Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Termine di un viaggio di servizio” (Heinrich Böll)

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(Pubblicato nel 1966, sei anni prima che Böll vincesse il Nobel per la Letteratura, il romanzo verte sul processo a un padre e un figlio, rei confessi e protagonisti di una vicenda che “in altro loco” hanno deciso di tenere in sordina, affidandola a un giudice ormai prossimo alla pensione. Il romanzo è molto divertente, perché l’autore non risparmia nessuno dei personaggi che appaiono sulla scena con le loro stramberie. Il pregio dell’opera ne è anche il difetto: le divagazioni narrative dei testimoni rendono meno agevole seguire un filo “logico”, ma permettono altresì a Böll di sfoggiare la sua abilità nell’ironizzare sul caos della realtà, in questo caso giuridica. Non all’altezza di altre opere che ho letto, ma comunque lo consiglio. Ho visto che ne esistono versioni recenti, io sono stato fortunato/abile nel trovare un’edizione Bompiani del 1972.)

“Il fatto che come giudice si dichiarasse disarmato in quella vertenza, che per ultimo gli fosse stato affidato un caso che esprimeva con tanta chiarezza quanto sia disarmata l’umana giustizia: proprio quello, disse, era il più bel dono d’addio di quella dea dagli occhi bendati che gli aveva mostrati tanti volti diversi: a volte il volto di una puttana, altro quello di una disgraziata, mai quello di una santa, le più volte quello di una creatura tormentata e piangente da lui, giudice, condotta a parlare, un po’ animale, un po’ persona umana, e un poco, pochissimo, divina.”

(Heinrich Böll, “Termine di un viaggio di servizio”, ed. Bompiani)

“Giustizia” (Friedrich Dürrenmatt)

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“La visione: allora accadde qualcosa di strano, in realtà qualcosa di spettrale. D’un tratto capii il consigliere cantonale. Inaspettatamente. La comprensione mi colse di sorpresa. All’improvviso indovinai il motivo del suo comportamento. Lo avvertii dai mobili costosi, dai libri, dal tavolo da biliardo. Lo percepii dal legame tra la logica più rigorosa e il gioco, che aveva segnato quell’ambiente. Ero penetrato nella sua tana, e ora vedevo chiaro. Kohler aveva ucciso non perché era un giocatore. Non era un giocatore d’azzardo. Non lo attirava la puntata. Lo attiravano il gioco in sé, il percorso delle palle, il calcolo e l’esecuzione, le possibilità della partita. La fortuna per lui non significava nulla (per questo poteva considerarsi estremamente fortunato, non fingere neppure). Era soltanto fiero del fatto che fosse in suo potere scegliere le condizioni del gioco, seguire lo sviluppo di una necessità che aveva creato lui stesso – in questo consisteva il suo senso dell’umorismo. Naturalmente non aveva nessun motivo per farlo. Sublime volontà di potenza, forse, il desiderio di giocare non solo con le palle ma anche con gli esseri umani, la tentazione di porsi sullo stesso piano di un Dio. Possibile, ma non importante. Come giurista, devo stare in superficie, non calarmi nella psicologia o addirittura inabissarmi nella filosofia o nella teologia. Con il suo omicidio Kohler aveva vinto un’altra partita, ecco tutto. Ora le cose andavano secondo i suoi piani. Io non ero altro che una delle sue palle da biliardo, che il suo tiro aveva messo in moto. Lui agiva in modo perfettamente logico. Davanti al tribunale non aveva addotto alcun motivo, perché ciò era impossibile.” Continua a leggere…

“Resurrezione” (Lev Nikolaevič Tolstoj)

