Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“Il tunnel” (Ernesto Sabato)

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“L’ora dell’incontro era arrivata! Ma realmente i corridoi si erano uniti e le nostre anime si erano toccate? Che stupida illusione era stato tutto questo! No, i corridoi continuavano a essere paralleli come prima, anche se adesso il muro che li separava era come di cristallo e io potevo vedere María come una figura silenziosa e intoccabile… No, nemmeno il muro era sempre così; a volte tornava a essere di pietra nera e allora io non sapevo cosa succedeva dall’altra parte, che ne era di lei in quegli intervalli anonimi, quali strane cose capitavano; e pensavo addirittura che in quei momenti il suo viso cambiava e che una smorfia di scherno lo deformava e che forse c’erano risa incrociate con un altro e tutta la storia dei corridoi era una ridicola invenzione o credenza mia e che in ogni caso, c’era un solo tunnel, buio e solitario: il mio, il tunnel in cui avevo trascorso l’infanzia, la giovinezza, tutta la mia vita.”

(Ernesto Sabato, “Il tunnel”, ed. Feltrinelli)

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“… per non avere il desiderio di sapere di più.” (Marcel Proust)

“Si prova amore, mi dicevo a Balbec, per una persona le cui azioni sembrano piuttosto essere oggetto della nostra gelosia; s’intuisce che, se le dicesse tutte, forse si guarirebbe facilmente dall’amore. Per quanto la gelosia sia facilmente celata dalla persona che la subisce, viene scoperta abbastanza in fretta da quella che la ispira e che a sua volta fa ricorso all’abilità. Tenta d’ingannarci su ciò che potrebbe renderci infelici, e ci riesce, perché chi non è avvisato non può scoprire le menzogne nascoste in una frase insignificante; non la distinguiamo dalle altre; detta con timore, è ascoltata con attenzione. Successivamente, quando saremo soli, torneremo a pensare a quella frase, che non ci sembrerà più adeguata alla realtà. Ma la ricordiamo bene? Su di essa e nell’esattezza del nostro ricordo, sembra che in noi nasca spontaneamente un dubbio del tipo di quelli che sorgono nel corso di certi stati nervosi, quando non possiamo ricordarci, alla cinquantesima volta come alla prima, se abbiamo messo il catenaccio; si direbbe che si possa ricominciare all’infinito quell’azione senza che mai sia accompagnata da un ricordo preciso e liberatore. Ma almeno possiamo richiudere la porta per la cinquantunesima volta. Mentre abbiamo sentito la frase inquietante con un ascolto incerto, e non dipende da noi poterla ripetere. Allora concentriamo la nostra attenzione su altre frasi che non nascondono niente, e l’unico rimedio, che però rifiutiamo, sarebbe ignorare tutto per non avere il desiderio di sapere di più.”

(Marcel Proust, “Precauzione inutile”)

“La gelosia, un gigante con la maschera”

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“La gelosia, un gigante con la maschera mai incontrato in precedenza nelle futili avventure della prima gioventù, ora mi si parava dinnanzi, a braccia conserte, dappertutto. Qualche piccola estrosità erotica della mia dolce, docile, tenera Iris, le modulazioni del suo modo di fare l’amore, la perizia delle carezze, la facilità e la precisione con le quali adattava il corpo flessibile a qualsiasi schema della passione, lasciavano supporre una ricca esperienza. Prima di cominciare a nutrire sospetti sul presente, sentii il bisogno di fare il pieno di sospetti sul passato. Durante gli interrogatori ai quali la sottoponevo nelle mie notti peggiori, liquidava i suoi idilli precedenti definendoli del tutto insignificanti, senza rendersi conto che quella reticenza sollecitava la mia immaginazione più di quanto avrebbe fatto il racconto, anche esagerato e nei termini più scabrosi, della verità.”

