Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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La crudeltà di un “ciao”

Non si discute abbastanza, in giro e sui mass-media, di quanto possa essere crudele la parola “ciao”. Tu dici “ciao” e dai per scontato che non sia un “addio”, che ci sia sempre un’altra possibilità per vedersi e parlarsi. Il più delle volte, in effetti, succede, e magari ci si limita di nuovo a un “ciao”, forse perché, anche ad impegnarsi, oltre quel “ciao” tra te e l’altra persona non si potrebbe andare.

In certi casi, però, il “ciao” è più pesante, perché si porta dietro situazioni irrisolte. “Ciao”, dici, “ciao”, risponde l’altro. Eppure avreste voluto dirvi tante altre cose, chiarire qualcosa, sopire vecchi stupidi rancori, riallacciare un rapporto di qualsiasi tipo. E invece, no, “ciao” e si passa oltre. Tutto normale, nulla di eccezionale, non è che possiamo stare ad approfondire ogni “ciao” della nostra esistenza. L’oblio ci salverà. E però certe volte ti viene la voglia di fermare uno per strada e dirgli: “Ciao, perché non ci fermiamo cinque ore a parlare dei nostri ‘ciao’”? E cosa ti frena? Ti frena il pensiero che, se anche ti fermassi cinque ore a parlare con il collega di “ciao”, potresti ritenere risolte vecchi questioni, ma in fondo non risolveresti nulla, perché esse andrebbero a nutrire le “nuove questioni” che sorgono e che dovreste poi dibattere la prossima volta, non più per cinque ore, ma per cinque giorni, cinque decenni, finché, a un certo punto, arriva “addio”, che tutto risolve, lasciando tutto irrisolto.

E allora che fai? Niente, abbozzi un sorriso, anche quando ti verrebbe da piangere, dici “ciao”, a volte muovendo anche la manina, e prosegui, fischiettando un pezzo qualunque.

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“Molto prima, prima, durante, dopo, dopo il dopo” (Verdena 14.07.2015)

(Molto prima del prima)

Siamo sempre molto giudiziosi, nel mostrare la nostra (apparente, temporanea?) felicità/serenità, perché temiamo di ferire chi abbiamo calpestato per raggiungere quella felicità/serenità, chi ricercheremo quando dovremo raccontare a qualcuno che la “felicità/serenità” non esistono. Per questo siamo cauti, pacati, saggi, e non ci lasciamo andare a facili entusiasmi. Siamo “sensibili”, noi; gli altri no, sono sempre stronzi, si sa.

Questo scriveva sul suo taccuino, ma anche al mondo, con un sarcasmo i cui confini non erano più chiari neanche a lui. Poi andò a cercarsi un po’ di felicità/serenità a un concerto, ma dovette passare per una stazione, così come accade in tutte le storie, anche in quelle brevissime e senza “morale finale”.

(prima, stazione di Itri)

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Qui, dove i treni possono smetterla di travestirsi da metafore, dove, avendo scordato di portare con te un libro, puoi cominciare ad accarezzare, con libidine, la prima lettera della parola “solitudine”.

E la accarezzò, quella solitudine, sebbene quella che provava non fosse proprio libidine. Poi, dopo mezz’ora, arrivò qualcuno, poi arrivò anche il treno e capì che aveva finito di gustarsi quella “finzione di libidine da solitudine”.

(intermezzo, nel quale si giunge in città, ci si sposta, si fanno acquisti di dubbia efficacia, si raggiunge la stanza d’hotel, ci si fa la doccia, insomma dettagli poco importanti ai fini della narrazione) Continua a leggere…

Io, forse non essenzialmente io, un altro, ma è meglio fossi io

“La gelosia fisica è in gran parte un giudizio su sé stessi. Poiché sappiamo quello che siamo capaci di pensare, immaginiamo che l’altro pensi così.”
(Albert Camus)

Opzione a) Immaginiamo che l’altro stia combinando chissà cosa con chissà chi, mentre invece sta dormendo* in una camera blindata. Visionari.
Opzione b) Immaginiamo che l’altro stia combinando chissà cosa con chissà chi, ma abbiamo sbagliato il “chi”. Imprecisi.
Opzione c) Immaginiamo che l’altro stia combinando chissà cosa con chissà chi, ma il nostro “chissà cosa” è nulla di fronte a ciò che realmente sta succedendo. Ingenui.
Opzione d) Immaginiamo che l’altro stia combinando chissà cosa con chissà chi, e scopriamo che la realtà corrisponde esattamente a quel che avevamo creduto di aver solo immaginato. Lucidi.
Etc, etc, etc….