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“D’un tratto nella sua mente sorse straordinariamente vivida l’immagine delle detenuta coi suoi occhi neri, lievemente strabici. Come aveva pianto dopo aver finito di parlare. Nervosamente egli schiacciò nel portacenere la sigaretta che stava fumando, ne accese un’altra e si mise a camminare su e giù per la stanza. E uno dietro l’altro presero forma nel suo ricordo i momenti trascorsi con lei. Rammentò l’ultimo appuntamento, la passione che s’era impossessata di lui e la disillusione provata dopo aver soddisfatto i sensi…Ritrovò la propria immagine di un tempo…Enorme la differenza tra l’uomo che era stato allora e quello di adesso…allora egli era un uomo forte e libero, davanti al quale si aprivano possibilità infinite. Ora si sentiva impigliato ovunque nella rete di una vita sciocca, vuota, senza scopo, insulsa. Irretito com’era, non vedeva alcuna via di uscita e gli mancava quasi completamente la volontà di trovarne una. Si ricordò com’era fiero una volta della propria dirittura, come s’era fatto una norma di dir sempre la verità. E la diceva sempre. Ora invece era immerso completamente nella menzogna; nella più tremenda delle menzogne: quella che tutti gli uomini del suo ambiente prendevano per verità”.

(Lev Nikolaevič Tolstoj, “Resurrezione”, Biblioteca Universale Rizzoli)

Il mio rapporto con Tolstoj nacque sotto una cattiva stella, quella di “Anna Karenina”, romanzo letto in edizione troppo economica, forse tradotta male, certamente incapace di suscitare in me emozioni tali da indurmi a leggere altre opere dello stesso autore. Più tardi, “La morte di Ivan Il’ic” e “La sonata a Kreutzer” mi fecero capire perché le mie grandi aspettative su Tolstoj non fossero infondate. Un giorno affronterò anche “Guerra e pace”, ma intanto posso già affermare che “Resurrezione” ha confermato, anzi aumentato, la stima che ho verso questo grande scrittore. Continua a leggere…

“Il caso Maurizius” (Jakob Wassermann)

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“Tutta l’ingiustizia e la sofferenza di questa terra derivano dal fatto che le esperienze non hanno modo di essere trasmesse. Tutt’al più raccontate. L’intero tragitto dell’esperienza va dalla pena inflitta a un peso divenuto ormai insopportabile, e lo si può percorrere sempre e soltanto da soli. Così come si muore da soli, ognuno della propria morte, e nessuno sa descriverla, questa morte. Non è poi così tremendo…no. Per un lungo periodo si è portati a pensare: non è poi così tremendo. Se solo non si venisse completamente distrutti moralmente, intellettualmente, civicamente, socialmente, come essere umano, come figlio, come padre e come marito, il resto non sarebbe poi così tremendo”.

(Jakob Wassermann, “Il caso Maurizius”)

“Il caso Maurizius” giaceva nella mia libreria da qualche anno, da quando mia sorella (in effetti giaceva nella sua libreria, ma sono dettagli) ne acquistò una copia. Come più volte mi è accaduto in passato, mi sono accorto di aver ignorato questo romanzo in maniera colpevole. Non conoscevo Jakob Wassermann, l’autore, ma la descrizione del libro nella retro-copertina mi aveva incuriosito già da qualche tempo, sebbene rimandassi la lettura; nella stessa, infatti, si fa riferimento alla stima che Thomas Mann, quindi non certo l’ultimo dei lettori, aveva nei riguardi di Wassermann, paragonato, per “grandezza”, a indiscussi giganti quali Edgar Allan Poe e Honoré de Balzac. A questo si aggiunga l’ancora più impegnativo paragone con Dostoevskij, Continua a leggere…

“Diario di un giudice” (Dante Troisi)

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“Mi viene in mente che in questo stesso momento sono aperte centinaia di aule d’udienza, che ci sia vento o sole o pioggia, vi si svolge lo stesso rituale: centinaia di giudici si sono seduti e migliaia di spettatori hanno preso il loro posto nel loro spazio, centinaia di avvocati si augurano di fare una buona causa e centinaia di imputati col corteo di parenti sperano nella pietà o nella giustizia. E non importa che si stia per discutere di un omicidio o di un pascolo abusivo, di un’ingiuria o di una rapina. Ovunque, sul medesimo mare di carte, di miserie galleggiamo noi, gli eletti, per via dell’autorità di leggere nel Libro.

