Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“La lettera rubata” (Edgar Allan Poe)

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“- Se si tratta di un problema che ci richiede di riflettere, – osservò Dupin, astenendosi dall’accendere la lampada, – lo esamineremo meglio al buio.

– Ecco un’altra delle vostre strane idee, – disse il prefetto, che aveva l’abitudine di definire “strano” tutto ciò che non riusciva a comprendere, dovendo convivere pertanto con una miriade di “stranezze”.

– Giustissimo, – rispose Dupin mentre offriva all’ospite una pipa e gli avvicinava una comoda poltrona.

– E qual è il problema questa volta? – chiesi. – Niente che abbia a che fare con un delitto, spero?

– Oh, no, niente del genere. Il fatto è che la faccenda è davvero semplice e sono convinto che ce la caveremo benissimo da soli; senonché ho pensato che a Dupin avrebbe fatto piacere conoscere i particolari, dal momento che si tratta di un caso incredibilmente strano.

– Semplice e strano, – fece eco Dupin.

Be’, sì e no, non proprio insomma. La verità è che noi tutti siamo molto perplessi perché la faccenda è così semplice e, nonostante ciò, non riusciamo a venirne a capo.

– Forse è proprio la troppa semplicità che vi mette fuori strada, Continua a leggere…

Il problema di Gettier

(Per trastullarsi un po’)
Prima di leggere i miei deliri e quanto segue, forse è meglio dare uno sguardo alla pagina wikipedia dedicata al “problema di Gettier”. Non so se è la miglior spiegazione possibile, ma certo è meglio della mia.
Il problema di Gettier
Una classica definizione di “conoscenza” era che fosse una “credenza vera e giustificata”.
“Credenza” perché il soggetto è convinto di ciò che afferma, “vera” perché corrisponde alla realtà, “giustificata” perché dimostrabile.
Nel 1963 Edmund Gettier scrisse un articolo* di due pagine, con il quale confutava questa definizione di “conoscenza”, ritenendo che le tre condizioni della definizione classica fossero necessarie ma non sufficienti. Seguì dibattito nei decenni successivi.
Esempio**:
– passeggiando per strada vedo il mio gatto Tito in sella a un cavallo alato, quindi “credo” perché l’ho visto, nonostante lo stupore perché non sapevo nulla del suo acquisto;
– si dà il caso, però, che quello sul cavallo alato non è Tito, il mio gatto, ma un suo sosia, quindi “credevo”, ma in realtà non avevo visto Tito;
– però, attenzione, immaginiamo che veramente Tito abbia comprato un cavallo alato, anche se quello che ho visto non è lui;
– quindi, io “credo” che Tito abbia comprato un cavallo alato, è “vero” e sono “giustificato” a crederlo perché ho visto uno identico a lui;
– ho una “credenza vera e giustificata” che però non è “conoscenza”, perché io non ho veramente visto Tito, ma un suo sosia, dunque lo credo solo “per caso” che Tito abbia comprato il cavallo;
Gettier, quindi, sostiene che le classiche condizioni siano necessarie ma non sufficienti per la conoscenza, essendo fondamentale anche un “nesso causale” tra il pensiero del soggetto e il mondo a lui esterno.

* L’articolo dovrebbe essere questo, l’ho trovato solo in inglese:
L’articolo di Gettier

** (minuto 24.50 in poi)
L’esempio è una mia liberissima modifica a quello (già di per sé leggermente differente dallo scritto di Gettier) fatto dal professor Mario De Caro nella puntata di Zettel (programma che vi consiglio), nel corso della quale ho sentito parlare di Gettier, a me finora totalmente sconosciuto.

La puntata di “Zettel” dedicata al tema della “conoscenza”.

Vedere

Duck-Rabbit_illusionE devo distinguere tra ‘l’essere continuamente in vista’ di un aspetto e il suo ‘apparire improvvisamente’.
(Ludwig Wittgenstein, “Ricerche filosofiche“, parte seconda, cap. XI, ed. Piccola Biblioteca Einaudi)

“La banalità del male” (Hannah Arendt)