(Vladimir Nabokov, “Guarda gli arlecchini”, ed. Adelphi)

“Una risata nel buio” (Vladimir Nabokov)

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“Albinus era consapevole della gelosia umiliante che lo divorava nel vedere Margot stringersi al cavaliere di turno, specie sapendo che lei non indossava nulla sotto l’abito leggero; le gambe erano abbronzate in modo così incantevole che lei non portava le calze. A volte Albinus la perdeva di vista; allora si alzava in piedi e gironzolava irrequieto, battendo una sigaretta sul portasigarette. Entrava in una stanza dove alcuni giocavano a carte, poi passava su una terrazza, quindi ritornava sui proprio passi con la nauseante convinzione che lei lo stesse tradendo. A un tratto Margot ricompariva da chissà dove, gli si sedeva accanto nel suo bellissimo vestito luccicante e beveva una lunga sorsata di vino. Lui non palesava la propria apprensione, ma sotto la tavola le accarezzava nervosamente le ginocchia nude che sbattevano l’una contro l’altra quando lei si allungava all’indietro sulla sedia ridendo – un po’ istericamente, pensava Albinus – per qualche battuta, non troppo divertente, del suo ultimo cavaliere.”

(Vladimir Nabokov, “Una risata nel buio”, ed. Adelphi)

Un grande scrittore come Nabokov può permettersi di svelare tutta la trama grossolana del libro nella prime cinque righe, tanto poi se la gioca sui particolari. L’incipit di “Una risata nel buio” è: “C’era una volta un uomo che si chiamava Albinus, il quale viveva in Germania, a Berlino. Era ricco, rispettabile, felice; un giorno lasciò la moglie per un’amante giovane; l’amò; non ne fu riamato; e la sua vita finì nel peggiore dei modi. La storia, in breve, è tutta qui, e qui avremmo potuto fermarci se non fosse stato giovevole e dilettevole raccontarla; e benché su una pietra tombale vi sia spazio quanto basta a contenere, incorniciato nel muschio, il compendio di una vita, i particolari sono sempre graditi.”

Dopo siffatta introduzione autoriale, diventa difficile per me aggiungere altro per descrivere i motivi per cui suggerisco la lettura di questo ennesimo grande romanzo di Nabokov, un libro che contiene una vicenda di gelosia, rancore, passione, inganno, ma che è soprattutto una grande dimostrazione di come la Letteratura di un certo livello riesca a coinvolgere il lettore anche quando egli, di fatto, già sa tutto dalla prima pagina. Continua a leggere…

Io, forse non essenzialmente io, un altro, ma è meglio fossi io

“La gelosia fisica è in gran parte un giudizio su sé stessi. Poiché sappiamo quello che siamo capaci di pensare, immaginiamo che l’altro pensi così.”
(Albert Camus)

Opzione a) Immaginiamo che l’altro stia combinando chissà cosa con chissà chi, mentre invece sta dormendo* in una camera blindata. Visionari.
Opzione b) Immaginiamo che l’altro stia combinando chissà cosa con chissà chi, ma abbiamo sbagliato il “chi”. Imprecisi.
Opzione c) Immaginiamo che l’altro stia combinando chissà cosa con chissà chi, ma il nostro “chissà cosa” è nulla di fronte a ciò che realmente sta succedendo. Ingenui.
Opzione d) Immaginiamo che l’altro stia combinando chissà cosa con chissà chi, e scopriamo che la realtà corrisponde esattamente a quel che avevamo creduto di aver solo immaginato. Lucidi.
Etc, etc, etc….

*il fatto che stia dormendo non ci rassicura per niente, ma la questione è oggetto di un diverso studio.

“Col corpo capisco” (David Grossman)

col corpo capisco

“Nei momenti di tranquillità, lui lo sa, loro possono immaginare di avere un sacco di tempo a disposizione, di non dover soccombere all’istinto, quell’istinto così umano e comprensibile, pensa Shaul serrando le labbra, lanciarsi l’uno contro l’altra e l’uno dentro l’altra, trincerarsi, scavarsi a vicenda, sollevarsi e abbassarsi e ansimare così, come fanno ogni giorno, da anni ormai, dieci, in una frenesia disperata, costretti a sfruttare fino all’ultimo i pochi momenti di vicinanza, quando ogni cellula del corpo è come una bocca spalancata che bacia, succhia, lecca, morde.