Alle nostre spalle e di tutti gli altri ora in funzione c’è il crocefisso e la scritta: “La legge è uguale per tutti”; domani, in luogo del crocefisso potrà esserci un’altra cosa, ma sarà ancora un simbolo del potere che ci proteggerà le spalle. Oggi dalla parte di un sistema, non certo il migliore, che ci obbliga a difenderlo con leggi vecchie. Scegliamo questo mestiere per la tendenza a scavarci un riparo vivendo con i forti, per una vocazione all’impunità; la compassione che talvolta proviamo è forse solo un calcolato disegno, una regola di prudenza”

(Dante Troisi, “Diario di un giudice”, ed. Einaudi)

Nel risvolto di copertina dell’edizione che ho ultimato, c’è scritto che “Diario di un giudice” è, per l’appunto, “il diario di un uomo oppresso dalla solitudine cui lo costringe l’esercizio stesso della sua professione, angosciato dalla quotidiana contemplazione delle sventure degli uomini, in lotta con il peso dell’abitudine che lo logora fino a fargli credere che il decidere della vita altrui è diventato per lui un atto di ordinaria amministrazione”. Queste righe mi sembrano così calzanti che potrei anche finire qui quest’articolo, ma aggiungo qualche altra mia impressione. L’autore, Dante Troisi, fu di professione magistrato, dopo essere stato prigioniero di guerra per alcuni anni, e in questo testo sono evocate le sue esperienze in veste di giudice a Cassino (sebbene nel testo figuri solo l’iniziale C.). A prescindere, comunque, dai riferimenti temporali e geografici, il romanzo, Continua a leggere…

“Davanti alla sedia elettrica. Come Sacco e Vanzetti furono americanizzati” (John Dos Passos)

Davanti alla sedia elettrica

“Le circostanze a volte gettano gli uomini in situazioni così drammatiche, spingono le loro esili figure sotto gli abbaglianti riflettori della storia al punto che essi, o le loro ombre, assumono il significato di simboli di prima grandezza. Sacco e Vanzetti rappresentano tutti quegli immigrati che hanno costruito l’industria di questa nazione, con il loro sudore e con il loro sangue, e per questo non hanno ricevuto nient’altro che il salario più basso possibile, e la condizione di schiavi sotto il tallone dell’ordine sociale controllato da uomini in divisa. Essi sono tutti i wops, gli hunkies, i bohunks*, tutta la carne da macello per la fabbrica che la fame porta in America attraverso quel triste setaccio che è Ellie Island. Sono i sogni di un ordine sociale più sano fatto da coloro che non accettano la legge della giungla. Questa minuscola aula di tribunale è il punto focale del tumulto, un’età di transizione, quel punto a cui guarda il mondo intero. Sulle pareti di quest’aula Sacco e Vanzetti proiettano le loro immense ombre”.

(John Dos Passos, “Davanti alla sedia elettrica. Come Sacco e Vanzetti furono americanizzati”, Edizioni Spartaco)

*nomignoli spregiativi che indicano immigrati dall’Europa latina e in particolare dall’Italia (wops) e dall’Europa centrale (hunkies, bohunks)

Il 5 maggio 1920 Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due immigrati italiani anarchici, furono arrestati dalle forze dell’ordine del Massachusetts con l’accusa di aver ucciso, nel corso di una rapina, un cassiere e una guardia giurata. Nel primo interrogatorio avvenuto dopo l’arresto, i due furono abbastanza reticenti nelle loro risposte, perché non sapevano di essere accusati di omicidio, ma ritenevano di essere stati vittime di un’ennesima retata contro i “Rossi”, cioè gli estremisti di sinistra malvisti all’epoca e in quel luogo. Addosso ai due, inoltre, oltre a due pistole, furono rinvenuti volantini che riguardavano l’organizzazione di una manifestazione di protesta per la morte di Andrea Salsedo, anch’esso anarchico e ritrovato morto sul marciapiede di New York sotto gli uffici del Dipartimento di Giustizia.