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“È questo un esempio di malafede, un ingannare sé stesso, congiunto a un’enorme stupidità? O è semplicemente l’eterna storia del criminale che non si pente (nelle sue memorie Dostoevskij ricorda che in Siberia, tra tanti assassini, ladri e violenti non ne trovò mai uno solo disposto ad ammettere di aver agito male), del criminale che non può vedere la realtà perché il suo crimine è divenuto parte di essa? Eppure il caso di Eichmann è diverso da quello del criminale comune. Questo può sentirsi ben protetto, al riparo dalla realtà di un mondo retto, soltanto finché non esce dagli stretti confini della sua banda. Ma ad Eichmann bastava ricordare il passato per sentirsi sicuro di non stare mentendo e di non ingannare sé stesso, e questo perché lui e il mondo in cui era vissuto erano stati, un tempo, in perfetta armonia. E quella società tedesca di ottanta milioni di persone si era protetta dalla realtà e dai fatti esattamente con gli stessi mezzi e con gli stessi trucchi, con le stesse menzogne e con la stessa stupidità che ora si erano radicate nella mentalità di Eichmann. Queste menzogne Continua a leggere…

Nietzsche sul sogno e sugli istinti

“Ci siamo, quindi?”. Con queste parole, stamattina, si chiudeva un mio sogno meraviglioso per complessità, assurdità, personaggi e situazioni. Non sto qui a raccontarlo perché non saprei renderlo. Finiva dinanzi a una porta, all’interno di una scuola o qualcosa del genere. Nell’accingermi ad aprirla ero consapevole che, aprendola, il sogno sarebbe finito e mi rivolgevo a un mio compagno onirico con la domanda di cui prima. A un suo cenno affermativo, la porta veniva aperta e io mi trovavo nel mio letto, fuori dal sogno.

Con l’occasione sono andato a rileggermi un aforisma di Nietzsche, contenuto in “Aurora”, che mi aveva colpito quando lessi quell’opera. Accanto al testo avevo annotato: “Anticipa Freud”.

È un po’ lungo, ma a mio avviso merita.

 

119. Esperienza vissuta e finzione poetica. Per quanto uno faccia progredire la sua conoscenza di sé, nessuna cosa potrà mai essere più incompleta del quadro di tutti quanti gli istinti che costituiscono la natura umana. Difficilmente potrà dare un nome ai più grossolani di essi: il loro numero e la loro forza, il loro flusso e riflusso, il giuoco alterno dell’uno con l’altro e soprattutto le leggi del loro nutrimento gli resteranno del tutto sconosciuti. Questo nutrimento diventa dunque un’opera del caso; i nostri intimi eventi d’ogni giorno gettano ora a questo, ora a quell’istinto, una preda che viene subito rapidamente afferrata, ma l’intero andirivieni di queste vicende sta al di fuori di ogni nesso razionale con le esigenze nutritive di tutti quanti gli istinti: di modo che subentrerà sempre un duplice fenomeno, l’essere affamati e il languire degli uni, il rimpinzarsi, invece, degli altri. Ogni momento della nostra vita ci fa crescere alcuni tentacoli del nostro essere ed altri invece gli atrofizza, secondo appunto il nutrimento che quel determinato momento porta o no in se stesso. Le nostre esperienze, come si è detto, sono tutte, in questo senso, mezzi d’alimentazione, ma sparsi con mano cieca, senza sapere chi è che ha fame e chi è già sazio. E in conseguenza di questo casuale nutrimento delle parti, anche il polipo interamente sviluppatosi sarà qualcosa di altrettanto casuale, come lo è il suo divenire. Per parlare più chiaramente: Continua a leggere…

“Ex absurdo. Riflessioni di un fisico ottuagenario” (Giuliano Toraldo di Francia)

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“Ci basterà osservare che oggi i concetti di logico e di assurdo hanno una validità molto meno assoluta di una volta. Ma, qualunque sia la logica che vogliamo adottare, è lecito domandarsi: il nostro pensiero nasce logico? Probabilmente tutti si saranno accorti che non è così. L’ideazione, frutto di quella che a volte chiamiamo fantasia, è sempre anteriore a qualsiasi sistemazione logica. Si ha quasi l’impressione che nella nostra mente – forse nell’inconscio – esiste una ricchissima “sorgente” d’immagini, di suggestioni e di collegamenti, che obbedisce a una sorta di logica a noi assolutamente ignota, o che addirittura non è soggetta ad alcuna logica.

Soltanto in un secondo tempo noi passiamo al setaccio quelle immagini, prima traformandole in concetti logici, poi mettendole a confronto con tutto ciò che già sappiamo – o crediamo di sapere – dal mondo, infine scartando più o meno inconsciamente tutto quello che non ci sembra aver senso.

Di solito l’uomo colto e civilizzato esegue l’intera operazione con grande celerità. Infatti – come abbiamo già notato – si tratta di usare uno strumento che nel nostro ambiente agisce con notevole efficacia e ci conferisce un deciso vantaggio nella lotta per la sopravvivenza. Ma chi lo usa è quasi sempre convinto che in quel modo si avvicina meglio alla “realtà”.

