Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Archivio per il tag “identità”

Mutamenti (un articolo pigro)

“Non c’è un uomo che differisca più da un altro che da sé nella successione del tempo”, scriveva Blaise Pascal, citato anche da Pirandello nel saggio “L’umorismo”. L’amico Blaise ci fornisce, dunque, un alibi per la schizofrenia eventuale dei nostri giudizi-gusti-passioni-comportamenti. “Nella successione del tempo”, la chiave sta tutta lì. Un arco temporale che può essere di dieci anni o di un nanosecondo.

Avevo intenzione, oggi, di scrivere alcune considerazioni sul tema, ma constatata la confusione nella mia mente, nonché la pigrizia paralizzante, ho preferito continuare la lettura di “Resurrezione” di Tolstoj. Leggendo, però, ho ritrovato, nel breve passo che vi riporto, il tema della nostra identità, Continua a leggere…

“Il fu Mattia Pascal” (Luigi Pirandello)

Il fu Mattia Pascal

“Avevo già sperimentato come la mia libertà, che a principio m’era parsa senza limiti, ne avesse purtroppo nella scarsezza del mio denaro; poi m’ero anche accorto ch’essa più propriamente avrebbe potuto chiamarsi solitudine e noja, e che mi condannava a una terribile pena: quella della compagnia di me stesso; mi ero allora accostato agli altri, ma il proponimento di guardarmi bene dal riallacciare, foss’anch debolissimamente, le fila recise, a che era valso? Ecco, s’erano allacciate da sé, quelle fila; e la vita, per quanto io, già in guardia, mi fossi opposto, la vita mi aveva trascinato, con la sua foga irresistibile: la vita che non era più per me.”

(Luigi Pirandello, “Il fu Mattia Pascal”, Loescher editore)

“Il fu Mattia Pascal”, oltre a essere un capolavoro della letteratura italiana (e non solo), rappresentò, insieme a “La coscienza di Zeno” e ai romanzi di Dostoevskij, una svolta importante nel mio approccio ai romanzi. I temi dell’identità e del doppio mi hanno sempre affascinato e chi ha avuto il masochismo necessario per leggersi la presentazione di questo blog avrà forse notato un qualche influsso pirandelliano. Pubblicato per la prima volta nel 1904, prima a puntate e poi in volume, fino all’edizione definitiva nel 1921, il romanzo segna, nell’ampia e pregevole produzione di Pirandello, una svolta dalle concezioni antecedenti, positivistiche e oggettivistiche, a quelle relativistiche e soggettivistiche, che poi l’autore svilupperà nelle altre sue opere, fino a giungere all’apice, all’esplosione delle identità con “Uno, nessuno, centomila” .

“Il fu Mattia Pascal” anticipa di soli quattro anni il saggio “L’umorismo”, con il quale Pirandello, Continua a leggere…

“Signorina cuorinfranti” (Nathanael West)

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“Forse riesco a spiegartelo. Cominciamo dall’inizio. Un tizio viene assunto col compito di dare consigli ai lettori di un giornale. La rubrica altro non è che una manovra per aumentare la tiratura, e l’intera redazione la considera una specie di scherzo. Ma al tizio quell’incarico va benissimo, perché prima o poi potrebbe passare a una rubrica più mondana, e in ogni caso è stufo di fare l’eterno galoppino. Si rende conto anche lui che quella rubrica è una cosa da ridere, ma dopo che ci lavora qualche mese comincia a non trovare più la cosa tanto buffa. Si accorge che la stragrande maggioranza delle lettere non sono altro che appelli profondamente umili per ottenere consigli di ordine spirituale e morale, che si tratta di espressioni inarticolate di una sofferenza autentica. Inoltre il tizio scopre che i suoi corrispondenti lo prendono sul serio. Per la prima volta è costretto a verificare i valori su cui è basata la sua vita. Questa verifica gli dimostra che è lui la vittima dello scherzo, non viceversa”.

(Nathanael West, “Signorina cuorinfranti”, ed. minimum fax)

“Signorina cuorinfranti” è la traduzione scelta dalla Bompiani nel 1948, data della prima pubblicazione in Italia del romanzo di Nathanael West, autore del quale avevo già letto, qualche mese fa, “Il giorno della locusta”. La “minimum fax”, presso la quale ho acquistato il romanzo alla fiera “Più libri più liberi”, conserva questo titolo; quello originario, “Miss Lonelyhearts”, letteralmente sarebbe Signorina Cuorisolitari, e fa riferimento al protagonista, un giornalista incaricato di ricevere lettere dai lettori e consigliarli sulle loro vicende sentimentali. Così detto, potrebbe sembrare, almeno a me, un romanzo rosa poco accattivante, e invece non è così, perché West, che nel corso della sua breve esistenza non ebbe molta fortuna, elabora una storia tragicomica che non si rivela essere solo una commedia nera, ma offre spunti di riflessione di diverso tipo.