Il 14 luglio 1921, dopo un processo farsa dai contorni surreali, i due furono condannati a morte. Sette istanze successive furono respinte dagli organi di giustizia statunitense e il 23 agosto 1927 furono giustiziati sulla sedia elettrica, nonostante dai dibattimenti processuali non fosse emersa alcuna prova tangibile della loro colpevolezza. Continua a leggere…

Sulla pena di morte (Hugo, Beccaria, Camus, Dostoevskij)

“Quando arriva sul patibolo, il boia lo prende al prete, lo trascina con sé, lo lega sulla tavola a bilancia, l’inforna, uso qui la parola del gergo, poi lascia andare il coltellaccio. Il greve triangolo di ferro si stacca a fatica, cade traballando nelle scanalature e, qui comincia la cosa orribile, intacca l’uomo senza ucciderlo. L’uomo getta un grido terribile; il carnefice, sconcertato, rialza la lama e la lascia ricadere. La lama morde il collo del paziente per la seconda volta, ma non lo taglia: il paziente urla, la folla anch’essa. Il boia risolleva il coltellaccio, sperando che il terzo colpo vada meglio. Nemmeno per sogno; il terzo colpo fa spicciare un terzo rigagnolo di sangue dalla nuca del condannato, ma non fa cadere la testa. Abbreviamo. Il coltellaccio risalì e ricadde cinque volte, cinque volte intaccò il condannato, cinque volte il condannato urlò sotto il colpo e scosse la testa viva invocando grazia. Il popolo, indignato, raccolse i sassi e, nella sua giustizia, si mise a lapidare il miserabile carnefice; il carnefice scappò sotto la ghigliottina e si nascose dietro i cavalli. Ma non siamo alla fine. Il suppliziato, vedendosi solo sul patibolo, si era raddrizzato sulla tavola a bilancia, e lì, in piedi, spaventoso, grondante sangue, sostenendosi la testa per metà mozza che gli pendeva sulla spalla, domandava con deboli grida che qualcuno andasse a slegarlo. Continua a leggere…

Dei delitti e delle pene (Cesare Beccaria)

“Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile, quella sola che basti ad indurre gli altri a difenderlo. L’aggregato di queste minime porzioni possibili forma il diritto di punire; tutto il di più è abuso e non giustizia, è fatto, ma non già diritto. Osservate che la parola diritto non è contraddittoria alla parola forza, ma la prima è piuttosto una modificazione della seconda, cioè la modificazione più utile al maggior numero. E per giustizia io non intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gli interessi particolari, che senz’esso si scioglierebbero nell’antico stato d’insocialità; tutte le pene che oltrepassano la necessità di conservare questo vincolo sono ingiuste di lor natura. Bisogna guardarsi di non attaccare a questa parola giustizia l’idea di qualche cosa di reale, come di una forza fisica, o di un essere esistente; ella è una semplice maniera di concepire gli uomini, maniera che influisce infinitamente sulla felicità di ciascuno; nemmeno intendo quell’altra sorta di giustizia che è emanata da Dio e che ha i suoi immediati rapporti colle pene e ricompense della vita avvenire”

(Cesare Beccaria, “Dei delitti e delle pene”)

Chi mi conosce, o ha avuto modo di leggere il “Chi sono” su questo blog, sa che con i miei passati studi giuridici non ho un gran rapporto, ma questo non mi ha impedito di leggermi il libro di Beccaria. In realtà, mi ‘servivano’ alcuni passaggi che utilizzerò per un articolo che scriverò (e pubblicherò) tra qualche tempo, ma giacché c’ero mi sono letto l’intero testo.

“Dei delitti e delle pene” fu pubblicato per la prima volta nel 1764 e negli anni a seguire riscosse l’ammirazione di molti pensatori dell’epoca, a partire da Voltaire, che ne curò un commento. Continua a leggere…

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