Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“La storia dell’arte” (E. H. Gombrich)

Dalì

“Nei sogni sperimentiamo sovente la strana sensazione che persone e cose si fondano e cambino posto. Il nostro gatto può essere al tempo stesso una zia e il nostro giardino l’Africa. Uno dei principali pittori surrealisti, Salvador Dalì (nato nel 1905), che ha trascorso molti anni negli Stati Uniti, ha tentato di imitare nei suoi quadri la magica confusione della nostra esistenza onirica. In alcuni dei suoi quadri egli mescola frammenti sorprendenti e incoerenti del mondo reale (dipinti con la medesima dettagliata accuratezza con cui Grant Wood dipingeva i suoi paesaggi) dandoci la sensazione ossessionante che questa apparente follia debba avere un senso. Guardando più da vicino la figura, per esempio, scopriamo che il paesaggio di sogno dell’angolo superiore destro, la baia ondosa e la montagna con la sua galleria, rappresenta al tempo stesso il muso di un cane il cui collare è anche un viadotto ferroviario sul mare. Il cane sospeso a mezz’aria e la parte centrale del suo corpo è formata da una fruttiera con pere, fusa a sua volta con il viso di una ragazza i cui occhi sono formati da strane conchiglie su una spiaggia costellata di enigmatiche apparizioni. Come in un sogno, certe cose, quali la corda e il panno, si stagliano con chiarezza inattesa, mentre altre forme restano vaghe e ambigue.”
(E.H. Gombrich, “La storia dell’arte”, ed. Einaudi)

Laocoonte

“Quando il gruppo del Laocoonte venne alla luce nel 1506, gli artisti e gli amatori d’arte ne furono letteralmente sconcertati. Vi è raffigurata la drammatica scena descritta anche nell’Eneide: il sacerdote troiano Laocoonte ha ammonito i suoi compatrioti di non accogliere il gigantesco cavallo in cui si nascondono soldati greci; gli dèi, che vedono ostacolati i loro progetti di distruggere Troia, mandano dal mare due giganteschi serpenti che stringono nelle loro spire il sacerdote e i suoi sventurati figli soffocandoli. È il racconto di una delle crudeltà insensate perpetrate dagli dèi contro poveri mortali, tanto frequenti nella mitologia greca e latina. Ci piacerebbe conoscere che effetto facesse la storia dell’artista greco che concepì questo gruppo impressionante. Voleva forse farci sentire l’orrore di una scena nella quale una vittima innocente viene straziata per aver detto la verità? O intendeva mostrarci soprattutto la propria capacità di raffigurare una lotta straordinaria e terrificante tra l’uomo e la bestia? Aveva ben ragione di inorgoglirsi della sua perizia. Il modo con cui i muscoli del tronco e delle braccia rendono lo sforzo e la sofferenza della lotta disparata, l’espressione di strazio nel volto del sacerdote, le contorsioni impotenti dei due fanciulli e la maniera nella quale tutto questo tumulto e movimento si cristallizza in un gruppo statico, hanno sempre riscosso l’universale ammirazione. Ma mi viene il dubbio, talvolta, che si trattasse di un’arte rivolta a un pubblico appassionato anche all’orribile spettacolo delle lotte fra gladiatori. Forse sarebbe un errore farne una colpa all’artista. Il fatto è che probabilmente nel periodo ellenistico l’arte aveva perduto ormai in larga misura il suo antico vincolo con la magia e la religione. Gli artisti si interessavano dei problemi della tecnica in quanto tale, e il problema di rappresentare un tema così drammatico con tutto il suo movimento e la sua espressività e tensione, era proprio una difficoltà atta a saggiare la tempra dell’artista. Se il destino di Laocoonte fosse giusto o meno, lo scultore non se lo domandava neppure.”
(E.H. Gombrich, “La storia dell’arte”, ed. Einaudi)

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