Forse più lenti nel compiere l’operazione di vaglio sono gli uomini cosiddetti primitivi, il visionario, il sognatore. Tuttavia si badi bene che il poeta (quello vero) di proposito non sottopone troppo severamente le sue immagini alla sistemazione logica, ben sapendo che, se lo facesse, le distruggerebbe.

E del resto soltanto una tradizione filosofica piuttosto vecchiotta e dubbia può continuare a sostenere che quelle immagini non sono realtà. Invece sono una realtà umana, umanissima, niente affatto da scartare.”

(Giuliano Toraldo di Francia, “Ex absurdo. Riflessioni di un fisico ottuagenario”, ed. Feltrinelli)

Giuliano Toraldo di Francia, a me in precedenza sconosciuto, è stato, tra le altre cose, presidente della Società italiana di fisica e della Società italiana di logica. Lui stesso, nelle pagine iniziali del libro, ci spiega perché proprio uno come lui, che in’ottica banalizzante dovrebbe essere, considerati i ruoli ricoperti, un esponente della razionalità e della logica, abbia scelto di fare riferimento all’assurdo nel titolo e di affrontare determinati argomenti introducendo una prospettiva che sulle prime può apparire irrazionale. Continua a leggere…

Non posso scegliere un titolo a caso.

Sarà capitato anche a voi, o almeno a qualcuno di voi, di chiedersi, nel bel mezzo di una festa, di una riunione politica, di un’orgia, insomma, nel mezzo dell’esistenza, di entrare in un bagno, non necessariamente per evacuare liquidi ingollati come antidoto ai vostri commensali, e porvi delle domande piuttosto egoistiche e poco rilevanti per le sorti dell’universo. “Ma che ci faccio qui, perché sono venuto a questa festa? Avevo deciso di non venire e poi ho cambiato idea perché quell’amico mi ha convinto e poi speravo di trovare lei (lui) e, infatti, l’ho trovata, peccato che fosse avvinghiata a lui, proprio quello che lei mi dipingeva come uno stronzo, il tipico uomo con cui non si metterebbe mai, etc, etc”, insomma, ci siamo capiti. Presi dalle circostanze, magari non avete pensato che rispondere a quel “perché” non è mica così semplice. Tranquilli, non sono andato a nessuna festa, non ho visto nessuna lei avvinghiata e non sto per narrarvi le disavventure di un novello Werther.

Stavo passeggiando lungo la via principale del mio paese, da qualche tempo una sorta di Spoon River, quand’ecco che a un certo punto, guardando il libro che avevo nelle mie mani, cioè “La strada che porta alla realtà” di Roger Penrose, mi sono chiesto perché io, proprio in quel momento, di quel giorno, Continua a leggere…

“L’ABC della relatività” (Bertrand Russell)

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“A un certo numero di persone superiori piace moltissimo ripetere “tutto è relativo”. Si tratta naturalmente di una sciocchezza, perché se tutto fosse relativo non ci sarebbe più nulla con cui stare in relazione. Comunque, senza cadere in assurdità metafisiche, si può sostenere che, nel mondo fisico, tutto è relativo a un osservatore. Questa opinione, vera o falsa che sia, non è quella adottata dalla “teoria della relatività”. Forse il nome non è stato felicemente scelto; certo ha indotto in confusione i filosofi e la gente incolta. Tutti costoro immaginano che la nuova teoria dimostri come, nel mondo fisico, tutto sia relativo; mentre, al contrario, essa è volta a escludere quel che è relativo e a giungere a una sistemazione delle leggi fisiche che sia completamente indipendente dalle condizioni dell’osservatore. Si è scoperto, è vero, che tali condizioni hanno un effetto maggiore di quel che non si pensasse su ciò che appare all’osservatore; ma al tempo stesso Einstein ha indicato come si possa trascurare completamente questo effetto. È da qui che trae origine tutto quel che vi è di sorprendente nella sua teoria”.