*il fatto che stia dormendo non ci rassicura per niente, ma la questione è oggetto di un diverso studio.

Il “moscerino del vino” annega e noi non possiamo che prenderne atto

La metafora non regge al contrappeso della realtà o quanto meno si evolve, così noi, un tempo intontiti dalla luna piena o da una farfalla che si brucia nella luce, oggi siamo qui a piangere le sorti del moscerino del vino, nome alquanto poco tecnico* e che riflette la nostra scarsa preparazione universitaria sul tema (la qual cosa non ci strugge). Eccoci dunque al funerale di codesto moscerino, apparso, dal nulla nel quale si trascinava quotidianamente, solo al palesarsi del vino, attrattiva per lui irresistibile, eppure fatale. E non possiamo esimerci, nel momento dell’estremo cordoglio, dal rilevare come per noi, lucidi osservatori esterni, la sorte del moscerino fosse già segnata dal momento in cui egli, preda dei suoi spasmi, non seppe resistere alla tentazione di avvicinarsi al vino, fantasticare su un’unione che avrebbe appagato e le carni e il tanto decantato spirito, insomma, dobbiamo pur dirlo, alla tentazione di credere a un amore che potesse lasciarlo in vita.

E dal nostro lucido e laico pulpito, caro moscerino, noi ti benediciamo, accettiamo la tua sorte soprattutto perché non è la nostra, ma non perché la tua fine ci funga da monito, che tanto non servirebbe. Per noi è stato facile, moscerino, vedere ciò che tu non potevi, dovevi e volevi vedere. Se solo sapessimo anche noi cosa dobbiamo, possiamo e vogliamo avvicinare, forse ci risparmieremmo di morire per colpa dell’amore, forse ci terremmo lontani da ciò che per te è stato il vino, e però, tu ne converresti se fossi ancora tra noi esseri respiranti, il nostro non sarebbe più vivere, bensì un trascinarsi.

E allora, nel congedarti, caro moscerino, innalziamo questo calice nel quale sei affogato e lo beviamo in tuo onore, pronti, come te, a inebriarci ancora una volta in nome dell’ingannevole effluvio dell’amore. E quando toccherà a noi perirne, avvertiremo che i tentativi di capirci qualcosa erano vani, perché anche noi, come te, non potevamo vederci smaniare attorno a ciò che ci avrà condannato.

*Accurate ricerche, effettuate tramite un “clic”, consentono di svelare la misteriosa identità del suicida inconsapevole (?):
http://www.treccani.it/enciclopedia/drosofila/

Un sogno

Persone sedute al tavolo di un pub. Un uomo percepisce di trovarsi in un sogno.

– So che questo è un sogno, – dice.

Gli altri lo guardano, basiti.

Lui sa che è un sogno, vuole che il sogno continui, ma vuole, ha bisogno che anche gli altri siano consapevoli che è solo un sogno.

– Adesso scrivo su un foglio che siamo in un sogno, voi lo firmate e al risveglio ve lo mostrerò.

L’uomo prende la penna e un foglio, ma si chiede come potrà trasportare quel foglio fuori dal sogno. Intanto prova a scrivere; non appena la penna tocca il foglio, l’uomo si sveglia, ritrovandosi nel suo letto, solo.

L’uomo, a differenza di un tempo, ora sa che la consapevolezza di essere in un sogno uccide il sogno stesso, e prende atto di questa metamorfosi.