Shaul chiude gli occhi e come se sfilasse un libro da uno scaffale stipato sceglie una giornata come quella, una giornata in cui Elisheva e il suo uomo sono del tutto rilassati. La tiene fra le mani, la apre, chiude gli occhi. Pensa a loro tranquilli, disarmati. Sono così diversi quando hanno tempo a disposizione, quando non sono tesi e frustrati dal bisogno di far presto. I loro movimenti sono diversi, e anche il respiro, le espressioni del volto. Come raccontare a Esti? Come varcare quel confine?”

(David Grossman, “Col corpo capisco”, ed. Oscar Mondadori)

Non avevo mai letto nulla di David Grossman, sia perché non si può leggere tutto, e quindi ero impegnato a leggere altro, sia per una sorta di pregiudizio dovuto ai titoli dei romanzi, che mi sembravano troppo accattivanti, furbi. Un pensiero, non c’è dubbio stupido, e soprattutto non un motivo valido per tenersi lontano dal contenuto di un romanzo. Insomma, a farla breve mi sono deciso e ho letto “Col corpo capisco”.

Il libro è suddiviso in due racconti, uno che dà il titolo all’intero volume, e l’altro, il primo, intitolato “Follia”. Continua a leggere…

“La paga dei soldati” (William Faulkner)

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“Il ritorno a casa di Donald Mahon, povero figliolo, era press’a poco come una delle nove meraviglie del mondo. Entravano vicini curiosi e gentili, uomini che restavano in piedi o sedevano gioviali, ragguardevoli, pieni di premure; solidi uomini d’affari interessati alla guerra solo in quanto prodotto secondario dell’auge o della caduta del signor Wilson, e interessati a ciò solo dal punto di vista dei dollari e dei cents, mentre le mogli incrociavano ciarle sui loro abiti, davanti al ciglio sfregiato, immemore di Mahon; alcune delle più casuali conoscenze del rettore, democraticamente prive di cravatta, masticando tabacco nella guancia rigonfia, rifiutavano, al loro ingresso, con timidezza ma fermamente, di cedere i cappelli; le ragazze che aveva conosciuto, con le quali aveva ballato o che aveva corteggiato nelle notti d’estate, venivano ora a guardare la sua faccia e immediatamente si facevano da parte con nausea repressa, e non venivano più, a meno che, durante la prima visita, la sua faccia non fosse rimasta nascosta (dopo di che trovavano finalmente il modo d vederla); i ragazzi venivano per andarsene via irritati, perché egli non avrebbe potuto raccontare loro nessuna storia di guerra, e tutto questo si muoveva attorno a lui, mentre Gilligan, il suo arcigno maggiordomo, manovrava tutti con imparziale scoraggiante autorità. – Adesso fila via. – ripeté al giovane Robert Saunders, che era venuto con vari coetanei ai quali aveva promesso di mostrare qualcosa di buono in fatto di soldati storpiati”.

(William Faulkner, “La paga dei soldati”, ed. Garzanti)  

La paga dei soldati”* di William Faulkner giaceva sugli scaffali della mia libreria da un paio di anni, in un’edizione Garzanti del maggio 1965, prezzo di copertina 350 lire. L’avevo acquistato presso una bancarella dell’usato e poi riposto lì, consapevole che un giorno o l’altro l’avrei letto. Di Faulkner in passato ho letto altri romanzi, tutti apprezzabili, alcuni dei veri capolavori, come “L’urlo e il furore”, “Luce d’agosto” e “Requiem per una monaca”. “La paga dei soldati” fu il primo libro pubblicato da Faulkner, edito nel 1926 e dimostra già la sua sapienza narrativa, la sua abilità nel costruire un intreccio a più voci, facendoci penetrare negli anfratti più profondi e spesso sordidi dei personaggi, scavando oltre la loro superficie. Faulkner già in questo romanzo si serve di alcune strategie che poi affinerà in altri romanzi, quali l’uso delle parentesi per farci intendere il reale pensiero del personaggio che sta parlando, o anche l’interposizione, all’interno di una narrazione “dall’alto”, di brani in prima persona, o di lettere, brevi frammenti, frasi estrapolate dalla folla, il tutto con un ritmo, un’ironia latente e uno spirito d’osservazione rari. Non a caso Faulkner è considerato uno dei più grandi della narrativa statunitense del Novecento.