In primo luogo, il protagonista, da noi conosciuto solo come Miss Lonelyhearts, vive l’ambiguità di chi, uomo, appare ai suoi lettori come una donna, ma questo sarebbe il meno. Il fatto è che Miss Lonelyhearts non sopporta più il peso delle lettere che riceve, perché ciò che all’inizio era una sorta di scherzo o comunque una trovata per aumentare il numero dei lettori, si rivela un qualcosa che scava nella mente del giornalista, Continua a leggere…

“La sicurezza della pausa – caffè” (da “Frammenti da un camino”, n. 18)

– Per esempio, se adesso proponessi di fare la pausa – caffè, sono sicuro che voi apprezzereste, non è così?

Un sospiro di sollievo collettivo accolse le parole di Giorgio, lo psicologo che da quasi mezz’ora cercava di mantenere svegli i partecipanti a quel corso di formazione, organizzato dalla Regione nell’ambito d’interventi contro la crisi occupazionale. Il ragazzo, poco più che trentenne, aveva un compito difficile, considerando che gran parte dei presenti non aveva molto interesse per la psicologia applicata alle dinamiche aziendali; per lui era un’impresa spiegare l’importanza di un colloquio di lavoro affrontato con il giusto piglio o di un curriculum scritto in maniera non approssimativa. Sapeva benissimo, essendoci passato anche lui negli anni precedenti, che le sue parole sarebbero suonate vuote a gran parte dei presenti che, infatti, reprimevano a stento sbadigli, sussurravano tra di loro, fingevano di prendere appunti. Il gruppo era molto eterogeneo e questo creava, dal suo punto di vista, dinamiche interessanti.

– Noto che finalmente avete mostrato entusiasmo per una mia affermazione – sorrise Giorgio, smontando però subito la febbrile attesa degli altri – Il caffè lo prenderemo tra dieci minuti, adesso voglio terminare questo discorso sulla “sicurezza”, parlandone con voi.

Il tema di quella giornata del corso era proprio la “sicurezza”, intesa come fiducia in sé stessi.

– Allora, prima vi ho detto che l’uomo ha bisogno di sicurezza. Vi ricordate in relazione a quali bisogni è innanzitutto necessaria tale sicurezza? Continua a leggere…

“Maschere nude, vol. 1” (Luigi Pirandello)

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SIRELLI                 Potresti negar l’evidenza, se domani quest’atto ti venisse presentato?

LAUDISI               Io? Ma non nego nulla io! Me ne guardo bene! Voi, non io, avete bisogno dei dati di fatto, dei documenti, per affermare o negare! Io non so che farmene, perché per me la realtà non consiste in essi, ma nell’animo di quei due, di cui non posso figurarmi d’entrare, se non per quel tanto ch’essi me ne dicono.

SIRELLI                 Benissimo! E non dicono appunto che uno dei due è pazzo? O pazza lei, o pazzo lui: di qui non si scappa! Quale dei due?

AGAZZI                 È qui la questione!

LAUDISI               Prima di tutto, non è vero che lo dicano entrambi. Lo dice lui, il signor Ponza, di sua suocera. La signora Frola lo nega, non soltanto per sé, ma anche per lui. Se mai, lui – dice – fu un po’ alterato di mente per soverchio amore. Ma ora sano, sanissimo.

SIRELLI                 Ah, dunque tu propendi, come me, verso ciò che dice lei, la suocera?

AGAZZI                 Certo che, stando a ciò che dice lei, si può spiegare tutto benissimo.

LAUDISI               Ma si può spiegar tutto ugualmente, stando a ciò che dice lui, il genero!

SIRELLI                 E allora – pazzo – nessuno dei due? Ma uno dev’essere, perdio!

LAUDISI               E chi dei due? Non potete dirlo voi, come non può dirlo nessuno. Continua a leggere…

“Sei personaggi in cerca d’autore” (Luigi Pirandello)

Sei personaggi in cerca d'autore“Io ho voluto rappresentare sei personaggi che cercano un autore. Il dramma non riesce a rappresentarsi appunto perché manca l’autore che essi cercano; e si rappresenta invece la commedia di questo loro vano tentativo, con tutto quello che essa ha di tragico per il fatto che questi sei personaggi sono stati rifiutati.

