadro così fosco, però, non deve indurre chi legge quest’articolo ad abbandonare i racconti di Moravia al suo destino infausto. Gli stessi, infatti, sebbene trattino gli argomenti predetti, sono tutt’altro che noiosi o angoscianti. A parte qualche eccezione, cioè qualche racconto meno riuscito, la maggiore parte sono pregevoli ritratti di personaggi alle prese con dilemmi, scelte e ambiguità che appartengono all’essere umano, che ne rivelano le grandezze e le brutture, non così disgiunte come una facile divisione tra bene e male potrebbe ipotizzare. Moravia ci guida in un’analisi della gelosia retrospettiva che coglie un’amante, analizza il percorso psicologico di un paziente ospedaliero che si crogiola nella sua malattia per fuggire dalla realtà, antipica “La noia” sviscerando l’atteggiamento ozioso di un ricco perdigiorno, delinea la figura di un avaro che anche nei rapporti sentimentali è incapace di donarsi e preferisce l’immaginazione alla realizzazione concreta delle sue speranze, svela i tortuosi meccanismi che legano due apparenti amici, e soprattutto analizza in modo mirabile i meccanismi della seduzione, un gioco pericoloso e spesso condotto con armi improprie e talvolta letali.

Tra quelli che più mi hanno convinto, segnalo “Inverno di malato”, “L’architetto”, “L’imbroglio” (del quale ho visto anche la trasposizione televisiva, certo non paragonabile al racconto ma fedele), “Ritorno dalla villeggiatura”, “La solitudine” e “L’avventura”.

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