In questo romanzo il protagonista è pressoché assente dalla storia, o meglio, è proprio la sua assenza a renderlo protagonista rispetto agli altri, che ruotano attorno a lui, che lottano, sperano, s’illudono, s’ingelosiscono, litigano, in funzione sua. Donald Mahon ha combattuto la prima guerra mondiale e ne è uscito male. Sopravvissuto, ma come morto. Sfregiato in volto, quasi cieco, smemorato, è riportato a Charleston, suo paese d’origine, da un suo commilitone, Joe Milligan, e dalla signora Powers, vedova per causa di guerra e incontrata sul treno carico di reduci. Al paese c’è Cecily Saunders, la sua ex ragazza, che lo credeva morto e che nel frattempo, seguendo la sua natura disperata e civettuola, si consola con l’arrogante George Farr, ma è inseguita anche dallo stratega e viscido Gennaro Jones. Il ritorno di Donald porterà scompiglio nelle vite altrui, scatenando aspri combattimenti all’insegna dell’ossessione amorosa e della gelosia. Anche altri personaggi, che qui non nomino per non svelare ulteriormente la trama, entreranno a far parte di questa lotta a più cuori e cervelli, che Faulkner condisce con la sua ironia pungente, che non risparmia nemmeno i concittadini di Donald, così premurosi di andarlo a visitare e quasi scontenti di non vederlo morto, perché rimasto incompiuto come eroe di guerra.

Oltre agli intrighi amorosi, il romanzo ci offre spunti di riflessione su temi come la morte, la guerra, l’incomprensione tra gli uomini, ma soprattutto, a mio modesto parere, è una riflessione sul tema dell’identità, sulla perdita della stessa, sul rapporto che lega il nostro essere, con tutto il carico del passato, a chi è attorno a noi, sulle inevitabili rotture che si generano quando un evento potente, nel caso specifico la condizione da sfregiato di Mahon e il suo inaspettato ritorno, viene a destabilizzare certezze che tali non sono più.

*per quanto riguarda il titolo, devo dire che l’edizione Garzanti che ho letto (quella della foto) riporta “La paga del soldato”, ma ho notato, facendo ricerche sul web, che quello corretto dovrebbe essere “La paga dei soldati”, dall’inglese “Soldiers’ pay”, non da “Soldier’s pay”.

Frammento n. 7: “Gelosia” (da “Frammenti da un camino”, cenere per l’inverno).

– Smettila di fare il cretino, è ora di dormire, domani dovrai svegliarti per andare a scuola, te lo sei scordato?

La vitalità dei suoi due figli, Sandro e Nicola, dodici e dieci anni, era talvolta stancante per Mirko, quando ritornava a casa sfibrato da noiose riunioni organizzative e viaggi in auto qua e là nella regione, necessari per stipulare qualche polizza che gli garantisse un bonus integrativo rispetto al misero stipendio fisso che percepiva dall’agenzia assicurativa per la quale lavorava.

– Altri cinque minuti, voglio vedere le interviste del dopo partita – protestò Sandro, tra i due il più grande e il più ciarliero.

– Va bene, ma dopo a letto, altrimenti mi arrabbio davvero. Vado di là a vedere cosa combina mamma – e colpì, con l’indice, la guancia del figlio, a mo’ di finto rimbrotto.

Rossella, avvenente trentatreenne, dal capello biondo fluente, alternava il ruolo da casalinga impeccabile con quello di precaria in un call-center, occupazione che aveva dovuto cercare per contribuire al bilancio familiare, messo a dura prova dalla “crisi”, di cui tutti ormai parlavano in tv e nelle strade, nonché dalle esigenze dei suoi due “diavoletti”, come amava definirli.

– Ti porti il lavoro anche a casa, non starai esagerando, sempre davanti a quel Pc a compilare tabelle, schemi? – le disse il marito entrando nella stanza che avevano adibito a piccolo studio.

– Ecco, bravo, aspettavo proprio te, sento l’urgenza di una sigaretta, giungi a proposito – sorrise Rossella.

– Non siamo un bell’esempio. Non fumiamo mai in loro presenza, ma dovremmo smettere del tutto – e dopo aver acceso le due sigarette, Mirko aprì la finestra che affacciava su una Bologna invernale abbastanza malinconica a vedersi. Continua a leggere…

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