Ma si può rappresentare un personaggio, rifiutandolo? Evidentemente, per rappresentarlo, bisogna invece accoglierlo nella fantasia e quindi esprimerlo. E io difatti ho accolto e realizzato quei sei personaggi; li ho però accolti e realizzati come rifiutati: in cerca d’altro autore.

Bisogna ora intendere che cosa ho rifiutato di essi; non essi stessi, evidentemente; bensì il loro dramma, che, senza dubbio, interessa loro sopra tutto, ma non interessava affatto me, per le ragioni già accennate.

E che cos’è il proprio dramma, per un personaggio?

Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, Continua a leggere…

Specchio delle sue brame

Seduto dall’altro lato del tavolo, il Dottore sembrava parte dell’arredamento, elegante ma accogliente come tutti gli oggetti che componevano quella stanza. Dopo averlo salutato, il Paziente fu quasi stupito dal fatto che il Dottore fosse dotato di parola, incasellato com’era tra il tavolo e le pareti ricolme di specchi, circondato da portacenere luccicanti, penne, quaderni, lettino e quant’altro facente parte del suo bagaglio professionale.

– Si accomodi. La attendevo per le 17.00 o forse la mia memoria comincia a perdere colpi? – esclamò sorridendo e digitando qualcosa sulla tastiera.

(è arrivato un paziente, ti spiace se riprendiamo la conversazione appena l’avrò liquidato?)

(ma come, proprio adesso…)

Il Paziente spiegò che, non avendo visto alcuno in sala d’aspetto, aveva deciso di bussare alla porta con qualche minuto d’anticipo, ma che avrebbe potuto anche tornare di là e attendere.

– Si figuri, nessun disturbo, stavo scrivendo un articolo che mi è stato commissionato, ma lo farò dopo aver parlato con lei.

(hai ragione cara, anche per me non è facile interrompere…non dovremmo scriverci certe cose in certi orari, sappiamo tutti e due che siamo sensibili all’argomento…)

(chiamalo “argomento” adesso…non dovremmo istigarci in orario di lavoro, ma ormai l’abbiamo fatto e immagino come sei ridotto in questo momento, ahaha….)

– Ecco, chiudo il file e apro la sua scheda paziente. Mi accennava telefonicamente al suo problema, me lo esponga e vediamo di cosa si tratta.

– Le dicevo, Dottore, che qualche giorno fa ho riflettuto sull’uso dei social network, su Facebook in particolare, Continua a leggere…

“La paga dei soldati” (William Faulkner)

faulkner

“Il ritorno a casa di Donald Mahon, povero figliolo, era press’a poco come una delle nove meraviglie del mondo. Entravano vicini curiosi e gentili, uomini che restavano in piedi o sedevano gioviali, ragguardevoli, pieni di premure; solidi uomini d’affari interessati alla guerra solo in quanto prodotto secondario dell’auge o della caduta del signor Wilson, e interessati a ciò solo dal punto di vista dei dollari e dei cents, mentre le mogli incrociavano ciarle sui loro abiti, davanti al ciglio sfregiato, immemore di Mahon; alcune delle più casuali conoscenze del rettore, democraticamente prive di cravatta, masticando tabacco nella guancia rigonfia, rifiutavano, al loro ingresso, con timidezza ma fermamente, di cedere i cappelli; le ragazze che aveva conosciuto, con le quali aveva ballato o che aveva corteggiato nelle notti d’estate, venivano ora a guardare la sua faccia e immediatamente si facevano da parte con nausea repressa, e non venivano più, a meno che, durante la prima visita, la sua faccia non fosse rimasta nascosta (dopo di che trovavano finalmente il modo d vederla); i ragazzi venivano per andarsene via irritati, perché egli non avrebbe potuto raccontare loro nessuna storia di guerra, e tutto questo si muoveva attorno a lui, mentre Gilligan, il suo arcigno maggiordomo, manovrava tutti con imparziale scoraggiante autorità. – Adesso fila via. – ripeté al giovane Robert Saunders, che era venuto con vari coetanei ai quali aveva promesso di mostrare qualcosa di buono in fatto di soldati storpiati”.