L’autore, che tale non è, offre uno spunto e si mette a dormire

Io non ho né la voglia né i mezzi, ma a chi nutrisse ambizioni da scrittore o da regista, offro questa storia molto semplice, ambientata in un bar o un pub, di provincia ovviamente.
Una decina di tavoli con relative sedie, la gran parte vuoti. Quattro umani siedono ciascuno a un tavolo. Una persona fa un solitario a carte, l’altra fuma una sigaretta, la terza legge un libro, la quarta beve vino (ma qui l’autore potrà sbizzarrirsi a combinare talune di queste attività). Ciascuno dei quattro avventori è un mondo a sé stante. Ogni tanto l’uno guarda l’altro, ma per tutta la durata del racconto (o film) essi non si parlano, bloccati dalla paura di scoprirsi e scoprire. A circa dieci metri di distanza, diversi ragazzi, dall’età variabile tra i tre e i dodici anni circa, giocano, inseguendosi con lo scopo di sputarsi l’uno addosso all’altro.
Questa è la trama essenziale, il resto va da sé.
Certo, i temi sono sempre gli stessi, la solitudine, la provincia, l’incomunicabilità tra gli esseri umani, le turbolenze della gioventù. Insomma: che palle! Eppure, con un po’ d’impegno, ne verrà fuori un capolavoro, se solo qualcuno di voi ci si mette d’impegno.
Io no, non c’ho voglia, devo dormire.

“Quando lei parlava” (n. 26 da “Frammenti da un camino”)

“Tutta la serenità e l’altruismo e la virtù e il sacrificio cadono alla presenza di due – uomo e donna – che tu sai che hanno chiavato o chiaveranno. Quel loro sfacciato mistero è intollerabile. E se uno dei due è tutto il tuo sogno? Che cosa diventi allora?”

(Cesare Pavese)

Quando Nadia parlava, Ivano non si sentiva più immerso in una bolla romanzesca, avvertiva lo straripante peso dei fatti che le erano accaduti, ai quali era stato estraneo, e che l’avevano ferita, eventi che lui, allontanatosi per circostanze che non avevano saputo gestire, ora ascoltava da quella bocca spesso bramata ma che, in quel frangente, esprimeva un dolore che affondava, per l’appunto, in una zona dell’esistenza a lui fino allora ignota. La ragazza narrava le sue vicissitudini, le difficoltà insorte, l’abbandono che l’aveva colta e dalla quale stava cercando di districarsi, appigliandosi a ciò che ancora sentiva essere vivo in lei; Ivano, nel vederla sofferente, si colpevolizzò per la propria miopia emotiva e un intenso sentimento di compassione lo colse. Eppure, sarebbe stato falso negarlo, non riusciva a scindere un groviglio di sensazioni che, provenienti da quel passato che sembrava ormai sepolto, intervenivano a inquietare anche quella conversazione, turbandolo per via dell’egoismo che sentiva in agguato.

Si erano riavvicinati da qualche tempo, e lui credeva, stavolta, di poterle davvero essere di sostegno, almeno ascoltandola, più che tramite consigli che sentiva di non saper dare. Lei doveva riorganizzarsi l’esistenza, così gli aveva detto, doveva riappropriarsi di spazi e ridefinire le priorità, tra le quali, specificò quasi a metterlo in guardia preventivamente, non c’era spazio per alcuna relazione. Per Ivano tutto era, razionalmente, molto chiaro, e analizzando la situazione si rendeva conto che tra lui e quell’amica ritrovata non avrebbe potuto esserci altro che non quel rapporto franco, reinstaurato dopo tre anni.

