Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

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Telefonate al libraio.

Se avete letto qualcosa di David Foster Wallace, ma in particolare “Brevi interviste con uomini schifosi”, forse avrete notato, come me, il breve saggio introduttivo di Zadie Smith.
Adesso dimenticatelo, telefonate in piena notte al vostro libraio di fiducia e ordinate “Cambiare idea” (ed. Minimum Fax) della Smith.
Domani vi parlerò anche delle prime 364 pagine, ma intanto, voi amanti di David Foster Wallace, riprovate a chiamare il libraio, anche nel cuore della notte se non vi ha ancora risposto.
Se siete riusciti ad avere il libro, andate a pagina 365 e cominciate a leggere il saggio di Zadie su David. No, non la versione di quattro pagine che ho citato all’inizio, ma quella di circa cinquanta pagine.
Una volta che l’avrete finito, telefonatemi per raccontarmi che ne pensate.
Infine, telefonate di nuovo al librario e, se non fosse a conoscenza di ciò che vi ha venduto, tenetelo inchiodato al telefono e leggetegli il saggio.

La scrittura come “dono” (Zadie Smith su David Foster Wallace)

zadiephoto

“Secondo i critici, Brevi interviste era un libro ironico sulla misoginia. Leggerlo era come essere intrappolati in una stanza con misogini ironici e impasticcati, o qualcosa di simile. Secondo me, leggere Brevi interviste non era affatto come essere intrappolati. Era come essere in chiesa. E la parola importante non era ironia ma dono. Dave ha detto cose geniali sul dono: sulla nostra incapacità di dare gratuitamente, o di accettare quello che ci viene dato gratis. Nei suoi racconti, dare è diventato impossibile: la logica di mercato permea ogni aspetto della vita. Un tizio non riesce a regalare un vecchio attrezzo agricolo; deve dire che costa cinque dollari perché qualcuno si decida a prenderlo. Una persona depressa vuole disperatamente ricevere attenzione ma non sa darla. I normali rapporti sociali sono mantenuti solo perché “sai, non si sa mai, in fondo, o invece sì, o invece sì”.

(omissis)

“Si trattava del suo talento, di una grandezza talmente smaccata da confondere le idee: perché un giovanotto così dotato dovrebbe creare opere così ostiche e complesse? Ma la prospettiva dell’economia del dono va ribaltata. In una cultura che priva quotidianamente della capacità di usare l’immaginazione, il linguaggio, il pensiero autonomo, una complessità come quella di Dave è un dono. Le sue frasi ricorrenti, meandriche, richiedono una seconda lettura. Al pari del ragazzino che aspetta di tuffarsi, la loro osticità spezza “il ritmo che esclude il pensiero”. Ogni parola che cerchiamo sul dizionario, ogni concetto che mette a dura prova cuore e cervello: tutto contribuisce a spezzare il ritmo dell’assenza di pensiero – e ci vediamo restituire i nostri doni. Continua a leggere…

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