(William Faulkner, “La paga dei soldati”, ed. Garzanti)  

La paga dei soldati”* di William Faulkner giaceva sugli scaffali della mia libreria da un paio di anni, in un’edizione Garzanti del maggio 1965, prezzo di copertina 350 lire. L’avevo acquistato presso una bancarella dell’usato e poi riposto lì, consapevole che un giorno o l’altro l’avrei letto. Di Faulkner in passato ho letto altri romanzi, tutti apprezzabili, alcuni dei veri capolavori, come “L’urlo e il furore”, “Luce d’agosto” e “Requiem per una monaca”. “La paga dei soldati” fu il primo libro pubblicato da Faulkner, edito nel 1926 e dimostra già la sua sapienza narrativa, la sua abilità nel costruire un intreccio a più voci, facendoci penetrare negli anfratti più profondi e spesso sordidi dei personaggi, scavando oltre la loro superficie. Faulkner già in questo romanzo si serve di alcune strategie che poi affinerà in altri romanzi, quali l’uso delle parentesi per farci intendere il reale pensiero del personaggio che sta parlando, o anche l’interposizione, all’interno di una narrazione “dall’alto”, di brani in prima persona, o di lettere, brevi frammenti, frasi estrapolate dalla folla, il tutto con un ritmo, un’ironia latente e uno spirito d’osservazione rari. Non a caso Faulkner è considerato uno dei più grandi della narrativa statunitense del Novecento.

In questo romanzo il protagonista è pressoché assente dalla storia, o meglio, è proprio la sua assenza a renderlo protagonista rispetto agli altri, che ruotano attorno a lui, che lottano, sperano, s’illudono, s’ingelosiscono, litigano, in funzione sua. Donald Mahon ha combattuto la prima guerra mondiale e ne è uscito male. Sopravvissuto, ma come morto. Sfregiato in volto, quasi cieco, smemorato, è riportato a Charleston, suo paese d’origine, da un suo commilitone, Joe Milligan, e dalla signora Powers, vedova per causa di guerra e incontrata sul treno carico di reduci. Al paese c’è Cecily Saunders, la sua ex ragazza, che lo credeva morto e che nel frattempo, seguendo la sua natura disperata e civettuola, si consola con l’arrogante George Farr, ma è inseguita anche dallo stratega e viscido Gennaro Jones. Il ritorno di Donald porterà scompiglio nelle vite altrui, scatenando aspri combattimenti all’insegna dell’ossessione amorosa e della gelosia. Anche altri personaggi, che qui non nomino per non svelare ulteriormente la trama, entreranno a far parte di questa lotta a più cuori e cervelli, che Faulkner condisce con la sua ironia pungente, che non risparmia nemmeno i concittadini di Donald, così premurosi di andarlo a visitare e quasi scontenti di non vederlo morto, perché rimasto incompiuto come eroe di guerra.

Oltre agli intrighi amorosi, il romanzo ci offre spunti di riflessione su temi come la morte, la guerra, l’incomprensione tra gli uomini, ma soprattutto, a mio modesto parere, è una riflessione sul tema dell’identità, sulla perdita della stessa, sul rapporto che lega il nostro essere, con tutto il carico del passato, a chi è attorno a noi, sulle inevitabili rotture che si generano quando un evento potente, nel caso specifico la condizione da sfregiato di Mahon e il suo inaspettato ritorno, viene a destabilizzare certezze che tali non sono più.

*per quanto riguarda il titolo, devo dire che l’edizione Garzanti che ho letto (quella della foto) riporta “La paga del soldato”, ma ho notato, facendo ricerche sul web, che quello corretto dovrebbe essere “La paga dei soldati”, dall’inglese “Soldiers’ pay”, non da “Soldier’s pay”.

“Ex absurdo. Riflessioni di un fisico ottuagenario” (Giuliano Toraldo di Francia)

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“Ci basterà osservare che oggi i concetti di logico e di assurdo hanno una validità molto meno assoluta di una volta. Ma, qualunque sia la logica che vogliamo adottare, è lecito domandarsi: il nostro pensiero nasce logico? Probabilmente tutti si saranno accorti che non è così. L’ideazione, frutto di quella che a volte chiamiamo fantasia, è sempre anteriore a qualsiasi sistemazione logica. Si ha quasi l’impressione che nella nostra mente – forse nell’inconscio – esiste una ricchissima “sorgente” d’immagini, di suggestioni e di collegamenti, che obbedisce a una sorta di logica a noi assolutamente ignota, o che addirittura non è soggetta ad alcuna logica.

Soltanto in un secondo tempo noi passiamo al setaccio quelle immagini, prima traformandole in concetti logici, poi mettendole a confronto con tutto ciò che già sappiamo – o crediamo di sapere – dal mondo, infine scartando più o meno inconsciamente tutto quello che non ci sembra aver senso.

