Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “incontri”

“Ella non osa parlarne, eppure ci pensa” (Søren Kierkegaard)

dav

“Perché tutto può dimenticare una ragazza, tranne una relazione. La vita di società, è vero, mette in contatto con il bel sesso, ma non permette di iniziare un rapporto, perciò vale a ben poco. In società ogni ragazza si presenta difesa dalle sue armi, la situazione è sempre la stessa e non suscita certo brividi di voluttà. Invece per la strada si trova come in alto mare, cosicché tutto ha maggiore effetto e sembra più misterioso. Darei cento talleri per il sorriso di una ragazza in strada, ma neanche dieci per una stretta di mano in un salotto. La cosa è ben diversa. Si deve cercare la ragazza in società solo se qualcosa c’è già stato. Si stabilisce allora una comunicazione invisibile e segreta tra noi e lei, e questo è seducente e rappresenta il miglior incitamento che io conosca. Ella non osa parlarne, eppure ci pensa. Non sa se abbiamo dimenticato o meno. La si può ingannare ora in un modo, ora nell’altro.

Quest’anno non mi andrà tanto bene con le altre, sono troppo preso da lei! Il mio bottino, in un certo senso, resterà magro, ma in cambio ho la speranza di ottenere il primo premio.”

(Søren Kierkegaard, “Diario del seduttore”, ed. Giunti)

“…ci scambiamo sguardi interrogativi…” (estratto da “Il gioco degli occhi”, E. Canetti)

IMG_20150724_173721

Ogni tanto il ritmo delle mie letture rallenta, poi però incontro un libro che già stava aspettando me sullo scaffale, lo inizio e capisco che il ritmo era lento proprio perché stavo anch’io aspettando quel libro, nello specifico “Il gioco degli occhi” di Elias Canetti, seguito di “La lingua salvata” e “Il frutto del fuoco”.

Zweig incontra Joyce a Zurigo

joyce(Un altro estratto dal libro di Zweig che sto leggendo. In questo caso l’autore racconto del suo incontro con James Joyce, a Zurigo, dove entrambi si erano rifugiati in periodo di guerra)

“Quando alcuni giorni più tardi conobbi James Joyce, egli respinse aspramente ogni affinità con l’Inghilterra, dichiarandosi irlandese. Scriveva, disse, in inglese, ma non pensava e non voleva pensare in inglese: “Vorrei una lingua che stesse al di sopra delle lingue, una lingua alla quale tutte le altre servissero. In inglese non posso esprimermi totalmente senza inserirmi con ciò in una tradizione”. A me tutto questo non parve molto chiaro, non sapendo che già allora stava componendo il suo Ulisse. Mi aveva soltanto prestato il suo Portrait of an artist as a young man, l’unico esemplare che possedesse, ed un piccolo dramma, Exiles, che allora pensai persino di tradurre per aiutarlo. Quanto più lo conoscevo, tanto più mi sorprendeva la sua fantastica conoscenza delle lingue; dietro quella fronte rotonda dalla solida linea, che alla luce elettrica aveva la lucentezza della porcellana, erano fissati tutti i vocaboli di tutti gli idiomi ed egli giocava con essi nel modo più brillante. Una volta mi domandò come avrei riprodotto in tedesco una frase difficile del suo Portrait e cercammo insieme dapprima una forma italiana e francese; per ogni parola ne aveva a disposizione quattro o cinque in ogni idioma, comprese quelle dialettali, e conosceva il loro valore ed il loro peso nelle più sottili sfumature. Si spogliava raramente di una certa amarezza, ma credo che questo lieve stato di irritazione rappresentasse appunto la forza che dall’interno lo rendeva impetuoso e produttivo. Il suo rancore contro Dublino, contro l’Inghilterra, contro certe persone, assumeva in lui forma di energia dinamica che esplose soltanto nell’opera poetica. Pareva che amasse la propria asprezza; non l’ho mai visto ridere e in fondo neppure sereno. Dava sempre l’impressione di una forza oscura concentrata in sé, e quando lo vedevo per la strada, le labbra sottili serrate, sempre a passo frettoloso, come fosse diretto verso una mèta precisa, intuivo ancor di più che durante i nostri colloqui il quasi ostile isolamento della sua natura. Non fui affatto stupito più tardi che proprio lui avesse creata l’opera più solitaria, più staccata da ogni nesso, l’opera che piombò nel nostro tempo simile a una meteora”.

(Stefan Zweig, “Il mondo di ieri”)  

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: