Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Il fascino indiscreto di 37 euro.

nevermond

Nei giorni scorsi, tra un ringhio e l’altro riportato dai mass-media, ho ascoltato, o forse letto, non ricordo, la notizia concernente un uomo che, ritrovate alcune migliaia di euro, invece di tenersele le ha restituite o comunque segnalato a chi di dovere il ritrovamento (non ricordo nemmeno questo, in pratica non ricordo nulla, ma poco conta ai fini dell’articolo). Non è la prima volta che accade, né sarà l’ultima e, prescindendo da un’analisi circa la veridicità dei fatti e dei particolari, appare evidente a chiunque che la restituzione di una somma ritenuta ingente faccia più scalpore della mancata resa che, peraltro, per sua natura è destinata a rimanere pressoché segreta, al netto di telecamere o telefonini indiscreti. Chi trova un’ingente somma di denaro e se la tiene, difficilmente lo sbandiererà urbi et orbi.

Ascoltando la notizia, ho rispolverato alcune considerazioni che feci, nel chiuso angusto della mia testolina, tempo fa, quando fui protagonista di più miseri ritrovamenti. Innanzitutto, mi sono chiesto quando un ritrovamento/scoperta di denaro e/o oggetti preziosi è appetibile per giornali, tv, radio, web e simili? C’è una soglia che fa ritenere moralmente esemplare il comportamento del restitutore oppure, teoricamente, anche la restituzione di € 37,00 (trentasette, zero zero) può far assurgere al ruolo di mini-eroe di giornata? Non ho citato i trentasette euro a caso, perché si tratta proprio di una somma che avrebbe potuto regalarmi la “gloria”. Ma non precorro i tempi.

Più interessanti mi appaiono altre domande che mi sono posto, che non riguardano l’evidenza pubblica del fatto, ma attengono a più intime scelte. In sostanza, al posto dell’uomo che ha trovato € 26.000 (ventiseimila, comincio a ricordare, sia pure a brandelli), io, guardandomi nelle pupille di fronte a uno specchio, cosa avrei fatto? Ora, appare evidente che una domanda del genere è assurda, non solo perché io non ho trovato € 26.000, ma anche perché, nel valutare le possibili ipotesi, che poi sono sostanzialmente tre (tenersi la somma; restituire al proprietario o segnalare il ritrovamento; fingere di non averla vista), bisognerebbe indagare, per ciascun trovatore, una serie di fattori che possono fare pendere la bilancia decisionale da una parte o dall’altra, per esempio formazione culturale, considerazione del ruolo del denaro nella propria esistenza, stato d’impellente e non procrastinabile necessità vitale.

A questo punto attingo a due esperienze personali. Il primo riguarda un telefonino che trovai per terra, in mezzo a una provinciale e deserta strada. Per l’epoca, si trattava di un apparecchio all’avanguardia, era tra i primi ad avere accesso al web, fotocamera integrata e altri accessori che anche il mio attuale telefono sogna la notte. A farla breve, considerai il disagio che potesse derivare dallo smarrimento e non esitai nel rintracciare il proprietario. Dopo circa mezz’ora, il tempo di giungere da un paese limitrofo, si presentò un uomo, in sella a fiammante motocicletta, con avvinghiato a lui una bionda che sembrava essere appena uscita da un calendario sexy. Il tipo scese dalla moto, si avvicinò, prese il cellulare e mi salutò con un “sei unico”, prima di sgommare via, con tanto di biondona aggrappata al suo petto. Quelle due parole solleticarono abbastanza il mio ego, ma al tempo stesso provai una sgradevole sensazione d’invidia, nel considerare la mia situazione da solitario squattrinato in strada, con la sua apparenza di uomo realizzato. A dirla tutta, del telefono non me ne poteva fregare di meno, una volta vista la bionda. Ma questa è un’altra storia.

Di diverso tenore è la vicenda accadutami qualche anno dopo. Peregrinando su viali provinciali, notai un borsellino abbandonato su una panchina. Aspettai qualche minuto per vedere se il proprietario fosse nei paraggi, poi mi parve evidente che qualcuno l’avesse perso. Vincendo la voce moralistica che, dentro me, mi diceva di non aprire in nome del mito della privacy, aprii e scoprii che dentro non c’erano, ma solo € 37, quelli di cui sopra. Novello Sherlock Holmes, indagai. Chiesi ai miei “colleghi” pensionati, seduti pochi metri più in là, se avessero visto chi c’era seduto sulla panca. Mi fu detto che si trattava di un’anziana con badante. La conoscevano, ma non sapevano né il nome né dove abitasse. Portai il borsellino al comando di Polizia Municipale del mio paese, dopo aver chiesto ai miei anziani “colleghi” di avvisare la signora, non appena l’avessero vista, cosa che accadde di lì a un paio di giorni. Fin qua la storia, molto banale.

Nella mia testa, però, partirono i quesiti che sono stati ridestati dalla notizia dei € 26.000. Qual è, se c’è, il punto in cui il compiacimento che mi deriva dalla restituzione cederebbe alla voracità da denaro facile? Se fossero stati 375, 3.700 o 37.000 euro, come avrei reagito? Quand’è che l’ennesimo capello caduto rende tecnicamente calvi? L’anonimato del possessore quanto conta? Se avessi scoperto che il borsello era, per esempio, di un uomo che copula con la donna dei miei sogni? Con un po’ d’approssimazione, conosco la mia risposta attuale a queste domande. So anche che ho tempo da perdere per simili domande. Quello che non so, è altro: chi è che nella mia testa mi pone le domande precedenti?

P.s.: per smontare un processo di auto-beatificazione al quale non tengo e che sarebbe poco credibile, aggiungo che in altre occasioni (poche, se fossero state tante il mio conto in banca non sarebbe così magro), ritrovando € 20 o € 5, non sono stato a indagare o filosofeggiare troppo. Mi sono tenuto i soldi e me li sono bevuti oppure li ho usati per un buon libro.

I Nirvana non hanno alcuna responsabilità nella stesura di quest’articolo. La scelta dell’immagine è un omaggio (indegno) da parte mia.

“Della certezza. L’analisi filosofica del senso comune” (Ludwig Wittgenstein)

Della certezza

“Il bambino impara a credere a un sacco di cose. Cioè, impara, per esempio, ad agire secondo questa credenza. Poco alla volta, con quello che crede si costruisce un sistema e in questo sistema alcune cose sono ferme e incrollabili, altre sono più o meno mobili. Quello che è stabile, non è stabile perché sia in sé chiaro o di per sé evidente, ma perché è mantenuto tale da ciò che gli sta intorno”

(Ludwig Wittgenstein, “Della certezza”, 144)

“Della certezza” è un volume che raccoglie riflessioni che Wittgenstein sviluppò negli ultimi due anni della sua esistenza, purtroppo non avendo modo di rielaborarli, che vertono attorno al tema del cosiddetto “senso comune” e le conseguenti “certezze” che da esso facciamo derivare. Nella prefazione Aldo Gargani spiega, in maniera accurata, cosa dobbiamo intendere per “senso comune”, cioè non presunte cognizioni connaturate all’uomo, ma una sorta di “sapere degradato”, reso tale dalle successive riflessioni e scoperte di carattere scientifico. La scienza, d’altro canto, con le sue successive approssimazioni volte a correggere antiche credenze, è un linguaggio sublimato del senso comune. Wittgenstein, Continua a leggere…

Il Dubbio

Sei in piedi, appoggiato a un muro di un breve corridoio che collega una stanza dove c’è gente che sta ballando e l’esterno di una casa. Un uomo esce dalla sala da ballo diretto verso l’uscita. Ti oltrepassa, è a capo chino. Poi, di scatto, si volta, muta direzione e sembra voler rientrare da dove è appena uscito. Compiuti due passi, cambia di nuovo idea, si volta di nuovo e prosegue verso la porta d’ingresso-uscita della casa. Il tutto in maniera repentina.

A quel punto, provi l’assurdo e inappagabile desiderio di scoprire quel rapido meccanismo mentale che l’ha portato a cambiare idea e direzione due volte in così pochi secondi. Con un’attenta osservazione e un po’ di esercizio potresti descrivere coloro che ballano o il giardino esterno alla casa. Quello che non puoi sondare, invece, è quel dubbio dell’uomo. Voleva tornare dentro a prendere una bevanda e poi ci ha ripensato? O forse voleva entrare e dire qualcosa a qualcuno, ma poi si è pentito e ha preferito uscire e stare zitto? O cos’altro? Non puoi saperlo.

A pensarci bene, poi, non t’interessa tanto il “contenuto” dei suoi pensieri, ma quella ineffabile “zona di dubbio” che anche tu hai sperimentato.

“Nel possibile, tutto è possibile”, hai letto tempo fa.

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