Di solito l’uomo colto e civilizzato esegue l’intera operazione con grande celerità. Infatti – come abbiamo già notato – si tratta di usare uno strumento che nel nostro ambiente agisce con notevole efficacia e ci conferisce un deciso vantaggio nella lotta per la sopravvivenza. Ma chi lo usa è quasi sempre convinto che in quel modo si avvicina meglio alla “realtà”.

Forse più lenti nel compiere l’operazione di vaglio sono gli uomini cosiddetti primitivi, il visionario, il sognatore. Tuttavia si badi bene che il poeta (quello vero) di proposito non sottopone troppo severamente le sue immagini alla sistemazione logica, ben sapendo che, se lo facesse, le distruggerebbe.

E del resto soltanto una tradizione filosofica piuttosto vecchiotta e dubbia può continuare a sostenere che quelle immagini non sono realtà. Invece sono una realtà umana, umanissima, niente affatto da scartare.”

(Giuliano Toraldo di Francia, “Ex absurdo. Riflessioni di un fisico ottuagenario”, ed. Feltrinelli)

Giuliano Toraldo di Francia, a me in precedenza sconosciuto, è stato, tra le altre cose, presidente della Società italiana di fisica e della Società italiana di logica. Lui stesso, nelle pagine iniziali del libro, ci spiega perché proprio uno come lui, che in’ottica banalizzante dovrebbe essere, considerati i ruoli ricoperti, un esponente della razionalità e della logica, abbia scelto di fare riferimento all’assurdo nel titolo e di affrontare determinati argomenti introducendo una prospettiva che sulle prime può apparire irrazionale. Continua a leggere…

“Il libro dell’inquietudine” (Fernando Pessoa)

Il libro dell'inquietudine

“Ci sono giorni nei quali ogni persona che incontro e, ancor di più, le persone abituali della mia convivenza obbligata e quotidiana, assumono aspetti di simboli e, isolati o fra loro connessi, formano un alfabeto profetico od occulto che descrive in ombre la mia vita. L’ufficio diventa per me una pagina con parole fatte di gente; la strada è un libro; le parole scambiate con i conoscenti o gli sconosciuti che incontro sono espressioni per le quali viene meno il dizionario ma non completamente la comprensione. Parlano, si esprimono; eppure non parlano di se stesse e non esprimono se stesse; sono parole, ho detto, e non indicano, lasciano solo intendere. Ma, nella mia visione crepuscolare, distinguo solo vagamente quanto queste vetrate, che si rivelano sulla superficie delle cose, lasciano trasparire dalla loro interiorità che custodiscono e rivelano. Intendo senza arrivare alla coscienza, come un cieco al quale si parli di colori.

A volte, passando per la strada, colgo brani di conversazioni intime, e si tratta quasi sempre di conversazioni sull’altra donna, sull’altro uomo, sul ragazzo di uno o sull’amante dell’altro…

Per il solo fatto di sentire queste ombre di discorso umano, che poi in fondo è tutto ciò di cui si occupa la maggioranza delle vite coscienti, porto dentro di me un tedio disgustato, l’angoscia di un esilio tra ragni e l’immediata consapevolezza della mia umiliazione fra gente reale; la condanna, nei confronti del proprietario e del luogo, di essere simile agli altri inquilini dell’agglomerato; di stare a spiare con disgusto, fra le sbarre del retrobottega, l’immondizia altrui che si ammucchia sotto la pioggia in quel cortile interno che è la mia vita”

(Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine).

Dopo aver reso parziale giustizia a Joyce, assente di lusso da queste mie pagine, stavolta mi dedico a Fernando Pessoa e al suo “Il libro dell’inquietudine”, capolavoro che lessi tanti anni fa in uno stato d’animo fin troppo predisposto ad assorbire le parole del grande scrittore portoghese. La rilettura che ho appena terminato mi ha permesso di apprezzare ancora di più il libro, proprio perché meno schiavo di certi pensieri mesti che mi avevano avvinghiato al testo di Pessoa.

Nella prefazione al libro, il compianto Antonio Tabucchi, traduttore nonché tra i principali divulgatori dell’opera di Pessoa, spiega il titolo originale dell’opera, “Livro do desassossego por Bernardo Soares” come indicativo della mancanza di sossego, cioè tranquillità o quiete. Lo stesso Tabucchi evidenzia come “Il libro dell’inquietudine”, in qualsiasi versione lo abbiate nelle vostre mani, debba essere considerato un libro potenziale, ipotetico, un’opera aperta, ricostruita secondo determinati criteri dagli esegeti di Pessoa, Continua a leggere…

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