(Bertrand Russell, “L’ABC della relatività”, Tea edizioni)

Il titolo di questo saggio di Bertrand Russell, filosofo, matematico e scrittore di fama mondiale, è indicativo circa il carattere molto divulgativo dello stesso. Scritto per la prima volta nel 1925, quindi a pochi anni dalla formulazione delle teorie di Einstein sulla relatività, fu riedito, con parziali modifiche, nel 1958. Nonostante gli anni trascorsi, il libro mantiene la sua validità, quanto meno in rapporto alla relatività, mentre lo stesso non può dirsi con riferimento alla meccanica quantistica e alla cosmologia, che peraltro sono citate solo in alcuni passaggi dell’opera. Russell, partendo da una considerazione sulla difficoltà, per la nostra mente, di comprendere una teoria che sembra stravolgere ciò che percepiamo nella nostra esistenza quotidiana, cerca di spiegarci in maniera comprensibile e senza quasi alcuna formula matematica, che cosa hanno significato per la fisica le teorie di Einstein sulla relatività ristretta e generale. L’autore, quindi, ci mette in guardia dalla facile banalizzazione insita nell’espressione “tutto è relativo”, alla quale molti riducono il tutto, sottolineando come il compito della fisica sia quello di ricercare leggi indipendenti dalla condizione dell’osservatore. Si tratta di un testo che consiglio soprattutto a chi è a totale digiuno della materia e non ha voglia di cimentarsi in dimostrazioni matematiche. Bisogna tenere presente, però, quanto detto sopra, cioè la data di pubblicazione del saggio, quindi confrontarlo con altre più recenti pubblicazioni divulgative.

“Sommario di decomposizione” (Emil Cioran)

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“Noi tutti crediamo a molte più cose di quante non pensiamo, alberghiamo intolleranze, coltiviamo prevenzioni sanguinose e, difendendo le nostre idee con mezzi estremi, percorriamo il mondo come fortezze ambulanti e irrefragabili. Ognuno è per se stesso un dogma supremo; nessuna teologia protegge il proprio dio come noi proteggiamo il nostro io; e se assediamo di dubbi questo io e lo mettiamo in discussione è solo per una falsa eleganza del nostro orgoglio; la causa è vinta in anticipo.

Come sfuggire all’assoluto di se stessi? Si dovrebbe immaginare un essere privo di istinti, che non portasse alcun nome e a cui fosse ignota la propria immagine. Ma nel mondo tutto ci rinvia le nostre fattezze; e persino la notte non è mai tanto fitta da non permettere che ci si specchi in essa. Troppo presenti a noi stessi, la nostra inesistenza prima della nascita e dopo la morte non influisce su di noi se non in quanto idea, e solo per qualche istante; noi sentiamo la febbre della nostra durata come un’eternità che si altera ma resta inesauribile nel suo principio”.

(Emil Cioran, “Sommario di decomposizione”, ed. Adelphi)

Se vi piace sondare gli abissi del vostro cervello alla ricerca di risposte sulla vostra esistenza, pur consapevoli dell’insormontabile limite che la vostra stessa mente rappresenta, “Sommario di decomposizione” è un libro che fa per voi. Avevo letto altre opere di Cioran, ma pur apprezzandole non mi avevano convinto quanto questa, da molti considerata, in effetti, la sua vetta espressiva. Pubblicato nel 1949, quando Cioran aveva 38 anni, il libro è una raccolta di aforismi contenenti pensieri dell’autore sui più disparati aspetti dell’esistenza, ma in particolare è, come il titolo evoca, un breviario, un sommario, un’esposizione della decomposizione della nostra mente, sminuzzata, analizzata, vivisezionata ed esposta alla nostra visione. Continua a leggere…

“Della certezza. L’analisi filosofica del senso comune” (Ludwig Wittgenstein)

Della certezza

“Il bambino impara a credere a un sacco di cose. Cioè, impara, per esempio, ad agire secondo questa credenza. Poco alla volta, con quello che crede si costruisce un sistema e in questo sistema alcune cose sono ferme e incrollabili, altre sono più o meno mobili. Quello che è stabile, non è stabile perché sia in sé chiaro o di per sé evidente, ma perché è mantenuto tale da ciò che gli sta intorno”

(Ludwig Wittgenstein, “Della certezza”, 144)

“Della certezza” è un volume che raccoglie riflessioni che Wittgenstein sviluppò negli ultimi due anni della sua esistenza, purtroppo non avendo modo di rielaborarli, che vertono attorno al tema del cosiddetto “senso comune” e le conseguenti “certezze” che da esso facciamo derivare. Nella prefazione Aldo Gargani spiega, in maniera accurata, cosa dobbiamo intendere per “senso comune”, cioè non presunte cognizioni connaturate all’uomo, ma una sorta di “sapere degradato”, reso tale dalle successive riflessioni e scoperte di carattere scientifico. La scienza, d’altro canto, con le sue successive approssimazioni volte a correggere antiche credenze, è un linguaggio sublimato del senso comune. Wittgenstein, Continua a leggere…

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