Quello squarcio inedito di esistenza che gli stava confidando Nadia, però, Continua a leggere…

Castelli di carta

Quando mi metto lì, a predisporre ordinatamente i miei ricordi, con l’intenzione di erigere un equilibrato castello di carte, o un elegante muro di mattoncini ben attaccati l’uno all’altro, avverto quanto quell’ordine sia accettabile solo se do per assodata la loro artificiosità, se non m’interrogo sulla veridicità degli stessi. È, insomma, un inevitabile romanzare gli eventi, scegliere solo una tra le possibili modalità di legare tra loro i singoli frammenti di quel magma indefinito che è la memoria, e soprattutto ergermi a despota di quella altrui, impedendo che possano, con le loro parole, creare falle nel sistema che sto costruendo.
A scombinare il tutto, però, basta il confronto con il singolo ricordo di un altro, che giunge come uno scossone a far crollare le carte, a spargere al suolo i mattoncini. Quest’operazione continua e impossibile da fermare mi appare come una delle possibili definizioni della parola “esistenza” o “vita”. Può anche far male essere costretti a raccogliere le carte o i mattoncini per ricominciare da capo, perché ci si è accorti che la “nostra” disposizione, che credevamo potesse valere anche per l’altro, è solo una scelta arbitraria, alla quale l’altro, impegnato a sua volta nell’opera di costruzione e demolizione, non può aderire.
A volte, però, alla malinconia che segue il crollo, s’accompagna una sensazione di struggente dolcezza, che può manifestarsi con un po’ di liquido negli occhi che ti sorprende, che t’impedisce, per un po’, di prendere in mano le carte o i mattoncini, ma che ti fa sentire vivo, non inaridito, che ti fa pensare, ancora una volta, che “bisogna immaginare Sisifo felice”.
(L’autore, deposta la penna, e anche il mouse, si dirigeva verso la piazza con andatura non troppo convinta, anelando un cornetto alla crema, benché conscio di quanto deleterio quest’atto possa essere per il suo amico stomaco).

“Il vino di Nadia” (n. 25, da “Frammenti da un camino”)

– Ti hanno lasciata s­­ola? – le chiese il gestore del locale, uno che, per fortuna, non aveva intenzione di erudirla sulle cause della crisi economica o, ancora peggio, illuminarla sul perché “una bella ragazza non possa restarsene sola”.

– Sì, ma non c’è problema, qualcuno forse arriverà, o forse no, io sono in avanscoperta, – rispose Nadia sorridente. – Potrei avere un bicchiere di vino rosso? – aggiunse.

Nella cantina, quella sera, c’erano undici persone, Nadia le aveva contate. Cinque erano nell’altra stanza, se ne sentiva solo l’eco di risate più o meno forzate. Nelle sue vicinanze, invece, c’erano due ragazze sedute all’angolo, e poi due uomini e una donna, al tavolo accanto al suo. Uno dei due, che la conosceva meglio, la invitò ad unirsi a loro.

– Sto più comoda su questa poltrona, grazie, – addusse come scusa, restandosene in disparte.

– Ok, come vuoi, – osservò laconico il ragazzo, perplesso da quel rifiuto imprevisto.

Non aveva alcuna voglia di partecipare a discussioni su argomenti che non le interessavano, Continua a leggere…

“Io e te siamo una coppia metodica”

La mia ragazza aveva deciso di essere metodica e di rendere metodico tutto il nostro rapporto, sottovalutando che io fossi, nell’animo, già più metodico di quanto potessi apparirle, e di certo più metodico di lei, nonostante la mia tendenza a divagare, ad aprire parentesi, a costruire frasi contorte piene di subordinate all’apparenza infinite, potesse far pensare che io, di Metodo, ne avessi ben poco. Invece ne avevo e tuttora ne ho, e lei dev’essersene accorta, alla fine. Adesso la nostra relazione è piena di Metodo, di regole costanti, precise, puntali, che regolamentano la nostra storia, norme che abbiamo stabilito assieme, perché il gioco è bello, ma dev’essere anche sottoposto a vincoli e limiti che i giocatori devono rispettare, altrimenti non è più un gioco, ma una guerra.

Le nostre regole sono il presupposto fondamentale affinché il Metodo abbia la sua pratica applicazione, e il Metodo è, a sua volta, la cornice che rende possibile tenerci avvinti, sì da scongiurare il rischio che tutto finisca per volatilizzarsi. Ci vuole Metodo, insomma, su questo io e lei siamo sempre stati d’accordo, Continua a leggere…

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