Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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“I fratelli Tanner” (Robert Walser)

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“Perché mai tutta questa gente, scrivani e contabili, perfino fanciulle nella più tenera età, entrano dallo stesso portone nello stesso edificio per scarabocchiare, provare le penne, per calcolare e gesticolare, per sgobbare e soffiarsi il naso, per temperare matite e portare in giro carte? Lo fanno forse volentieri, lo fanno per necessità, lo fanno con consapevolezza di compiere qualcosa di ragionevole e di proficuo? Vengono tutti dalle direzioni più diverse, alcuni arrivano perfino da lontano, in ferrovia, aguzzano le orecchie, per sentire se c’è ancora tempo di fare una passeggiatina prima d’entrare, sono pazienti come un gregge di agnelli, quando si fa sera tornare a sparpagliarsi ognuno nella propria direzione e l’indomani alla stessa ora si ritrovano di nuovo tutti. Si vedono, si riconoscono dall’andatura, dalla voce, dal modo di aprire una porta, ma hanno poco a che fare l’uno con l’altro. Si assomigliano tutti eppure sono tutti estranei, e se uno di loro muore oppure compie un’appropriazione indebita se ne meravigliano per una mattinata, e poi ogni cosa va avanti come prima. Capita che a qualcuno venga un colpo apoplettico mentre sta scrivendo. A cosa gli è servito avere ‘lavorato’ cinquant’anni nell’azienda? Per cinquant’’anni è entrato e uscito ogni giorno dalla stessa porta, ha usato centinaia e migliaia di volte nelle sue lettere commerciali gli stessi giri di frase, ha cambiato diversi vestiti e si è spesso meravigliato di quante poche scarpe consumava in un anno. E ora, si può forse dire che abbia vissuto? E non vivono così migliaia di persone? Forse sono i suoi figli del contenuto della vita, forse sua moglie è stata la luce della sua esistenza? Può darsi.”

(Robert Walser, “I fratelli Tanner”, ed. Adelphi)

Nel risvolto di copertina de “I fratelli Tanner”, è riportata una breve frase di Kafka, tra i primi ed entusiasti lettori del romanzo di Walser. Descrivendone il protagonista, Simon Tanner, Kafka ci dice che “corre dappertutto, e alla fine non diventa nulla, se non una gioia del lettore”. Sfogliando il romanzo, ho sorriso nell’immaginare Kafka alle prese con lo stesso, oltre cent’anni fa, in un altro posto del mondo, in un’altra lingua, con pensieri nel cuore così diversi dai miei, eppure, forse, per qualche minuto almeno, seduto anche lui sulla “mia” panchina. Prescindendo da questi pensieri surreali, devo dire che “I fratelli Tanner” ha confermato le ottime impressioni che avevo avuto su Walser in passato, sebbene in alcuni passaggi mia parso un po’ ridondante. Per essere ancora più bello, insomma, forse avrebbe dovuto essere tagliato qua e là, ma sono dettagli e può darsi anche che invece sia proprio la prolissità di alcune scene a dare il giusto colore al resto.

Simon Tanner è un antieroe, un fannullone di natura che però cerca, trova e abbandona un lavoro dopo l’altro, perché si sente oppresso dalla banale ripetitività dei lavori stessi e preferisce assecondare la sua natura di perdigiorno, discutendo con estranei incontrati per strada, fantasticando soliloqui in mezzo alla natura, provando la gioia di sentirsi debitori verso il mondo anche se è pressoché nullatenente. All’inizio del romanzo, troviamo Simon da un libraio, tanto intraprendente e volitivo nel chiedere il lavoro, quanto rapido nello stancarsene dopo pochi giorni. Kafka ha scritto che Simon alla fine “non diventa nulla” e non v’è dubbio che proprio in questo debba essere consistito il fascino di questo romanzo ai suoi occhi. Simon Tanner è un personaggio che non prova rancore verso nessuno, che spande la sua stramba e altalenante felicità per il mondo, che non scava nel proprio abisso perché non è una creatura dostoevskiana, e questo, se da un lato ci fa scorrere il libro con una certa serenità, dall’altro ci fa anche sentire una certa mancanza, quasi che, alla lunga, dopo un certo numero di pagine, ci si possa stancare del disincanto e dell’assenza di rancore del protagonista.

“Fannulloni” di tutto il mondo unitevi!

(“Punti di tangenza”). Come previsto, in questa rubrica torna De André. Stavolta un po’ a sorpresa, perché per puro caso ho scoperto un’affinità neanche tanto velata tra la canzone “Il fannullone” e il libro “Storia di un fannullone” di Joseph Von Eichendorff. La canzone fu scritta da De André insieme a Paolo Villaggio (anzi, spero di non dire una bestemmia, ma se non ricordo male il testo è di Villaggio). Il libro ancora non l’ho letto, ma ne ho trovato un estratto all’interno del “Dizionario dei personaggi di romanzo” di Bufalino. Non ho fatto ricerche approfondite al riguardo, quindi non so se Villaggio (e De André) si sono ispirati direttamente al romanzo, ma certo che le affinità ci sono, non solo nel titolo.
P.s.: in coda al testo di Von Eichendorff riporto anche la famosa scena tratta da “I vitelloni”, con Alberto Sordi che sbeffeggia dei lavoratori, salvo poi accorgersi che la sua non è stata un’idea tanto brillante.

“Ho anche provato a lavorare
senza risparmio mi diedi da fare
ma il sol risultato dell’esperimento
fu della fame un tragico aumento

non si risenta la gente per bene
se non mi adatto a portar le catene.”

“O fannullone che non sei altro! – m’investì – ecco che ti crogioli di nuovo al sole e ti stiri le ossa fino a slogartele, lasciando a me tutto il lavoro. Non posso più a lungo tenerti a ingrassare. La primavera è alle porte, vattene dunque per il mondo a guadagnarti il pane da te.”

“Ebbene? – dissi io – se sono un poltrone, tanto meglio per me, me ne andrò per il mondo a far fortuna. E in realtà, la cosa non mi dispiaceva…provavo una gioia segreta, nel vedere, a destra e a sinistra, i miei conoscenti e compagni recarsi al lavoro, vangare e arare, come ieri e l’altro ieri e sempre, mentre io m’avventuravo libero per il mondo. Appagato e fiero mi misi a mandar saluti in tutte le direzioni, ma nessuno se ne curava. Dentro mi sentivo come un’eterna domenica!”. Continua a leggere…

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